La Lettura, 29 agosto 2026
n Ucraina le donne si prostituiscono per sopravvivere
«Prima del 2022 mi prostituivo a San Pietroburgo. Lì sono diventata dipendente da metanfetamina. Poi sono tornata a Zaporizhzhia e ora lavoro con i soldati». Sveta ha 36 anni. Ha i denti mangiati dalla droga e smania per una dose. «Guarda, vedi, non li ho praticamente più»: apre la bocca in un finto sorriso. La guerra, in Ucraina, non ha soltanto distrutto città. Ha cambiato il valore dei corpi, il loro prezzo, la loro esposizione. Oltre a ferire e uccidere ha modificato il mercato del sesso, la geografia della dipendenza, il modo in cui un virus come l’Hiv piaga la società.
Sveta continua a spiegare con tono monocorde. «Ci portano al fronte con i pulmini. Ci prendono, ci chiudono nelle baracche, e noi stiamo lì. Arrivano i soldati, entrano, escono. Funziona così». Poi aggiunge: «Sono più violenti di prima. Si vede proprio che diventano sempre più duri. Li guardi e lo capisci subito. Hanno un modo di toccarti, di parlarti, di guardarti, che prima non era così». E ancora: «Fuori ci sono le guardie del corpo. Stanno davanti alle baracche. Stanno lì perché così nessuno fa casino prima di entrare, nessuno scappa, nessuno rompe tutto».
È la prostituzione in tempo di guerra, con la sua nuova organizzazione, con le sue reti criminali che si sono subito adattate allo scenario. È quasi un capovolgimento della vecchia economia del sesso nell’Ucraina post-sovietica. La guerra non ha cancellato il mercato della sopravvivenza; ne ha solo cambiato le regole. «Molte vengono mandate a lavorare dai loro compagni; tante sono vedove e non sanno come sfamare i figli».
Sveta racconta il proprio passato russo come se appartenesse a un altro secolo. «A Pietroburgo c’era tutto un altro giro. C’erano più soldi, più uomini, più movimento. C’era anche più ferocia: una di noi all’epoca scomparve per giorni e tornò ricoperta di lividi, ridotta uno straccio». Ma un tempo quel mondo, per quanto feroce, offriva una mobilità sregolata ma reale: la Russia, l’Ucraina, le grandi città, i clienti di passaggio, i margini da attraversare. Adesso la geografia si è richiusa. L’orizzonte non è più la circolazione, ma la guerra. E in uno spazio più ristretto il virus si muove più velocemente. Sveta dice di essere «pulita», di fare i test. Ma crederle è difficile mentre si gratta il braccio pieno di lesioni.
«Molte donne vengono da noi e dicono di aver preso l’Hiv senza sapere come», spiega Olena Makaia di Positive Women, una ong di Zaporizhzhia che assiste Sveta. Il fronte non resta al fronte. Rientra nelle case, nei letti, nelle coppie, nella salute domestica. La guerra, anche quando si allontana geograficamente, continua a lavorare nei corpi. Non porta con sé solo traumi, dipendenze, aggressività; porta una diversa esposizione al rischio. Con Olena, al telefono, c’è Katya, passata in Germania. Anche lei si prostituiva. Anche lei si drogava. Ora dice di stare meglio. Parla in modo rapido, quasi con diffidenza, come chi non ha ancora deciso se la nuova vita sia davvero una vita nuova o soltanto una tregua. «Lì non riuscivo più a smettere. Mi sembrava che non ci fosse niente oltre quella vita. Adesso almeno mangio, dormo, lavoro un po’. Sto meglio, sì. Molto meglio».
Olena sorride. Per mille Sveta che lei non può salvare c’è una Katya che magari non morirà di Aids. «Ma è già qualcosa». Secondo un’analisi pubblicata dalla ong Legalife-Ukraine, nel 2022, primo anno di guerra, il Pil ucraino è crollato del 29,2%, il tasso di povertà è salito dal 5,5% al 24,2%, e 7,1 milioni di persone in più sono scivolate nella povertà. La disoccupazione, alla fine di quell’anno, aveva raggiunto il 35%. Secondo Legalife, il 71,5% delle sex worker intervistate nell’aprile 2022 non aveva smesso di lavorare dopo l’inizio dell’invasione. Fra il 2022 e il 2023, inoltre, fra il 9,5% e l’11% delle intervistate dichiarava di avere iniziato a prostituirsi dopo lo scoppio della guerra. Quasi tutte descrivevano condizioni peggiori e guadagni in caduta. Nel 2023 il 98% riferiva un netto peggioramento della propria situazione finanziaria, mentre nelle famiglie delle sex worker il reddito medio risultava diminuito tra il 25% e il 50%.
