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 2026  agosto 31 Lunedì calendario

L’Africa di Agostino arma dei suoi nemici

Agostino d’Ippona aveva un figlio, Adeodato, nato da una madre di cui non ci è stato tramandato il nome. Padre e figlio furono battezzati nel 387 da Ambrogio vescovo di Milano. Agostino aveva trentatré anni, Adeodato quindici. Per il santo quel ragazzo era importantissimo. Quando il giovane morì, poco dopo aver ricevuto il battesimo, Agostino precipitò nella disperazione. Con quel ragazzo, scrive Catherine Conybeare in Agostino l’africano. Una biografia pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, il padre aveva perduto anche l’allievo migliore e più amato. Venuta meno la prospettiva di condividere la ricerca filosofica con il figlio, prosegue Conybeare, «il suo entusiasmo per il dialogo filosofico si era affievolito e non gli era parso più utile pensare a un programma organico di educazione cristiana».
Passarono vent’anni e nel 408 capitò qualcosa che avrebbe risvegliato il senso paterno del celebre autore delle Confessioni. Memorio, vescovo di Eclano, una piccola sede nei pressi di Benevento, scrisse ad Agostino per chiedergli una copia di uno dei suoi primi libri, La musica. Non per sé ma per suo figlio Giuliano. Giuliano era un giovane di notorio talento e quella richiesta risvegliò in Agostino l’idea di poter trovare un nuovo Adeodato. Agostino incaricò il suo futuro biografo Possidio, che doveva andare a Ravenna, di far tappa in Apulia e recapitare quel libro a Memorio. La lettera di accompagnamento, nota Conybeare, esprimeva un particolare desiderio di conoscere Giuliano e arrivava a rivolgere al padre «un caloroso invito a recarsi a Ippona» portando con sé il ragazzo. Lo definiva già «nostro figlio». Dopodiché Giuliano e Agostino mantennero stretti rapporti pur non incontrandosi mai. Ma il giovane avrebbe giocato un ruolo decisivo nell’ultima fase della vita del santo.
Agostino era nato nel 354 da una madre berbera, Monica (che, fondamentale per la vita e la conversione del figlio, sarà venerata come santa), e da un padre romano in una piccola città chiamata Tagaste, al confine tra l’Algeria e la Tunisia. Studiò e insegnò a Cartagine, poi trascorse cinque anni tra Roma e Milano (dove, come s’è detto, fu battezzato da Ambrogio) e poco dopo tornò nell’Africa settentrionale. Nel 391 si trasferì a Ippona dove fondò un monastero, fu ordinato prete, poi vescovo e rimase fino alla morte. Nel 430.
Già nel 431 il papa Celestino I ne confermò l’autorità dottrinale. I suoi scritti vastissimi – di lui ci restano più di cinque milioni di parole — furono copiati e ricopiati per tutto il Medioevo. Però, sottolinea Conybeare, «nel corso di quelle copiature vennero eliminati alcuni riferimenti specifici all’Africa». Non vi fu, secondo l’autrice, «una deliberata operazione di cancellazione della sua africanità». Semplicemente «essa non risultava interessante o rilevante per coloro che trasmisero la tradizione». Soprattutto dal VII secolo in avanti.
L’interesse degli storici è stato attirato piuttosto dalle sue battaglie contro il «donatismo» e il «pelagianesimo» di cui troviamo ampia traccia nel libro dello stesso Sant’Agostino Le eresie. Catalogo e confutazione delle eresie del mondo antico magnificamente curato da Stefano Fumagalli (Mimesis). Il primo movimento eretico, fondato da Donato di Case Nere, sosteneva la non validità dei sacramenti impartiti dai vescovi traditores che, ai tempi della persecuzione di Diocleziano (311), per paura di essere uccisi avevano accettato varie forme di sottomissione al potere di Roma. Agostino sostenne con vigore che la forza dei sacramenti veniva da Cristo indipendentemente dai vescovi che li avevano impartiti. La battaglia fu durissima. Il concilio di Arles del 314 – ricostruisce dettagliatamente Alberto Pincherle in Il donatismo (Edizioni Ricerche) – dichiarò eretico il movimento che si rifaceva a Donato. E la condanna fu ribadita nel concilio di Cartagine del 411.
