La Lettura, 29 agosto 2026
I perfidi ritratti di Jean Cau
«Sono posseduto come da una cattiveria dello sguardo, da una crudeltà, e anche da un’angoscia». Pubblicati nel 1985, a sessant’anni esatti, questi Esercizi di memoria di Jean Cau, firma leggendaria del giornalismo francese (prima sull’«Express», poi su «Paris Match»), nonché romanziere, polemista, spirito anarchico e ribelle alle appartenenze ideologiche, si aprono con tre superbi ritratti scritti di modelli che più ingombranti non si saprebbe immaginare: François Mitterrand, Georges Pompidou e Valéry Giscard d’Estaing.
Perfette maschere, ognuna a modo suo, del potere scaturito dai complessi e raffinatissimi equilibri della politica e del consenso, in un’epoca storica in cui la democrazia poteva apparire, in quello che si chiamava «mondo libero», una cerimonia collaudata e attendibile come un fenomeno naturale. Faceva parte del gioco anche la conversazione cordiale, tra gente della stessa buona e vecchia stoffa, infiorettata di battute e magari di qualche sentenza memorabile, con giornalisti sinceri e irriverenti come Jean Cau, che, se sa essere bonario, l’antipatia non è in grado di nasconderla, come si vede nelle pagine dedicate a Mitterrand. Decisamente, quando il modello del ritratto gli è inguaribilmente antipatico, Cau non sa nasconderlo.
In poche pagine, il ritratto del «papa del socialismo» si distende su un lunghissimo arco di tempo: con abili dissolvenze, il racconto procede dal giovane guardasigilli già noto per le sue conquiste amorose, «coi capelli neri e la carnagione bianca», impalato su un marciapiede a Saint-Germain-des-Prés, all’uomo all’apice del potere e della gloria, osservato una notte mentre sale in una macchina con la sua scorta, in rue Jacob. Il saluto è «strano e impassibile», e sembra provenire più dal cappello di feltro che dal presidente, ma quest’ultimo incontro casuale porge a Cau il destro per un bilancio su quell’uomo scaltro e impenetrabile come una maschera orientale, su quel «pimpante cacciatore di ballerine» trasformato dal tempo in un «Nosferatu solenne e cupo».
Georges Pompidou era decisamente più simpatico a Cau, che approva i suoi modi rustici e diretti. «Era una massa di sensualità contadina. Lo sguardo, greve e blu-nero, all’inizio ti accarezzava, ma solo per poi possederti». Cau è un vero maestro nel sollecitare l’immaginazione del lettore, nel fargli vedere quello che ha visto. Le prime pennellate sono decisive, perché scuotono al punto giusto l’attenzione puntando sul «troppo umano», sul tic rivelatore, sul dettaglio fisico che sembra sempre sul punto di tradire qualche invisibile segreto dell’animo.
Cau ha ragione: la psicologia di un essere umano non si rende mai direttamente visibile, consiste in una serie di enunciati troppo vaghi, buoni per tutti e per nessuno. Come sanno i bravi romanzieri, noi non vediamo che dettagli e superfici, non vediamo mai i caratteri in quanto tali. Le apparenze vanno registrate e interpretate senza sovrapporre loro nessuna gerarchia prestabilita: il destino dei singoli individui, per noi mortali, parla solo quella lingua. Il materialismo fisiognomico e comportamentale di Cau è stupefacente, e fa di questi Esercizi di memoria un’esperienza di lettura davvero indelebile.
Ecco come entra in scena, con due frasi brevi e impeccabili, il generale de Gaulle: «Non aveva ossa. I vestiti sembravano ballargli addosso». Altro che body shaming! «Un Orson Welles magro non è immaginabile così come non lo sarebbe un Balzac col fisico di Samuel Beckett». Welles, a Parigi nel 1959 per girare Crack in the Mirror (in Italia Dramma nello specchio), ci rimase male per quel reportage che, oltre all’obesità, non gli risparmiava nemmeno le flatulenze in camerino: proprio come Marlon Brando ci rimase male per la celebre intervista imprudentemente concessa a Truman Capote.
