Corriere della Sera, 31 agosto 2026
Referendum per l’ingresso nell’Ue, in Islanda vince il no
«Se l’Europa avrebbe potuto fare di più per segnalare flessibilità, nei nostri riguardi, non sta a me dirlo. Ma questo referendum è servito a molti, in patria e all’estero, per capire che agli islandesi importa moltissimo della pesca». Domenica mattina, urne chiuse da poche ore, la premier Kristrún Frostadóttir incontra i giornalisti di mezzo mondo. Lo spoglio dei voti ha parlato chiaro: il 52,8% degli islandesi è contrario anche solo a riaprire le trattative con Bruxelles per entrare nell’Ue. Nel Nordovest dirimpettaio della Groenlandia, terra di fiordi e pescherecci, il 63%.
Le feste dei comitati elettorali del «sì» e del «no», sfrenate in due saloni a due civici di distanza della stessa via, sono finite all’alba; qualche giornalista è in hangover. Ma l’incontro con le Valchirie – così la stampa nazionale chiama le donne del governo – è stato indetto prestissimo, nella luce di un salone della sala concerti Harpa, monumento cittadino.
Kristrún Frostadóttir, classe 1988, la più giovane premier della storia del Paese, sul referendum aveva messo la faccia, inserendolo nel programma e anticipandolo dopo le uscite di Trump sulla Groenlandia. Con lei ci sono la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, fautrice del «sì», e la ministra dell’Educazione Inga Sæland, fautrice del «no». Anche per le divergenze nella coalizione il referendum, consultivo, è stato dichiarato vincolante: era nei patti, cioè, che la volontà degli elettori sarebbe stata rispettata.
«È una vittoria per la democrazia, non una sconfitta per noi», sorride Frostadóttir. «Ha votato l’80% degli islandesi». Si acciglia solo alla domanda sull’Europa, e stringe la mascella: «non sta a me», certo, dire se la procedura per l’allargamento è adatta. Ma la mimica facciale va oltre.
Per il resto: il governo non cade, ma «è chiaro che lasceremo cadere la questione» e di adesione alla Ue non si parlerà per molto tempo: «Non si può fare un referendum così ogni due anni». La domanda di adesione alla Ue, sospesa nel 2013 ma non ritirata formalmente, sarà ritirata ora? «Ne discuteremo in Parlamento. Questo capitolo sarà chiuso nel modo migliore».
Una questione emotiva
La pesca è «per noi islandesi una questione emotiva», ha ripetuto la premier. In più, l’industria peschiera produce il 6% del Pil e il 40% delle esportazioni nazionali. E i regolamenti Ue che l’Islanda avrebbe dovuto accettare in tema di pesca sono «peculiari», spiega Gunnar Þór Pétursson, professore di diritto europeo all’Università di Reykjavík e coautore di un rapporto per il governo sui possibili effetti dell’adesione. «Ci sono quote massime di cattura decise ogni anno da Bruxelles. L’Islanda però decide già da sé le sue quote e il sistema funziona. Molti si sono chiesti perché cambiarlo».
Negli anni dalla Ue sono arrivati segni di apertura. Il commissario alla Pesca Costas Kadis ha detto più volte che «c’è spazio per una certa flessibilità». Ma non è bastato. «È possibile in linea di principio fare deroghe ai regolamenti Ue, e ci sono anche i precedenti», spiega Pétursson: «Malta e Danimarca per esempio hanno potuto mantenere i loro divieti all’acquisto di immobili per chi non è cittadino da almeno 5 anni. Ma le eccezioni devono essere accettate da tutti gli Stati membri, e introdurle quindi non è così semplice».
Da più di una voce vicina al governo, in massimo anonimato, arriva la considerazione che l’Europa «non può dire a tutti i Paesi candidati di mettersi in fila, come se uno valesse l’altro». L’Islanda è già membro del mercato unico, ha i conti in ordine, una democrazia avanzata. Avrebbe risentito dell’essere trattata come altri aspiranti, che magari faticano con le riforme.
Il fronte del «no»
Non a caso tra i contrari alla ripresa dei negoziati ci sono stati convertiti illustri. Su tutti l’ex premier Katrín Jakobsdóttir. Un suo comizio per il «no», a tre giorni dal voto, sembra avere spostato molte preferenze: «Dirò no, no e ancora no». Nel 2009 aveva votato a favore dei negoziati. Ha cambiato idea constatando che «non si facevano progressi» su pesca e agricoltura.
Tra le voci euroscettiche del dibattito hanno fatto più scena, nella stampa internazionale, balenieri ed eccentrici come il meteorologo Haraldur Ólafsson, che paventa «il ritorno della violenza politica» se l’Islanda entrasse nella Ue. Ma il fronte del «no» ha avuto esponenti bipartisan. Tra i contrari da sinistra c’è stata ad esempio la sindacalista Sólveig Anna Jónsdóttir, presidente del sindacato Eflin, per cui «l’Ue è un progetto neoliberale», e «gli interessi dei lavoratori sono meglio protetti standone fuori». Ha condiviso così la posizione della nemica naturale Heiðrún Lind Marteinsdóttir, direttrice dell’associazione delle industrie peschiere: Bruxelles, ha detto, «non ha mai garantito eccezioni credibili alle sue politiche». L’Europa vista da questa metà di Reykjavik resta un’idea lontana, quasi ostile.