La guerra, oltre ai bombardamenti, ha portato coprifuoco, allarmi aerei, trasporti interrotti, lavoro notturno più difficile da organizzare, strade pericolose. Prima del 2022 molte donne cercavano clienti individualmente, soprattutto la sera e la notte. Con i raid, le sirene e il coprifuoco, tutto è diventato più instabile e rischioso. Dima, un volontario nella zona di Zaporizhzhia, rievoca una delle prime volte in cui è andato in missione. «Dormivo sul pavimento di un ufficio, vicino a un bordello di fronte a una base militare. Vedevo sempre gli stessi uomini entrare con le stesse due ragazze, stanza dopo stanza, giorno dopo giorno. Erano come fidanzate a ore, o a giorni. Ai soldati era proibito bere; allora cercavano altro. Fumare era una cosa. Il sesso un’altra». Poi si ferma sul dettaglio più fisico: «Io non riuscivo a dormire. Sentivo tutto. I rumori erano dappertutto. Ogni stanza era piena di respiri, di grugniti, di lamenti. E quando le ragazze uscivano, erano esauste. Si vedeva che quei soldati scaricavano addosso a loro tutto lo stress, tutta la frustrazione». Dima continua a raccontare: «C’è un segreto che chi lavora al fronte conosce bene, ma di cui si parla pochissimo: le prostitute sono dappertutto. Tutti lo sanno. Tutti sanno che i soldati vanno con loro. Tutti sanno che girano sempre le stesse donne tra gli stessi uomini. Ma questa cosa resta sotto la superficie, come se non facesse parte della guerra». E poi un dettaglio che spiega più di mille parole: «In Ucraina, come in Russia, c’è ancora una specie di stigma contro i preservativi. Si usano poco, troppo poco. E questo al fronte diventa un problema enorme».
Da qui il suo racconto si sposta quasi naturalmente sul contagio. «Le infezioni sessualmente trasmissibili girano molto più di quanto si dica. Gli stessi soldati vanno con le stesse donne, spesso senza protezione, e poi si portano tutto addosso, avanti e indietro». Nel suo elenco compaiono Hiv, epatiti, sifilide, gonorrea. La parte più inquietante del suo discorso riguarda il rapporto fra guerra e condizioni di cura. «Quando hai uomini feriti, sangue, ospedali da campo, posti di stabilizzazione improvvisati, e in più rapporti non protetti e quasi nessun test regolare, il rischio aumenta. Non è solo questione di sesso. È tutto il contesto che fa sì che le infezioni circolino di più e che vengano prese sul serio troppo tardi». Insiste: «Tutti sanno che succede. Ma quasi nessuno ne parla davvero».
Nel Donbass, nell’estate del 2022, gli inviati dei giornali che coprivano il fronte dormivano spesso al motel Man di Druzhivka, vicino a Kramatorsk. Il Man era un crocevia di cronisti e militari. Una sera, lì, Makia, una prostituta che andava con i soldati, durante un blackout a lume di candela e un’abbondante bevuta di birra raccontò la sua storia. Tutti la conoscevano. Anche lei si faceva. Eroina. «Con i militari vado perché pagano. Se no con chi dovrei andare?». Poi, quasi con stanchezza, aggiunse: «Mi faccio per reggere. Se no non ci riesco. Se dovessi sentire tutto, non riuscirei a fare niente». Il Man è stato distrutto dai raid russi, Druzhivka è scivolata nella zona grigia: macerie e droni. Di Makia nessuno ha più notizie. Nessun conteggio di vittime la terrà mai in conto, né quello militare né quello civile. Come un fantasma. E fantasmi sono diventati anche i fidanzati abbracciati alla stazione di Kramatorsk. Alla banchina arrivavano le compagne dei militari in licenza, e insieme a loro c’erano molte ragazze, in cerca di un uomo, di un cliente. Era uno di quei posti dove l’attesa, il desiderio, il sesso e la morte si sfioravano senza mai dichiararsi apertamente. Oggi su quella banchina non c’è più nessuno. La stazione è chiusa e molti soldati non sono più tornati a casa. Sulle scale del cavalcavia vicino al motel Man c’è un cadavere che nessuno rimuove per paura dei droni.
Che sia vero o che sia immaginato, in guerra il corpo delle donne è usato anche come esca, copertura, accesso. Un’inchiesta dell’«Atlantic» racconta che nelle zone occupate una parte della resistenza ucraina sfrutta gli appetiti maschili dei soldati russi e ceceni, la loro convinzione che una donna sia meno sospetta, più facilmente riducibile a interlocutrice sentimentale o sessuale. In un caso, un comandante ceceno è stato indotto da una finta interlocutrice ucraina a inviare una fotografia scattata all’interno della caserma; sullo sfondo dell’immagine c’era una mappa. Pochi giorni dopo quel luogo è stato colpito da un drone. Dietro quella donna si nascondeva un’ufficiale dell’intelligence militare ucraina.
