La Stampa, 29 agosto 2026
Kevin Warsh, così diverso da Trump
Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve (e quindi equivalente ai governatori delle banche centrali europee, a cominciare dalla Bce) è un repubblicano come Donald Trump, presidente degli Stati Uniti. Eppure, sarebbe difficile trovare due persone più diverse tra loro. E questa è una buona notizia dal punto di vista del governo della moneta americana.Prima di occuparsi della banca centrale del suo Paese, Warsh è stato un finanziere tradizionale, cauto e riservato. Il passato di Trump, prima che entrasse in politica, era invece quello di immobiliarista, molto attivo e molto presente nella scena pubblica, soprattutto nella sua New York. Trump tende a drammatizzare o, all’opposto, banalizzare tutto; è capace di parlare in pubblico anche più volte al giorno, non gli importa di esasperare gli animi, anzi. Warsh, al contrario, come la maggior parte dei governatori di banche centrali, tende a minimizzare e, in ogni caso, a parlare poco. Nel suo discorso di ieri, all’inizio dell’annuale e riservatissima riunione dei principali banchieri centrali del mondo nella bellissima località di Jackson Hole nelle Montagne Rocciose, ha sottolineato gli aspetti “normali” – o appena leggermente favorevoli – della situazione economica degli Stati Uniti.Trump promette, viceversa, che cambierà tutto. Warsh assicura che prenderà atto di quanto sta succedendo nell’economia americana e che “addolcirà” le condizioni finanziarie – ossia adotterà una politica monetaria espansiva, come vorrebbe il presidente – solo quando si saranno consolidati i miglioramenti di fondo, ancora incerti, dell’economia americana.Dietro a queste differenze, ragionevolmente collegate al panorama politico-economico degli Stati Uniti, c’è, però, un mondo che cambia. Dal punto di vista dell’economia, gli Stati Uniti sono bravissimi in alcune aree molto avanzate, oggi fortemente legate all’intelligenza artificiale, ma al loro interno i divari tra ricchi e poveri non sono mai stati così elevati e il valore del dollaro appare troppo alto perché il paese possa sostenere con successo la concorrenza internazionale.Per non parlare di certe quotazioni di Borsa, forse più consone a una sala di scommesse che a un mercato finanziario moderno, il cui compito dovrebbe essere quello di spostare risorse dal risparmio verso chi ha programmi di investimento. Pur rimanendo la principale moneta mondiale, il dollaro viene sempre meno utilizzato nei rapporti di scambio che non toccano gli Stati Uniti, soprattutto quelli tra i paesi emergenti.Troppo spesso ci dimentichiamo, inoltre, che i Paesi Brics potrebbero lanciare una nuova moneta internazionale; i Paesi dell’euro, dal canto loro, ovviamente non utilizzano la moneta americana nei loro rapporti interni. Insomma, che usino i toni razionali di Warsh oppure quelli battaglieri di Trump, gli Stati Uniti corrono il rischio di costruire una “fortezza America”, con un’influenza sempre minore nel resto del mondo, in parallelo con quella crescente di Cina e India. Questo rischio sta aumentando via via che si avvicinano le elezioni di metà mandato dove più ancora che le differenze nei sistemi di votazione tra i diversi stati, dovrebbe preoccupare tutti la mancanza, tra le fila del Partito Democratico di personaggi politici di statura nazionale in grado di presentare una vera alternativa al trumpismo.