La Stampa, 30 agosto 2026
Il petrolio del Venezuela nelle mani di Trump
Gli Stati Uniti ottengono il controllo del 55 per cento della produzione petrolifera venezuelana. È il punto centrale dell’accordo annunciato da Donald Trump, che assegna a Washington una quota maggioritaria di oltre 65 miliardi di barili di riserve provate che fanno capo a Caracas. Ovvero la quantità di greggio che, sulla base dei dati geologici e tecnici disponibili, si ritiene possa essere estratta nelle condizioni economiche e operative esistenti. L’operazione, secondo quanto sostenuto dal presidente Usa, non avrà costi per i contribuenti americani: gli investimenti saranno infatti realizzati attraverso una joint venture tra l’amministrazione di Washington e operatori privati.L’intesa riguarda 17 giacimenti strategici e prevede investimenti per oltre 100 miliardi di dollari. Secondo la presidente ad interim Delcy Rodriguez, il progetto dovrebbe generare più di 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano, mentre i diritti di sfruttamento sono stati concessi per 100 anni.La nuova società sarebbe il secondo maggiore detentore privato al mondo di riserve provate dopo Saudi Aramco.Il Venezuela possiede circa 300 miliardi di barili di oro nero, la maggiore dotazione mondiale. Per capirci, gli Stati Uniti ne hanno 46 miliardi. Il Paese produce tuttavia circa 1, 1 milioni di barili al giorno, una quota modesta riconducibile a infrastrutture deteriorate e investimenti insufficienti. Il tutto a causa della pessima gestione del patrimonio petrolifero nazionale legata al regime di Nicolas Maduro, arrestato dalle forze speciali a stelle e strisce nel corso di un blitz condotto a Caracas all’inizio di gennaio.Washington punta ora a rilanciare la produzione e a convincere le compagnie americane a investire. Chevron, l’unica grande compagnia ancora operativa al momento della cattura di Maduro, ha portato la produzione a 280 mila barili al giorno e prevede di aumentarla del 50% entro la fine del 2028.ExxonMobil e ConocoPhillips restano invece caute e chiedono garanzie sulla sicurezza e una revisione del quadro legale e commerciale prima di impegnare nuovi capitali.Per Trump l’accordo rafforza la sicurezza energetica nazionale e occidentale, mentre la guerra con l’Iran mette sotto pressione le forniture mondiali di petrolio e gas e lo Stretto di Hormuz limita il passaggio del 20% del greggio movimentato su base mondiale.Il petrolio della nuova joint venture dovrebbe contribuire anche a rifornire le riserve strategiche americane. Trump, ed è qui la valenza politica interna dell’operazione, sostiene inoltre che l’intesa contribuirà a ridurre il prezzo della benzina negli Stati Uniti. E c’è da tenere presente che mancano poco più di due mesi alle elezioni di Midterm, col gallone di carburante inchiodato sopra i 4 dollari.Il valore dei 65 miliardi di barili, però, non dipende soltanto dalla quantità. Il petrolio non è tutto uguale: esistono qualità, densità e caratteristiche diverse vi sono cinquanta sfumature di greggio.I due parametri principali sono la densità, misurata in gradi Api, e il contenuto di zolfo. Il Wti americano è intorno ai 40 gradi Api: è leggero, fluido e poco solforoso. Il greggio extra-pesante venezuelano fluttua invece tra 8 e 12 gradi Api, e presenta caratteristiche quasi bituminose, è molto viscoso, difficile da trasportare e richiede processi avanzati di upgrading e cracking per essere trasformato in carburanti.La guerra in Iran rende evidente il problema: quando vengono meno i flussi attraverso Hormuz non si perdono soltanto barili, ma anche determinate qualità di greggio. Gli impianti della costa del Golfo degli Stati Uniti sono stati tuttavia progettati per lavorare greggio pesante ed extra-pesante come quello del Paese latinoamericano.Il Venezuela torna così a pesare sul mercato con un doppio vantaggio per Trump: aver rafforzato le dotazioni petrolifere Usa e averne sottratto quote alla Cina che aveva in Caracas una fonte strategica per garantire i propri approvvigionamenti