Nel frattempo, si era diffusa una nuova eresia, il pelagianesimo, contro la quale – come hanno ben descritto Roberto Roveda e Michele Pellegrini in I grandi eretici che hanno cambiato la storia (Newton Compton Editori) – Agostino si impegnò forse con maggior ostinazione di quanto avesse fatto contro il donatismo. Fu uno sforzo immane secondo Peter Brown – già autore di Agostino di Ippona. Una biografia (Einaudi) – che ha approfondito questi temi in Per la cruna di un ago. La ricchezza, la caduta di Roma e la costruzione del cristianesimo in Occidente (350-550 d.C.) (Einaudi).
Pelagio era un monaco proveniente dalla Britannia affermatosi come maestro a Roma intorno all’anno 400. Era celebre, scrive Conybeare, per il suo ascetismo e insegnava che un livello superiore di perfezione cristiana era raggiungibile da chiunque vi si applicasse con sufficiente determinazione. Gli aristocratici cristiani d’Italia guardavano con favore al suo insegnamento. Quando Alarico assediò Roma nel 410, Pelagio, come molti dei suoi discepoli, fuggì in Nord Africa. In quell’occasione ebbe un breve (ma secondo Conybeare «poco soddisfacente») contatto con Agostino. Poco dopo si stabilì a Cartagine, quindi in Palestina, ed è tra Cartagine e la Palestina che compose le sue opere più importanti.
Pelagio sosteneva che il peccato originale – una colpa trasmessa per ereditarietà e derivata da Adamo – non avesse senso perché il peccato richiede una volontà consapevole di peccare e i bambini non hanno ancora sviluppato il libero arbitrio. Il vescovo di Ippona – nota Serge Lancel in Sant’Agostino (Edizioni San Paolo) – vedeva in questa argomentazione una negazione delle conseguenze della caduta dal paradiso e della potenza salvifica della grazia divina. Se Cristo è morto per salvare dai peccati tutti gli esseri umani vuol dire che tutti gli esseri umani dovevano e devono avere qualcosa da cui essere salvati. Anche i bambini. Il libero arbitrio esisteva già nel paradiso terrestre perché senza di esso la scelta tra peccare e non peccare sarebbe stata priva di significato. Di qui il fondamentale dono della grazia.
Ed è in questo che, secondo Conybeare, «si colloca il colpo di genio polemico e teologico di Agostino». Pelagio era colpevole di aver ignorato la grazia in favore del libero arbitrio. Agostino si impegnò a dimostrare «che la grazia di Dio è all’opera in ogni cosa, compreso il libero arbitrio».
Le idee di Pelagio fecero tuttavia molti proseliti. E nel 418 – come riepiloga Maurice Sachot in Quando il cristianesimo ha cambiato il mondo (Paideia) – il pelagianesimo fu condannato non una ma tre volte: dapprima mediante un editto emanato a Ravenna dall’imperatore Onorio, poi da un concilio riunito a Cartagine, infine dal debolissimo papa Zosimo che in ben due precedenti occasioni lo aveva invece approvato. Pelagio sarebbe morto nel 420 ma – come scrive James O’Donnell in Agostino. Storia di un uomo (Mondadori) – il suo movimento continuò a conquistare nuovi adepti.
Tra i quali, a sorpresa, quel Giuliano di cui si è detto all’inizio, nel quale Agostino aveva individuato un possibile erede. Il figlio di Memorio nel 417 era succeduto al padre come vescovo di Eclano. L’anno successivo, quando papa Zosimo impose ai vescovi di aderire alla condanna e alla scomunica di Pelagio, rifiutò di obbedire. Giuliano fu immediatamente deposto dalla sua sede episcopale ma, scrive Conybeare, ben presto si vide che questo non aveva fatto «che rafforzare ulteriormente il suo impegno a favore del pelagianesimo». E, in un certo senso, il suo prestigio.
A sorpresa la polemica di Giuliano si indirizzò non contro il papa bensì su Agostino contro il quale scrisse quattro libri. Agostino gli replicò con sei libri. E Giuliano gli rispose con altri otto libri. Entrambi, sottolinea Conybeare, «sembravano ormai dominati da un impulso ossessivo». Agostino decise addirittura di riprodurre ogni frase degli otto libri di Giuliano e di rispondere punto per punto a ciascuna di esse. Talvolta, nota Conybeare, interrompeva perfino le frasi dell’avversario per non lasciar passare senza replica un’affermazione da lui ritenuta particolarmente offensiva. A poco a poco viene fuori quello che Conybeare definisce «un livello impressionante di acrimonia personale». Fino a quel momento Agostino era stato molto attento a parlare ad un pubblico il più vasto possibile. Adesso sembrava invece aver «completamente perso di vista» chiunque. La sua ossessione era Giuliano che probabilmente – anzi, sicuramente – si sentiva gratificato da quell’attenzione. E faceva di tutto per rinfocolare la polemica.
