La Lettura, 29 agosto 2026
Fuori dalla prigione di Ciudad Juarez, un italiano aspetta i ragazzini
Dalla sabbia ai canyon, dall’ocra all’argilla, dalle ombre ai tramonti, le gradazioni e le sfumature del color marrone sul manto, sul muso e sulle zampe del puma son quelle stesse della sierra e del deserto dove esso caccia e dove esso infine muore, in tutto questo tempo evitando, poiché non gl’interessa affatto come preda, l’uomo che incrocia le sue piste nell’attraversare lo Stato di Chihuahua, uno dei 31 del Messico, diretto al confine con gli Stati Uniti per provare a superarlo. Ma sappiate che una volta divenuto un cumulo di resti, il puma può essere scambiato per un uomo in considerazione di certe sue ossa lunghe somiglianti, quali il femore, l’omero e la tibia, che a un’iniziale esame ingannano sul serio. Allora capita, tutt’intorno a Ciudad Juárez, dalla sabbia ai canyon, sulla sierra e nel deserto, dalle ombre ai tramonti di quell’arancione che sembra abbia preso fuoco, capita che i migranti in cammino dal Messico medesimo, e da Guatemala, Honduras, dal Salvador, e da Cuba, Haiti, dal Venezuela, anche dalla Cina di recente, nel dubbio che sia la carcassa di un puma e non il cadavere di uno come loro, capita che nemmeno recitino una preghiera, nemmeno sacrifichino minuti a sotterrare e inventarsi una croce legando pietre e pezzetti di legno di mesquite oppure d’agave così da imbastire un pietoso funerale.
Amen y adelante.
Vanno avanti, avanti e sempre avanti, i migranti, altrimenti non sarebbero tali, ma diretti verso dove, ormai chissà. L’area è quella di Anapra, il più dei giorni senz’acqua né corrente, zero fogne o quasi, ridotta scolarizzazione, analfabetismo forte, una periferia disgraziata di Ciudad Juárez, sul lato ovest, come case delle baracche assemblate anche coi pannelli pubblicitari delle elezioni presidenziali del 2024, quando Claudia Sheinbaum, fisica, figlia di ebrei messicani, sconfisse Xòchitl Gálvez, ingegnera informatica, mamma meticcia e papà indigeno.
Ciudad Juárez conta un milione e seicentomila abitanti e confina con la texana El Paso: una volta formavano un’unica città, adesso sono divise da ponti, trafficate strade, il fiume Rio Bravo e il famoso muro. In coincidenza di Anapra stanno tirando su il muro negro, appunto di colore nero, una struttura dalle altezze potenziate rispetto ai passati blocchi (9,1 metri contro gli attuali 5,5 della linea di frontiera) che in taluni tratti prevede una doppia cancellata, un corridoio interno per il transito delle guardie, e una rimodulazione completa delle apparecchiature, del personale e delle tecniche di videosorveglianza; un miliardo e mezzo di dollari investito dagli Stati Uniti per il cantiere che poggia su operai e muratori messicani immigrati negli Usa, il che dovrebbe far notizia ma non lo fa, è storia antica.
Eccoli, i lavoratori, al sole, canottiere da basket taroccate impregnate d’acqua schiacciate sulla testa mentre in pausa bevono bottiglioni di bevande gassate, marchi stranieri per un flagello nazionale, nei supermercati si fatica a scovare, per esempio, lo spazzolino da denti, scaffali e scaffali e scaffali di prodotti zuccherati, biscotti & caramelle: in Messico il consumo medio di bevande gassate è di un litro ogni due giorni, vi sono le versioni delle bottiglie in scala minore create apposta per bimbe e bimbi; il diabete colpisce a oltranza la popolazione (uno su quattro è affetto dalla patologia) però manca prevenzione, manca diagnostica precoce, e in età adulta abbondano le amputazioni delle gambe – il mercato delle carrozzine è una redditizia sfida a brevettare prodotti leggeri, elettrici, agili da manovrare.