Nelle zone sotto controllo russo costituiscono l’ossatura della resistenza, proprio perché possono muoversi dove gli uomini desterebbero sospetti; lavorare in cliniche, scuole, uffici; sfruttare il pregiudizio russo che non le immagina come combattenti. Un partigiano ucraino, commentando un vecchio manuale di tecniche di catfishing (la creazione di false identità create attingendo a dati online) della Cia, lo dice con brutalità ironica riferendosi agli americani: «Voi bastardi sì che sapete come usare il sesso».
In realtà l’honey trap, la trappola del miele, è un’«invenzione» dei servizi segreti sovietici alla cui scuola si sono formati molti ufficiali ucraini. Nel 2023 la blogger di Kiev ed ex escort Ksusha Maneken ha ricevuto un riconoscimento dalla direzione dell’intelligence militare ucraina, il Gur, per il suo contributo al cosiddetto «fronte informativo». A dirlo è stato lo stesso portavoce dell’agenzia Andriy Yusov, che ha precisato come il suo aiuto fosse stato importante sebbene non riguardasse attività da agente in senso stretto. L’episodio ha suscitato polemiche tanto più che non si sa cosa abbia fatto Ksusha per meritare una medaglia, ma dimostra che in guerra anche figure provenienti dal mercato del sesso possono essere riassorbite nel racconto patriottico.
Questa trasformazione non nasce dal nulla. Molto prima che l’Ucraina diventasse il grande teatro europeo della distruzione, il corpo delle sue donne era già un territorio simbolico conteso. Nell’immaginario occidentale, il Paese appariva spesso come una periferia bianca e disponibile da cui arrivavano badanti, spose, modelle, escort... una geografia del desiderio e della disparità. Non a caso il documentario di Kitty Green sulle Femen, uscito nel 2013, s’intitolava Ukraine Is Not a Brothel. Il film seguiva dall’interno il movimento nato a Kiev, le sue proteste a seno nudo sulla Khreshchatyk, la via principale della capitale, il suo uso del corpo come linguaggio politico, ma soprattutto il suo paradosso: per contestare la riduzione delle donne ucraine a merci del turismo sessuale o a «spose in vendita», bisognava passare attraverso la superficie erotizzata del corpo femminile, sabotandola dall’interno.
La stessa tensione si ritrova in un’immagine di Brent Stirton, scattata nel 2011 a Kryvyi Rih. Il fotografo sudafricano ritrae Maria, sex worker e tossicodipendente, in un interno spoglio. L’immagine vincerà il World Press Photo nella categoria Contemporary Issues e circolerà moltissimo, come se condensasse in un volto l’idea di un’intera regione: povertà, dipendenza, abbandono, femminilità ferita. Ma la giornalista ucraina Natalia Antonova scrisse un editoriale sul «Guardian» per rivendicare l’immagine di Maria non come il relitto morale di un Paese, ma come il ritratto di una persona fiera, composta, irriducibile al cliché. Antonova insisteva che quella foto non autorizzava a dire «ecco l’Ucraina», né tantomeno «ecco le ucraine». Al contrario, costringeva a vedere una persona singolare proprio dove lo sguardo europeo cercava un tipo umano: la prostituta dell’Est, la donna disponibile, il resto tossico del post-sovietico.
Maria, come oggi Sveta, raccontava di non essere infetta. Un’affermazione alla quale pochi credevano perché l’Hiv scorreva e scorre ancora. Alla vigilia dell’invasione Unaids stimava in Ucraina 260 mila persone con infezione da Hiv, di cui 152 mila in terapia antiretrovirale; alla vigilia dell’invasione circa 100 mila persone con Hiv vivevano sulla linea del fronte, incluse 59 mila in terapia. Il sistema di cura ha resistito più di quanto si potesse immaginare: gli antiretrovirali sono stati redistribuiti, le scorte concentrate, le organizzazioni civili hanno supplito. Ma la zona grigia in cui prostituzione, dipendenza e virus si alimentano s’è allargata. Dopo oltre quattro anni non conosciamo i dati esatti di come l’Hiv abbia continuato la corsa sotto le bombe. Sappiamo che la guerra non si limita a uccidere oggi. Ridistribuisce l’intimità, modifica il mercato del desiderio, cambia la topografia della dipendenza, fa dell’Hiv una misura della tenuta sociale. E costringe a vedere che cosa accade quando una nazione, segnata da trent’anni di transizione post-sovietica, si trova a difendere il territorio ma anche la continuità biologica e morale dei più fragili.