Corriere della Sera, 31 agosto 2026
L’America ricomincia a bombardare l’Iran
L’isola di Larak è una scheggia di terra davanti a Hormuz. E ieri sera è tornata a riaccendere la guerra fra Stati Uniti e Repubblica islamica. Funzionari americani riferiscono che Washington ha colpito con un drone due rampe di lancio delle Guardie della Rivoluzione. Secondo le stesse fonti, i pasdaran stavano preparando razzi destinati a disseminare mine navali nello Stretto.
Teheran, in un primo momento, ammette soltanto di avere udito un’esplosione. L’agenzia Fars, megafono dei pasdaran, scrive che luogo e cause restano ignoti. Poi arriva la nota delle Guardie della Rivoluzione, che conferma l’attacco americano e promette che «avrà risposte dai figli dell’Iran» e porterà alla «punizione dell’aggressore». I media di regime attribuiscono il raid a un drone e parlano di due morti e due feriti, senza chiarire se siano civili o militari. Teheran risponde colpendo obiettivi americani in Giordania.
Washington sostiene di avere agito per impedire una nuova posa di mine, appena dopo aver completato lo sminamento di Hormuz. Donald Trump aveva avvertito che ogni nave o imbarcazione sorpresa a depositarne altre sarebbe stata «immediatamente e sistematicamente distrutta»: la «tolleranza zero» ha trovato ieri sera la sua applicazione. È il primo attacco americano in Iran dalla fine di luglio, quando il presidente aveva sospeso una campagna militare di due settimane nello Stretto.
I raid arrivano proprio nel giorno in cui il Washington Post racconta le inquietudini dei vertici militari americani. Alti ufficiali avrebbero avvertito il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che una guerra prolungata contro l’Iran non è sostenibile perché consuma uomini, mezzi e attenzione, riducendo la capacità di Washington di affrontare altre crisi. L’idea che l’attuale equilibrio possa reggere senza un’altra fase di confronto diretto, secondo gli esperti, è scollegata dalla realtà. Senza la diplomazia e un accordo politico che riporti le parti a un quadro di intese, una nuova escalation è inevitabile.
A Teheran, ieri, prima delle bombe, si è letto e riletto il messaggio di Mojtaba Khamenei per la Settimana dell’unità islamica, affidato a Telegram. Gli Stati Uniti e Israele sono il «vero nemico», ricorda la Guida suprema, ancora invisibile. Continua dicendo che chi divide i musulmani «consapevolmente o inconsapevolmente» serve gli avversari. Se la Umma (la comunità islamica globale, ndr) fosse stata unita – domanda – i palestinesi sarebbero rimasti «così indifesi»? Ai Paesi islamici chiede unità, amicizia, cooperazione e difesa reciproca. Il paradosso è che i destinatari di queste parole sono soprattutto le monarchie del Golfo, prese di mira nei mesi scorsi dal regime con attacchi contro basi e strutture legate agli Stati Uniti.
La formula dell’unità non sostituisce quella della forza. Kazem Gharibabadi, viceministro degli Esteri di Teheran, ricorda che l’intesa con l’Oman per un corridoio navale è stata raggiunta ma non sarà applicata finché Washington non rispetterà il Memorandum d’intesa di giugno: l’Iran «non ha fretta» di riaprire Hormuz – dice l’uomo del regime – e le navi dovranno coordinarsi con Teheran. Dopo Larak, quel corridoio appare ancora più incerto.
Intanto, da Israele arriva un video spietato. Il titolare della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir lo posta dal carcere di Damon, dalla sezione femminile. Si intravedono le sagome delle detenute, mentre il ministro rivendica il giro di vite sulle loro condizioni: «I campi estivi nelle prigioni sono finiti». Netanyahu tace su questo, ma accusa l’Unione europea di tollerare l’«occupazione illegale» turca di Cipro, rispondendo alle critiche di Bruxelles sugli insediamenti. Poi c’è Gaza, dove non c’è mai pace: un raid israeliano uccide Hussam Nusair e un bambino di tre anni, Tayyem Hamdan. L’esercito dice di aver colpito un miliziano di Hamas.