Corriere della Sera, 29 agosto 2026
Mondadori ripropone la biografia DUX di Margherita Sarfatti
«Ogni grande guerra, tra i lutti e gli oscuramenti, donò agli uomini almeno un eroe. Solo il cataclisma del 1914-1918 apparve privo di protagonisti».
Margherita Sarfatti inizia così Dux – pubblicato nell’estate del 1926 a Milano da Arnoldo Mondadori —, il libro su Benito Mussolini con cui contribuirà a fondare il mito dell’uomo nuovo, divenuto prima capo del governo, poi della dittatura fascista. Il «duce»: una parola antica, che viene dal tempo in cui Roma era centro del mondo e capitale di un grande impero. Dux diventa subito la più letta tra le biografie che escono su Mussolini, il «capo» degli italiani, «romano nell’anima e nel volto», incarnazione – o «resurrezione» – del «puro tipo italico, che torna ad affiorare oltre i secoli».
Dux è un’operazione mediatica eccezionale per l’epoca e un esempio nuovo di restituzione dei fatti in presa diretta. Sono gli anni dopo la Grande guerra, attraversati dalla violenza, dalle trasformazioni tecnologiche e sociali, in cui editoria e giornalismo sono la novità assoluta e fanno la storia politica, culturale e identitaria di un Paese giovane ma ancora frammentato – per non dire diviso – in lingue dai suoni diversi e per la maggior parte semianalfabeta e poco istruito. Un Paese che ora si ritrova con la dittatura, unito nelle parole d’ordine e in una liturgia politica, celebrativa e collettiva, oggi diremmo partecipativa, che già punisce chi dissente.
A cento anni dalla sua pubblicazione, Dux resta uno tra i documenti più emblematici, testimonianza in presa diretta della costruzione del regime e della propaganda letteraria dell’epoca. Un libro che riletto oggi aiuta a riflettere sui fatti e sulle contraddizioni che attraversarono la storia d’Italia e d’Europa alla fine degli imperi, e che porta con sé riflessioni utili per guardare al futuro.
Scrittrice e critica d’arte, ebrea veneziana, erede di una famiglia influente, tra le poche della comunità ebraica ad avere stretti rapporti con il cattolicesimo, Margherita Sarfatti costruisce a tavolino l’immagine di Mussolini e ne fa l’eroe predestinato degli italiani.
Nessuna delle altre biografie è concepita come una vera e propria strategia di costruzione dell’identità del duce e dell’Italia, che torna a essere grande come lo era stata in passato, e intende riconoscersi e accreditarsi al mondo come Stato. In quel momento Sarfatti e Mussolini sono legati da una storia d’amore, di passione e d’interesse, da cui entrambi pensano di trarre beneficio: lui intento a consolidare il potere, lei il ruolo di critica d’arte e di intellettuale del regime sulle pagine de «Il Popolo d’Italia».
Dux nasce da una lunga gestazione. Nel dicembre del 1923 Sarfatti informa Arnoldo Mondadori che sta già cominciando a lavorare al libro, e all’inizio del 1924 gli comunica che sta già scrivendo. Ancora non c’è il registratore, ma lei annota su piccole schede le frasi ad effetto – le stesse che Mussolini pronuncia durante i discorsi – e le usa con un metodo che sarà poi ripreso da Oriana Fallaci nelle sue interviste; ecco perché ancora oggi per il lettore contemporaneo le frasi di Mussolini, brevi, incisive, apodittiche, risuonano come testimonianze dirette. Sono cronache – Sarfatti le chiama «pettegolezzo storico» – ma anche racconto visivo, concepito per una società ancora in larga misura semianalfabeta, abituata alla narrazione orale. Il suo linguaggio è paratattico: ricorda il ritmo e la scansione dei fregi romani, usa vocaboli, parole e immagini come fossero i punti di un manifesto, per produrre un effetto di immediatezza e di forza. Evoca la ritualità delle parate che precedono le adunate, gli elementi iconografici e simbolici dell’io che si fonde nel-la massa in un processo di nazionalizzazione. Il «tutti» e l’«uno» in cui ogni giovane tornato dalla Grande guerra si riconosce. È il linguaggio sintetico, immediato, a tratti futurista e a tratti ridondante, già retorico, che mira a istituzionalizzare un popolo, una nazione e il suo capo. È un fenomeno che attraversa la Mitteleuropa dall’Austria alla Germania, e che in Italia si va riconoscendo in Mussolini.
Dopo un secolo, ancora colpisce la narrazione in presa diretta dei fatti che portarono alla nascita del fascismo. Ogni capitolo del libro è anticipato da un recap, una sintesi, come all’inizio di ogni puntata delle serie online. Il racconto ha un’impronta modernissima, da storia del presente: a tratti reportage, a tratti riflessione da articolo di fondo. In altri punti si anima di dettagli visivi, talvolta retorici o grandguignoleschi, orrorifici e violenti, in cui Sarfatti invece delle parole usa scene teatra-li a effetto; in altri ancora al posto della penna l’autrice sembra avere tra le mani una macchina fotografica o una telecamera, e trova il ritmo che avrà in America nelle trasmissioni radiofoniche per promuovere la figura di Mussolini.
Mondadori farà di Dux un successo internazionale. È una biografia del capo del governo fascista e allo stesso tempo ci racconta molto anche della sua autrice. Un dettaglio che non era sfuggito allo stesso Mussolini. L’anno prima a Londra era uscita la versione inglese del libro con il titolo The Life of Benito Mussolini. Entrambe le edizioni vengono ristampate più volte in meno di un anno. Sarfatti ne pubblica lunghi stralci sia su «Gerarchia» sia sul «Popolo d’Italia». Il libro è un esempio di divulgazione e di promozione editoriale moderna. Oggi lo si definirebbe un longseller. Ancora nel 1928 è la più letta tra le biografie di Mussolini, nonostante sia la mistificazione esagerata di un uomo per fini politici. Il duce non aveva apprezzato né il clamore pubblicitario né la mistificazione. Dux è, però, un libro volutamente «apologetico» non tanto del fascismo violento, ma della «rivolta dello spirito» che aveva animato e spronato molti giovani italiani a partire per la Grande guerra, e che nella metafora del Milite Ignoto eleva a eroe quei «tutti» e quell’«uno»; perché a una guerra «oscura» e sconosciuta – la prima con tecnologie belliche moderne – corrisponde il «più oscuro» e il più sconosciuto degli uomini, l’uomo del Novecento. Una guerra che non era stata solo – come scrive l’autrice – «un avvenimento militare, ma la scossa di assestamento di un ordine sociale instabile».
In guerra Sarfatti aveva perso il primogenito Roberto, nato il 10 maggio del 1900. Roberto per andare volontario aveva scritto al padre per avere il permesso e la sua benedizione, altrimenti si sarebbe arruolato sotto falso nome. Quando il governo abbassa l’età di reclutamento a diciassette anni, Roberto parte volontario. Nel luglio 1917 è dichiarato idoneo, assegnato al 6° Alpini e inviato a Caprino Veronese per l’addestramento. I suoi genitori non avevano più potuto fermarlo. Di lui non era rimasta che una ciocca di capelli.