Polemica che sembrava non tener in alcun conto il momento storico in cui si sviluppava. Negli ultimi mesi di vita di Agostino, i Vandali si avvicinavano sempre più a Ippona che cinsero d’assedio nella tarda primavera del 430 per conquistarla l’anno successivo quando il vescovo era ormai morto. L’impero di Roma era molto diverso da quello nel quale Agostino era nato settantasei anni prima. Le certezze della sua infanzia trascorsa in una piccola città dovevano apparirgli, alla fine, «quasi un miraggio». L’assedio di Roma da parte del re visigoto Alarico (410) aveva incrinato la fiducia nell’integrità dell’impero. Ora – come spiega bene Peter Heather in La caduta dell’impero romano. Una nuova storia (Garzanti) – erano i suoi stessi confini a dissolversi. Se Alarico aveva ancora negoziato con gli imperatori, vent’anni dopo i Vandali li ignoravano senza esitazioni, «appropriandosi di vaste regioni dell’antico impero». Questo genere di atmosfera ben percepita da coloro che vivevano in quell’epoca, spiega almeno in parte il perché del disinteresse di Agostino per ciò che accadeva attorno a lui. E forse anche l’accanimento della polemica con Giuliano. Quasi un’astrazione da quel che capitava al mondo in cui stava vivendo gli ultimi mesi della sua vita. Giuliano in ogni caso fu davvero impietoso nelle invettive contro il vescovo di Ippona che un tempo avrebbe voluto affiliarlo.
Nella polemica di Giuliano contro Agostino vengono fuori sprezzanti riferimenti all’africanità del santo. Giuliano allude con sarcasmo al «pubblicista punico» senza neppure degnarsi di menzionare l’antagonista. Agostino prova a rispondere con ironia e (giocando sulla somiglianza tra le parole latine che indicano «punico» e «punizione») ribatte che il «disputatore punico», cioè lui stesso, infliggerà a Giuliano un severo castigo. Giuliano invece non è affatto ironico e insiste sulle origini africane di Agostino. Nota Conybeare come Giuliano richiami «la proverbiale perfidia dei cartaginesi, diffusa nel mondo romano almeno dai tempi di Annibale». E rappresenta Agostino «come un avversario vestito con un equipaggiamento da guerra tipicamente africano». Agostino rivendica l’identità africana richiamandosi all’autorità di Cipriano – il vescovo e martire cartaginese del III secolo – per rafforzare la propria posizione.
Giuliano si spinge a recuperare dalle Confessioni un episodio autobiografico per diffamare la madre del vescovo di Ippona. Agostino aveva raccontato una tentazione giovanile di Monica che, mandata in cantina a prendere il vino per i pasti di famiglia, aveva preso l’abitudine prima di assaggiarlo e poi di berlo con una certa avidità, finché una giovane ancella che la accompagnava non la schernì definendola «ubriaconcella» (meribibula). Giuliano, nota Conybeare, riprese quel termine insolito e si spinse oltre, insinuando che l’inclinazione giovanile di Monica per il vino fosse collegata a una condotta sessuale dissoluta. Sorprendentemente, Agostino si limitò a chiedere perché Giuliano attaccasse sua madre che non «gli aveva mai fatto alcun male». Poi richiamò con forza il rapporto di lunga data che lo legava ai genitori di Giuliano: «Mi rallegro per loro perché sono morti prima di vederti diventare eretico».
In realtà, mette in rilievo Conybeare, gli insulti di Giuliano riportavano Agostino ai primi anni trascorsi a Roma come insegnante, quando gli studenti ridevano del suo accento africano. Agostino «tornava alle proprie insicurezze giovanili». Giuliano «aveva toccato un nervo scoperto» e l’irritazione suscitata dal disprezzo per le origini africane di Agostino «permea l’intera controversia». Una controversia tra le più violente nella storia della cristianità. Quantomeno sotto il profilo verbale.