Ve ne sono anche alla Tenda, di carrozzine, e la Tenda sta per Tenda di Cristo, una struttura costituita nel 2001 da un sacerdote italiano, don Francesco Zambotti, e diretta da un altro italiano, Davide Dalla Pozza, 52 anni. Costui un’esistenza fa aveva una ditta di trasporti, venne in Messico come volontario, gli serviva una parentesi, cercava altro e altri, già aveva prestato servizio nelle comunità di don Antonio Mazzi, la sua generazione è una delle maggiori falciate dalle epidemie di eroina. Venne e rimase. Breve fase di apprendimento, quindi la promozione e la nomina a capo, non senza sincera sorpresa. Sua soltanto, beninteso. È uomo che rifugge il vanto, gli piace semmai sudare e risolvere problemi pratici, sa cucinare, riparare, ascoltare, sa sdrammatizzare poi perdendoci il sonno, assorbendosi le angosce altrui, lamentarsi mai, l’iconica razza veneta, ci siam capiti. Alla Tenda le carrozzine servono ai malati di Aids, e l’Aids, mai come in questi ultimi periodi, è un’ulteriore devastazione (secondo i report sanitari, ogni giorno si registrano in Messico 35 casi) a causa della promiscuità sessuale senza protezioni e delle siringhe di droga scambiate. A Dalla Pozza spediscono quelli prossimi al decesso: stiamo a pranzo in mensa vicino a un signore colto da paralisi che ha smarrito la parola, ora veste in ordine, muove delicato le posate, e a un altro signore che, approdato alla Tenda, pesava, scavato dalla malattia, trenta chili; quanto gode nel mangiare, concentrato, tortini di mais e creme di fagioli!
Dalla Pozza offre posti letto, cibo, cure mediche, fisioterapia, supporti psichiatrici, laboratori per imparare mestieri (fornai, barbieri, giardinieri), uno studio musicale, una ludoteca. Alto, dalla significativa presenza scenica, appassionato degli eroi della rivoluzione messicana iniziando da Emiliano Zapata, il nome di battesimo di uno dei figli, egli dice: «Il mio primo caso alla Tenda riguardò un ragazzino detenuto nel carcere minorile, che dista pochi chilometri da noi. Abbiamo un programma fitto di progetti, col carcere. Alejandro ti spiegherà. Dunque, andai in carcere e domandai quale fosse il profilo più compromesso: risposero quello di un adolescente che aveva ucciso mamma e papà. Lo portai alla Tenda. Da undici anni il nostro percorso continua. Ha un lavoro, viene a fare il volontario. Il futuro? Il momento più buio non è quello dell’azione feroce, ma gli anni che seguono». Come, Ciudad Juárez non è la geografia per antonomasia delle immense trame criminali, degli agguati di bande e raffiche di mitra, degli sceneggiatori stranieri che saccheggiano le cronache tirando su denaro nel raccontare i cartelli del narcotraffico?
Oswaldo Zavala, 51 anni, nativo proprio di Ciudad Juárez, docente di Letteratura latino-americana alla City University di New York, ha pubblicato un libro per confutare il pensiero comune (Los cárteles no existen, edito nel 2018 da Malpaso). Sostiene che la violenza dei narcos potrebbe essere una conseguenza, ancor prima della loro stessa condotta criminale, della militarizzazione dello Stato. Nel 2010 Ciudad Juárez contò tremila omicidi. I cartelli erano in guerra. Volavano letteralmente cadaveri sui parabrezza agli incroci. Però caddero uccisi operai, impiegati, studenti, imprenditori, ragionieri, artigiani, persone prive di contiguità coi narcos, non malavitosi; parimenti, i cartelli contavano e contano non su formazioni in forma esclusiva di organigrammi, gradi, addestramenti, ma su agenti e altri ufficiali statali corrotti, su sicari a pagamento senza padroni fissi...
L’Alejandro prima introdotto da Dalla Pozza ha 43 anni, si chiama per intero Alejandro Sapién, e come ogni altro operatore della Tenda non è cresciuto nella bambagia; s’è laureato in Sociologia, segue gli adolescenti reduci dal carcere: «Devono ricostruirsi e beneficiano di spazi, di ascolto, dell’aiuto disinteressato degli adulti, per prendersi queste consapevolezze: “Sono qualcuno, sto al sicuro, mi rispettano, mi scopro, posso decidere, e pure posso guadagnare”»; infatti alla Tenda vendono orecchini, collane, autoritratti. In uno di questi la ragazzina Lluvia, nome femminile che significa Pioggia, ha occhi color verde oliva che annunciano al mondo d’esserci.
