la Repubblica, 29 agosto 2026
Reportage sul fiume Trishuli
Un altro lago in Cina «ha rotto l’argine. Dobbiamo fermarci, dicono che stavolta l’onda sarà ancora peggiore». Sono passate da poco le 12 quando la notizia arriva al cellulare di Amrit, il driver con cui cerchiamo di raggiungere il fiume Trishuli, che insieme al Narayani è diventato l’obitorio del Nepal: sul limo delle sue sponde distribuisce corpi per più di duecento chilometri.
Il viaggio da Kathmandu è una gimcana di curve e tornanti. Salgono e riscendono dalle montagne, sulle strade dissestate dal monsone. Il ponte sulla statale è interrotto, per aggirarlo bisogna passare da lì. Il telefono di Amrit era squillato anche mezz’ora prima, e lui aveva accostato accanto a un piccolo bananeto tra i terrazzamenti di riso: «Mi ha chiamato un collega – aveva spiegato mostrando la foto di un furgoncino distrutto con diversi corpi affastellati – hanno trovato uno dei nostri amici dispersi. Era con la mamma, la moglie e i figli. Tutti morti».
Due giorni dopo il disastro, il Nepal affonda tra notizie sempre più drammatiche sulle vittime – 584 morti e i 2.400 dispersi, compresi i 5 morti e 558 dispersi in Tibet – e previsioni funeste. L’Autorità nazionale per la gestione delle catastrofi ieri ha ordinato a popolazione e soccorritori lungo i fiumi Bhotekoshi e Trishuli di spostarsi in luoghi sicuri. Le autorità cinesi avevano identificato una nuova minaccia nel lato creato da uno sbarramento naturale di ghiaccio e pietroni accumulati alla confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo: due milioni di metri cubi d’acqua che con le previsioni meteo avverse e il ghiaccio che si sta sciogliendo potrebbero doverne accogliere «fino a tre milioni». Con quella pressione crescente, dicevano, se lo sbarramento schiantasse di colpo l’onda sarebbe molto peggiore.
Quando dalla Cina arriva la notizia che il lago ha iniziato a tracimare, nella valle del Trishuli la protezione civile prende il megafono e scende nei villaggi lungo il fiume. «Abbiamo detto a tutti di andare via, di spostarsi subito in alto. L’onda arriverà qui tra due ore», ci racconta Lakman Aryal, un caposquadra che incontriamo alle porte di Galchi, il villaggio lungo il Trishuli. Mezzo paese è affacciato con noi a guardare il fiume, che scroscia lì sotto torbido di fango e detriti. È ancora nervoso, «ma per ora è tornato al livello di sempre», dicono.Così guardi l’orologio e aspetti, perché non c’è nient’altro che si possa fare. Le notizie sono incerte, imprecise, quasi sempre ufficiose. Il lago, lassù nel Tibet, ha tracimato come il collo di una brocca troppo piena o ha sfondato l’argine come una brocca rotta? Non ci sono risposte certe. Galchi, le sue case colorate a due o tre piani, è un villaggio fantasma. Su una balaustra al terzo piano passeggia serena e ignara una scimmia.
C’è ancora tempo per un sopralluogo nel paese prima che l’onda possa arrivare fin qui, e allora giù verso l’unico ponte ancora intatto sul grande fiume. «Ce ne andiamo tra mezz’ora – dice Babisa Adhikori, una ragazza 18enne che aiuta la mamma in un piccolo spaccio alimentare ancora aperto all’ingresso del paese, proprio di fronte alla stazione di polizia. Lì accanto, i soccorritori della protezione civile stanno salendo su un camion: «C’è l’ordine di sospendere le ricerche, sta arrivando l’onda ed è pericoloso. Ieri – dice ancora il caposquadra Aryal – abbiamo trovato sei corpi interi e molte membra». Più giù, decine di persone sono ferme sulla sponda a vedere il fiume, sfidando il cronometro della piena. Una passerella di ferro lunga forse duecento metri collega le due sponde. Sul greto immenso divorato dalla piena ci sono un paio di case mezze sommerse, ma non ci sono state vittime. Lì, ecco il ponte giallo di ferro, qualche auto ancora lo attraversa. Quando si avvicina l’ora del pericolo, mentre risaliamo, un aggiornamento positivo: la brocca non è rotta, «la piena è meno grave»; anche se il lago resta alto e lo sbarramento naturale può cedere da un momento all’altro; e riecco dove era finito il resto del villaggio, una comitiva di donne e bambini scende con le tuniche colorate da una stradina laterale che inerpica. «Ci hanno chiamate i mariti, per ora non c’è pericolo – dice Sandra Wata, 45enne casalinga con due ragazzine accanto – torneremo su stanotte. Sono già due notti che dormiamo nella scuola. Siamo più di cinquecento persone da tutto il paese e dalle frazioni intorno. In 30 anni che vivo qui, è la prima volta che non ci fidiamo a dormire in casa».
E allora via, riprendiamo il viaggio fin dove si arriva. In direzione del Tibet, per ora irraggiungibile perché non sono saltati solo i ponti sul fiume ma anche quelli sul lungofiume, e qui e là la piena ha morso anche la strada mangiandone tratti. Il primo ponte squinternato su un minuscolo affluente lo troviamo dopo pochi chilometri, ma con cautela si passa ancora. Il panorama è agghiacciante, i giganteschi bambù piegati dalla corrente, la ferita di malta grigia che si estende ovunque, enormi dolmen di pietra o terra che la corrente ha scolpito a abbandonato sul nuovo letto infinito del fiume. Qui, a casa di «Ramesh Rai figlio di Nepal Rai», c’era risaia e ora pare un lago di cemento appena impastato da una betoniera. Li ha salvati lui, dicono i vicini. «Ero nel campo, ho ricevuto una chiamata da un amico che abita più su lungo il fiume, mi ha detto “scappa che è arrivata un’onda enorme sta distruggendo tutto” e io ho iniziato a urlare. E urlava anche la gente che passava», che fuggiva in auto e in moto con il clacson a tromba. C’erano tre case, nella risaia. Ne è rimasta solo una, affogata per metà nel limo.
Saliamo ancora, ecco il moncone di un ponte, un villaggio sull’altra sponda in cui sembra che la piena abbia dato una zampata al lungofiume in cui forse c’erano case. Poco dopo, in strada una ruspa rimuove tonnellate di malta. Non si passa. «Siamo tornati a vedere le case, la mia non c’è più», dice un ragazzo.