Poco male, ma il vero cuore artistico e psicologico di una scrittura come quella di Cau è un altro: è possibile dosare la ricetta in modo tale che l’irriverenza e addirittura l’oltraggio convivano con la comprensione e l’ammirazione? La posta in gioco non è affatto trascurabile: perché alla fine, sono proprio scrittori scorretti, cronisti-scorpioni come Cau e Capote gli unici in grado di consegnare alla memoria qualcosa dell’umanità di un Welles e di un Brando.
È lo stesso Cau, al termine di un superbo triplo ritratto di Gaston Gallimard, André Gide e William Faulkner, ad accennare alla sua poetica: «La forma del vaso che contiene quella gloria, quella reputazione, quella celebrità o quella ricchezza appassiona il mio sguardo. Basta un piccolo dettaglio, un piccolo foro nella diga, e mi infilo nell’Altro, nell’Essere». Quel «foro» fa ben più che svelare una magagna: garantisce, dell’«Altro», la sua componente più preziosa, quell’indecifrabile pulviscolo di circostanze e limiti che lo rende unico, non replicabile.
Provenzale di nascita (era cresciuto a Carcassonne), di origini proletarie, segretario personale di Jean-Paul Sartre dal 1946 al 1957, Cau aveva conosciuto tutti, in quella Parigi che sembrava ruotare intorno al perno di Saint-Germain-des-Prés. A trentacinque anni, nel 1961, aveva vinto il Prix Goncourt con un romanzo, La pitié de Dieu, «che più sartiano non si poteva», come ricorda Stenio Solinas nella sua postfazione agli Esercizi di memoria. Suscitò molte stizze e polemiche il suo voltar le spalle alla sinistra, per approdare a una sorta di paganesimo tradizionalista, con qualche venatura misogina, che certo non gli dettò le sue pagine migliori. Per aver sostenuto che le donne non erano adatte al mestiere di avvocato dovette pagare un’ammenda di un franco. Fondamentalmente, era un anarchico, ci teneva più di tutto a non aderire a nessun nobile conformismo, e godersi in santa pace, libero da censure, la sua capacità di osservazione e irrisione. Rimase fino alla fine fedele a Sartre, a cui dedica le pagine finali degli Esercizi, senza peraltro risparmiargli qualche affettuosa puntura.
Tra tutte le pagine di questo libro quasi interamente citabile sceglierei, come emblematiche dell’arte di Cau al suo massimo livello, quelle su Jacques Lacan che fa ginnastica in palestra. Forse solo il giovane Alberto Arbasino, qui da noi, avrebbe potuto raggiungere questa allegra perfidia. Rivestito della sua «folgorante tuta color vinaccia», mentre «agita le braccia come fossero pale di un mulino» e saltella «staccandosi di due centimetri dal suolo», il grande psicoanalista si rivela al lettore di queste pagine di vertiginoso umorismo descrittivo come mai, c’è da scommetterci, nessuno l’aveva pensato.
Merito del testimone di questo buffo prodigio, di «quelle trance orfiche, di quelle danze segrete, di quei sussulti di terrore che sconvolgevano il corpo mortale del dottor Lacan, cervello immenso, convinto di fare ginnastica». Ancora una volta, frequentando la stessa palestra, Jean Cau si era trovato nel punto di osservazione più propizio a osservare ciò che dei suoi simili più lo ispirava: l’universale sottomissione alla gravità, alla mortalità, al ridicolo involontario, che non fa eccezioni per nessun grande spirito. E i dialoghi tra Lacan e il paziente istruttore («Sto facendo progressi, vero ?», «Sì dottore») si stampano nella memoria come meravigliosi frammenti del teatro dell’assurdo.