Charles Bowden (1945-2014) è stato il primo cronista a narrare di Ciudad Juárez, dove lui, americano di Chicago, approdò occupandosi di un omicidio, negli anni Novanta. Virtuoso del mestiere dell’osservare e del resocontare, associato a Julián Cardona (1960-2020), fotografo di Ciudad Juárez, Bowden inquadrò la città per quello che ancora è: il simbolo delle contraddizioni dell’economia globale. Metà degli spazi industriali sono occupati da aziende Usa, agevolate dagli accordi tra i presidenti Donald Trump e Sheinbaum, e dai soliti bassi costi della manovalanza locale nonché dal territorio dello Stato di Chihuahua ricchissimo dei minerali, come il rame, fondamentali per il processo produttivo dell’IA, l’intelligenza artificiale. Il sorgere di nuovi data center, le fabbriche fisiche dell’IA, registra una poderosa presenza a Ciudad Juárez di aziende di Taiwan, leader nella produzione di chip avanzati. I report elencano altre multinazionali presenti sul territorio, da Canada, Giappone, Germania e Svezia, per i settori delle auto elettriche, dei cablaggi, dei farmaci, anche se, in generale, il peso specifico dell’intelligenza artificiale è dominante – forse una futura Silicon Valley messicana? – e dovrebbe in teoria sollevare, nei governanti, il seguente dilemma: l’IA ha bisogno di acqua, milioni di litri d’acqua per i sistemi di raffreddamento dei computer, però a Ciudad Juárez la crisi idrica già crea emergenze ai cittadini. Chi se ne frega. Non si guarda sotto, alla falda, ma in alto, alla «Torre sentinella», il grattacielo di ventuno piani, centro di controllo nello Stato di Chihuahua di 12 mila telecamere, 90 droni, lettori automatici di targhe e sistemi di riconoscimento facciale. Costo 4 miliardi di pesos messicani, 230 milioni di dollari. In Messico lo stipendio medio è di 7 mila pesos messicani, 400 dollari. A Ciudad Juárez, per un appartamento in affitto di due/tre stanze, possono servire 13 mila pesos al mese. Il che amplifica la permanenza di diverse famiglie. Sovraffollamento. Il reato compiuto dalla maggioranza dei detenuti del carcere minorile riguarda gli abusi sessuali; gli aggressori sono stati in prevalenza vittime di analoghe violenze. La percentuale di denunce è zero; l’aguzzino spesso è quello, l’unico, che porta lo stipendio, tiene in piedi tutti gli altri. Madri, vecchi, infermi, fannulloni.
Non conviene spedirlo in galera.
«A luglio» dice la reporter del «Diario di Ciudad Juárez» Hérika Martinez Prado, «i femminicidi sono stati 31. Ne sono stati certificati tre. Negli altri 28 episodi le autorità ipotizzano il suicidio». Laddove inscenato dal carnefice, il suicidio è preso come causa del decesso: è colpa delle donne. Se la son cercata. Si sono spente per depressione, debiti, disagio mentale. Non reggevano.
Ciudad Juárez ha avuto come esploratore Roberto Bolaño (cileno, 1953-2003). La località di Santa Teresa, ambientazione del suo libro 2666 edito da Adelphi, in realtà è la stessa Ciudad Juárez. Nelle pagine di Bolaño l’omicidio diviene pratica routinaria e il narcotrafficante somiglia a un impiegato che cammina in strada verso l’ufficio anziché a un pregiudicato tamarro, tatuaggi e mèches e suv. La variegata normalità della violenza. «A Ciudad Juárez», dice il professor Salvador Salazar Gutiérrez, accademico e investigatore, vanto locale per mente e coraggio, per gli amici italiani Sasà, 50 anni, «generazioni di bambini sono stati abituati a osservare una realtà di militarizzazione. Al terrore si rispose – risponde – con l’esercito, i posti di blocco, gli stabilimenti dismessi trasformati in basi militari. Sfoggio di muscoli, armi, uniformi». Salazar Gutiérrez è stato perito (contro il Messico) nel caso Alvarado Espinoza alla Corte interamericana dei diritti umani. Il 29 dicembre del 2009 tre persone, gli Alvarado Espinoza, vennero prelevate da casa. Pacifici cittadini. In azione, una squadra di soldati. Colpire all’improvviso. Alzare la tensione. Imprimere angoscia nell’angoscia: davvero erano militari oppure soldati travestiti?
I tre non sono mai più stati rinvenuti.
In Messico i desaparecidos sono 130 mila. Femminicidi, vendette, rapine. Sui muri di Ciudad Juárez si seguono annunci di sparizioni. Ci sono anche ragazzini detti coyotes. Accompagnano i migranti lungo la frontiera. Attraversare il Rio Bravo. Scavalcare il muro. Son le famiglie a consegnarli ai trafficanti. Garanzia di denaro. Tra Ciudad Juárez ed El Paso, le ultime dritte ci danno in aumento il circuito de los niños, bimbi e adolescenti inghiottiti da giri di pedofili, mafie, reti di potenti.
Hanno paura a indagarci perfino i temerari cronisti messicani.