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 2026  agosto 29 Sabato calendario

Io la conoscevo bene, è il film della vita di Paolo Virzì

A ventun anni Paolo Virzì voleva essere «newyorkese, possibilmente berlinese». Gassman, Tognazzi, Manfredi avevano un difetto: «Mi ricordavano troppo i parenti». Poi al Centro Sperimentale vide Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli e, tornando con la collega Francesca Neri da Cinecittà al Nuovo Salario, quasi non riuscì a parlarne, «eravamo soffocati dall’emozione». Aveva riconosciuto Adriana Astarelli e un cinema da cui fino ad allora aveva cercato di scappare. «Iniziai a vedere un titolo dietro l’altro pensando: questi sono i film che voglio fare».
Che scoprì nel film del 1965?
«Un mondo maschile spietato attraversato da questa bimba di Pistoia, bella, vitale, disponibile alla vita, che sogna confusamente di entrare nel mondo dello spettacolo. Fa la mascherina, la comparsa, cambia lavori, uomini, pettinature. Intorno c’è una fauna maschile che è una giungla: agenti, attori, ruffiani. Tutti prendono qualcosa: il corpo, la bellezza, la speranza, la risata. E nessuno le dà niente».
Non è una vittima convenzionale.
«No. Intuisce molto degli altri, decide di non guardare ciò che le fa male. Ride, balla, canta, cambia amante e riparte. Questa sua allegria animale, questa fiducia nella vita inesauribile rendono il film più doloroso».
Di Sandrelli si è sempre parlato come di un’attrice istintiva.
«Come un bimbo o un arcobaleno che basta riprendere per catturarne l’incanto. Io ci vedo sapienza, ci sono momenti in cui è un’attrice di potenza e originalità rare».
La costruzione del film la colpì?
«È un romanzo a pezzi. L’intreccio principale quasi non c’è, si passa da un episodio all’altro, un po’ come La dolce vita. E ci sono dei tempi morti intensissimi, nei quali viene proprio narrata la solitudine».
In quel ritratto c’è qualcosa che oggi riconosciamo benissimo.
«La mitomania della celebrità. Prima c’era l’ambizione della posizione sociale, della ricchezza. Qui arriva una nuova moneta: la celebrità. È la moneta del nostro tempo. Tutto quel mondo di persone che devono farsi notare nasce anche lì».
Lei a vent’anni si sentiva Adriana: c’entrava l’essere un provinciale appena giunto a Roma?
«Sì, sono stato sia quello che si sentiva inadeguato sia quello pazzo come Adriana, con la spavalderia del “qualsiasi cosa accada andrà bene”. Ero davvero immaturo. Però a ventun anni avevo già perso parecchi capelli e mi vestivo da vecchio, per colpa di Scarpelli».
In che senso?
«Venivo da Livorno con i giubbini di jeans del mercato americano e Scarpelli, dovendo portarmi dai produttori, voleva farmi fare bella figura. Mi portò da uno che vendeva giacche usate ma di qualità: tweed, pulloverino a V, camicia».
Una delle scene più crudeli è quella di Ugo Tognazzi sul tavolo.
«È impressionante già da come entra: la brillantina, gli occhi leggermente strizzati, il sorriso adulatorio verso Enrico Maria Salerno. Poi sale sul tavolo a fare il trenino, c’è questa bullizzazione crudele, resta senza fiato e cala un silenzio imbarazzato, quasi si evitasse di commentare la possibile morte di quel poveraccio. È una scena di branco, di umiliazione».
Le è capitato di essere stato tra quelli seduti a guardare?
«Può darsi. Ma sono stato anche lo zimbello. Da Otello, la trattoria dei cineasti romani, mi diedero il premio “vecchio honoris causa” perché a ventidue anni dicevo cose da vecchio. Una cerimonia pomposa e derisoria. Ero felice di farmi prendere per il culo loro».
La scena in cui abiterebbe?
«L’ultimo commiato alla vita, la danza con il ragazzino. Adriana lo fa salire, mette una canzonetta, lo fa ballare, gli dà una carezza. E tu hai già capito che vuole uccidersi. Nessun musicone drammatico: la canzonetta buffa, i tacchi nella casa silenziosa, la parrucca che si toglie, poi il volo nel vuoto. Ma persino il suicidio sembra un gesto di libertà. Questa persona ha fatto quello che le pareva, ha vissuto».
Che ha capito grazie al film?
«Che esisteva il modo esatto di raccontare ciò che mi interessava. Una vita dove si cambia, si ride, si sbaglia. Quest’allegria animale della persona disperata. E che poteva avere la forma di un film popolare».
Era qualcosa che aveva già incontrato altrove?
«Nelle canzoni. In Un gelato al limon del grande maestro Paolo Conte c’è quel verso, “la sensualità delle vite disperate”. Ecco, quella roba lì. L’avevo trovata nei romanzi, nei cantautori, e qui la vedevo dentro un film classico, in un modo anche sexy, non lagnoso, senza diagnosi psicologica. Pensai: voglio fare anch’io film così».
Adriana è entrata nei suoi film?
«L’esempio più evidente è Anna Nigiotti Michelucci ne La prima cosa bella, Stefania Sandrelli da adulta e Micaela Ramazzotti da giovane. Non è un caso che Anna appartenga a quella stessa famiglia segreta di personaggi femminili».
Che passa anche dalla letteratura.
«Sì, da Carlo Cassola. Mara de La ragazza di Bube, le donne di Un cuore arido: subiscono umiliazioni ma hanno fierezza, dignità. Cassola è stato trattato con sufficienza da certi letterati pomposi, invece per me appartiene a quella nostra letteratura che più si avvicina al grande romanzo russo, a Tolstoj. Anche Mirella de La bella vita è un personaggio che sento cassoliano. Altre cose che ho fatto appartengono forse a questa famiglia segreta che mi affascina».
Un’Adriana di vent’anni che arrivasse oggi a Roma sarebbe davvero così diversa?
«Secondo me ci assomiglierebbe un sacco. Il film sembra proprio oggi: senza telefonini e digitale, ma con lo stesso fervore, la stessa ansia, la stessa voglia e forse la stessa ferocia. Quando arrivai a Roma il cinema era molto più maschilista del mondo da cui venivo. Oggi è cambiato molto, per fortuna. Ma quella fame di vita la riconosceremmo benissimo».