Corriere della Sera, 29 agosto 2026
Passeggiata a Cremona dopo la grandine
La passeggiata in città all’indomani del disastro è uno slalom nella poltiglia. Poltiglia di foglie, di fango, di legno, di vetri, di cocci, di parabrezza in frantumi. Chicchi di grandine, si dice, grandi come palline da tennis. La metafora regge, eppure il punto sta nell’intensità, nella furia di quei chicchi scesi in quantità quando nessuno se lo aspettava. E noi barricati dentro a guardare fuori, gli alberi che oscillano e le nostre voci quasi all’unisono: «Adesso crolla, è questione di un istante», le persone che cercano di scappare da quella specie di vortice misto di acqua, vento e polvere, dentro il quale si perde contezza della realtà. Le sirene dei vigili del fuoco: il suono dopo quegli otto minuti di panico che hanno messo sottosopra la città. E allora, timidamente, si esce per contare i danni, con le gambe che sprofondano fino al ginocchio. C’è chi piange, fuori: è comprensibile. Lo fa in mezzo alla strada il proprietario di un’auto, frutto di chissà quali sacrifici, che non è che è rotta: semplicemente non c’è più, perché schiacciata da un albero col fusto largo quanto un letto. E come lei a centinaia, sepolte da tronchi venuti giù come birilli. Qui si conoscono un po’ tutti, puoi mancare per qualche mese ma resti parte della città e della provincia. Lo dicono le telefonate da un quartiere all’altro, in quei momenti concitati, prima che sparisse il segnale. «Alloraaa? Lì da voi?». Il cremonese la allunga, la «a». La trascina. È inconfondibile, come timbro (presente Mina?). Solo che questa volta il tono è diverso. E quelle immagini adesso fanno anche un po’ male al cuore. Eppure c’è un passaggio robusto, nel giorno dopo: il sindaco è costretto a contingentare l’ondata di solidarietà. «Lasciamo lavorare i professionisti, per non metterci in pericolo». Perché saranno pure un po’ «chiusi», i cremonesi, come nella più classica delle dinamiche di vicinato amano definirli i dirimpettai. Ma nel silenzio della mattina dopo, nell’aria risuonava la voce di chi, messa la testa fuori dalla porta, era pronto a darsi da fare. «Alloraaa? C’è bisogno di qualcosa?». È il lato fresco del cuscino di una notte insonne, passata a rimettere insieme i cocci di quella furia venuta dall’alto che sempre di più si ribella a noi.