La Stampa, 29 agosto 2026
Kiev-Kremenchuk tra missili e droni
Il treno parte in perfetto orario, circostanza non banale in un Paese in guerra, dove gli aerei non volano e le ferrovie sono perennemente sovraccariche. Il caos della stazione di Kyiv cede il posto al rituale rigido e rassicurante del viaggio, rimasto quasi immutato ancora dall’epoca sovietica: il capotreno porta il tè e il caffè, a pagamento si possono aggiungere dei biscotti, che la signora bionda con il posto al finestrino prende subito. È un po’ ansiosa: il treno arriva a destinazione poco prima di mezzanotte, quando scatta il coprifuoco, e lei teme di dover rimanere a dormire in stazione. Un nervosismo che denota subito qualcuno poco pratico dell’Ucraina, e infatti Galina dice di essere rientrata dalla Germania. La sua dirimpettaia, una donna corpulenta con una massa di ricci neri, le spiega che il coprifuoco non riguarda chi è in viaggio, e che basta mostrare all’eventuale pattuglia il biglietto per poter prendere serenamente un taxi. Parla ucraino, anzi, quella versione imbastardito dell’ucraino che si chiama surzhik e che una volta denotava gli ucraini che cercavano di utilizzare la lingua dell’impero, mentre oggi caratterizza semmai i russofoni che tentano di comunicare nella lingua ufficiale.Il treno punta verso Sud-Est, a Kremenchuk, una delle città industriali che nel ’900 hanno attirato dalle campagne migliaia di persone per le quali l’urbanizzazione e la russificazione sono state un processo sincronizzato. Oggi, l’ucraino si sente ovunque, ma Galina sembra provenire da un’epoca precedente, e non solo insiste a parlare russo, ma fatica a capire l’ucraino. Circostanza rara, e la signora dai capelli scuri la guarda con malcelato fastidio, ma il suo mestiere – fa la medica di famiglia – le impone di aiutare il prossimo, e spiega pazientemente tutte le istruzioni per l’uso dell’Ucraina in guerra: come installare l’app che fa suonare l’allarme aereo, quali canali Telegram seguire per capire quanti droni e missili stanno arrivando. Galina ha paura di avvicinarsi a un centro commerciale: a Kryvy Rih c’è appena stata una strage nel mall locale centrato da un missile, e la rete di supermercati Epizentr vorrebbe chiudere i punti vendita di Odesa e Zaporizhzhia, dopo aver subito attacchi in serie. Nessuno ha il coraggio di rassicurarla, anche se la dottoressa prova goffamente a spiegare che gli attacchi ai centri commerciali sono in realtà comuni, sono iniziati già nei primi giorni dell’invasione russa, e che lei ha avuto tra i suoi pazienti una ragazza andata nel giugno del 2022 a festeggiare il compleanno del padre nel grande Amstor di Kremenchuk: «Il babbo è morto sul colpo, la sorella ha perso una gamba, lei se l’è cavata con qualche scheggia».Qualcosa si incrina irrimediabilmente nella chiacchierata, e Galina scuote la testa: «Mi ricordo quel giorno, terribile. Ero ancora in Ucraina, siamo andati via dopo». Inutile chiedere il perché, forse anche inutile chiedere da dove, ma lei decide di specificare: Pokrovsk, la città del Donbas su cui i russi rivendicano un controllo totale, dopo averla ridotta in macerie. «Prima hanno colpito gli appartamenti all’ultimo piano, poi buttato giù la nostra scala, poi tutto il palazzo, e non ho ancora capito perché. Avevamo una vita normale, facevo la parrucchiera, ora non ho più una casa, nessun luogo dove tornare. E nessuno da cui tornare, mio figlio è morto difendendo l’Ucraina».La guerra entra nello scompartimento e si siede al tavolino con il caffè, spazzando via le differenze linguistiche insieme alle briciole dei biscotti. Galina racconta di non essersi ambientata in Germania, «a imparare quella lingua non ci provo nemmeno», ma ha paura a muoversi in Ucraina, tra allarmi e bombe. La dottoressa, Tamara, le racconta della vita sotto i droni – «una volta ne ho beccato uno mentre tornavo a casa da un paziente, mi sono buttata a terra e mi sono coperta la testa con le mani, perché così ti proteggi dalle schegge» – mentre cerca di telecomandare via telefono la figlia di 19 anni che ha perso l’aereo da Milano a Strasburgo, dove la attende uno stage. Sembra quasi più preoccupata per la figlia che per la traversata di mezza Ucraina nella notte. Quando origlia il capotreno che ha ricevuto l’ordine di evacuazione, lo riferisce agli altri passeggeri con tono tranquillizzante: «Ora ci faranno scendere».Il convoglio si ferma nella notte, in mezzo ai campi, sotto una pioggerellina leggera. Gli impiegati della ferrovia fanno sbarcare tutti e ordinano ai passeggeri di allontanarsi ad almeno 100 metri. Significa entrare nel bosco, e il buio pesto si illumina dei puntini rossi delle sigarette accese e del bagliore bianco degli schermi dei telefonini, mentre i video dei messaggi spaventano gli uccelli annidati nel fogliame. La locomotiva lancia un fischio, si riparte, per fermarsi di nuovo dopo appena 10 minuti. Allarme droni, bisogna nascondersi dietro il caseggiato della piccola stazione in mezzo ai campi, anche se i capotreno ridacchiano e scherzano, quasi come stessero partecipando a un gioco. Intorno si stende nel buio una campagna uscita da un racconto di Gogol, con l’odore della terra umida e della menta, l’erba che arriva al ginocchio, lo stridore dei grilli e il gocciolio della pioggia, la piccola casetta imbiancata del custode della stazione e i meli pieni di frutti giganteschi, che i passeggeri più scaltri cercano di recuperare ingegnandosi a piegare i rami con i manici degli ombrelli.Quando si riparte, gli scompartimenti risuonano di risatine nervose. Tamara ipotizza che il vero rischio è all’entrata nella città, perché i droni potrebbero puntare sul lunghissimo ponte che attraversa il Dnipro. Il treno accelera, come a voler superare più rapidamente il pericolo, e Galina dice, in perfetto russo, «che siano maledetti questi russi, che vita ci fanno fare». Racconta che nella sua città, Pokrovsk, «parecchi erano rimasti ad aspettare l’arrivo dei russi, anche sotto le bombe, forse speravano che li avrebbero riempito di soldi e invece gli hanno bombardato le case». «Erano tanti?», domanda Tamara, e racconta del suo zio preferito, Boris, che abita in Russia: «Mi ha detto che non c’era nessuna guerra, che mi ero inventata tutto, che i russi non bombardano nessuno, e io ero vittima della propaganda nazista. Ho smesso di parlargli». Galina si rabbuia. Poi dice che lei in realtà ha un altro figlio, che è scappato in Russia e che non le risponde più ai messaggi. La dottoressa prova a consolarla, dice che è vittima della propaganda e che «un giorno, quando tutto finirà, magari…». L’urlo della sirena la interrompe. L’allarme aereo è ripartito, ma intanto il treno è arrivato a destinazione, una piccola folla si riversa nel piazzale davanti alla stazione, tra clacson delle auto e telefonate concitate. Tamara e Galina prendono un taxi insieme. Da lontano arriva un botto sordo: un missile balistico è esploso in un sito industriale in periferia.