Corriere della Sera, 29 agosto 2026
Ultime confidenze di Giorgio Armani
Appunti meticolosi, presi più di 10 anni fa. Ore e ore di incontri conservati in un cassetto mai più aperto, come si fa per certi sogni. Senza nostalgie o rammarichi. Solo non era tempo. Glielo comunicò lui, Giorgio Armani, quando, dopo due mesi di pomeriggi trascorsi fra fotografie e ricordi, le aveva detto: «No Roberta, ancora non me la sento».
Eppure era stato lo stilista a cercarla, un pomeriggio di luglio del 2014, per chiederle: «Il prossimo anno la mia moda compie 40 anni, ti va di scriverne la storia per me?». Lei, Roberta Filippini, allora giornalista all’Ansa e capo della redazione moda, pensava fosse uno scherzo.
La premessa merita attenzione nell’affrontare Giorgio secondo Armani. La vita oltre il successo, edito da Marsilio e in uscita il 1° settembre, a tre giorni dall’anniversario della scomparsa dello stilista. Le 368 pagine ripercorrono la sua vita attraverso aneddoti inediti, la famiglia, gli amici, i personaggi, i successi e le solitudini, le riflessioni e i pentimenti raccolti, conservati e mai «usati», sino al giorno della morte di Armani, quando quel cassetto viene aperto.
La scrittrice scava da cronista fedele alla regola del grande direttore Sergio Lepri («All’Ansa un fatto è, mai pare o sembra») e l’interlocutore risponde con rara consapevolezza. Così anche in fatti scombinati negli anni emerge il ritratto di coerenza e determinazione che è stato Giorgio Armani.
Le fotografie sono parte del racconto. Armani si presenta agli incontri con vecchi scatti e da quelli comincia a ricordare la madre Maria con gli orecchini di perle, il fratello Sergio alto, biondo e bello, lui bambino vestito alla marinière, il padre con gli occhiali rotondi diventati poi un elemento delle sue collezioni. Il ricordo della sorellina morta poco prima che lui nascesse diventa, nelle riflessioni di Filippini, insieme alla guerra e alle difficoltà successive, una possibile chiave per leggere il ruolo protettivo di Armani verso la famiglia e l’azienda.
«Davo sempre anche consigli a mia madre e mia sorella, riuscivo sempre a centrare il problema», racconta lui. «Un giovane dunque destinato alla moda?», incalza Filippini. «Non lo credo, non l’ho mai creduto. Tutto ciò è venuto casualmente, anche un po’ troppo tardi».
È già nelle prime pagine che emerge il rimpianto. Sin dagli inizi: «Una trafila interminabile che adesso non rifarei: sono i 10 anni che considero persi, quelli senza una consapevolezza di me stesso». E subito dopo la stoccata armaniana: «Oggi si sfrutta un nome prima ancora che diventi significativo e prescindendo dal prodotto». Negli anni persi torna il monito della madre di fronte ai successi del figlio: «Certo Giorgio, ma è troppo tardi».
Il libro è un susseguirsi di parallelismi e intrecci che il lettore si ritrova a fare non perché ci sia una forzatura a unire i puntini, ma perché sembra di essere nello studio di uno psicologo ad ascoltare e collegare. Come nel rapporto con l’amore e con il sesso, segnato forse da quella finestra sul cortile che dava su una casa di appuntamenti e dalla quale il giovane Giorgio vide di tutto, troppo: «Brutture che mi colpivano. Immagini che mi devono aver segnato». Dirà che al sesso ha sempre preferito la sensualità e che ogni rapporto si è trasformato in complicità, amicizia e intesa. Senza distinzioni: «Una donna ti piace, un uomo ti piace e, se ci si piace a vicenda, va bene così». «Ho avuto quattro storie importanti, le ho sempre protette e sono stato fedele». La sua idea della moda nasce dall’osservazione e dalla capacità di sfidare la realtà: «La moda deve essere riconoscibile, quasi un servizio pubblico. È un equilibrio difficile tra fantasia e concretezza». E precisa: «La mia idea di moda non è nata per vestire le grandi signore». Filippini non gli lascia però passare tutto: lo contraddice e gli chiede conto delle sue affermazioni. Lo scambio è una caratteristica importante del libro. Sulla politica Armani racconta di aver rifiutato incarichi, come fare il sindaco di Milano, perché troppo legato alla propria azienda e alla propria indipendenza. Non è però indifferente alla politica: lo sconcertano i toni dello scontro e la strumentalità delle polemiche.
Interessante il rapporto con Gianni Versace. La giornalista segue la regola di cui sopra e ricompone una rivalità spesso raccontata come una guerra, ma che Armani rimette al ruolo di competizione fra due diversità che si riconoscono e si stimolano a vicenda. La celeberrima battuta di Versace, «Tu vesti le suorine e io le zoccole», è solo una presa in giro fra loro. Ciò che accomuna i due è «l’ambizione di riuscire con un impegno serio, testardo, totale». La stessa testardaggine emerge nel racconto di Sergio Galeotti, l’amico più aperto e impulsivo che bilancia la prudenza di Armani. Una passione durata un anno e poi trasformata in complicità e amicizia per sempre. La sua morte apre il capitolo della sofferenza e del rimorso di «non averlo protetto fino in fondo» tenendolo lontano dai rischi di una malattia che in quegli anni si stava portando via troppe vite.
Dopo il lutto Armani reagisce trasformandosi in imprenditore: «Dovevo far vedere a Sergio che il nostro lavoro non andava perso, che io riuscivo a prendermene cura, come di un figlio». Accanto a lui l’inseparabile e necessario Leo Dell’Orco: «Non ha nessun senso se non puoi condividere tutto con qualcuno da gratificare con il tuo successo». Ecco il secondo Armani, quello che prende in mano l’intera azienda. Il mondo credeva che non ce l’avrebbe fatta: «Io invece capii subito che dovevo comandare».
Quella decisione diventa la cifra dell’azienda. Arriva il sistema multibrand, ma la parola chiave resta il controllo. Armani rifiuta la Borsa, le alleanze finanziarie e la vendita a Gucci (il racconto è un inedito) che era praticamente fatta ma in una notte, lui decide: «Sono molto orgoglioso di aver conservato la mia indipendenza, di essere riuscito a controllare il 100% della mia azienda». E ancora: «Io non venderò mai perché non ne ho alcun bisogno e nessuna voglia».
Anche le case raccontano l’uomo. Non vuole soltanto possedere uno spazio, ma sentirlo proprio: «Devono appartenermi fino in fondo». Il vero lusso non è l’ostentazione, ma poter decidere fino ai dettagli più piccoli. «Cerco la luce indiretta, il rifugio, l’angolo privato». Fedele all’«Eleganza senza esibizionismi».
Formazione, cinema e teatro, memoria della provincia e femminismo degli anni Settanta si incontrano nel racconto della moda. Armani intuisce «l’avanzata di una nuova femminilità» e vuole «rendere un po’ più femminile la moda maschile e viceversa». La moda poi deve attraversare il tempo senza diventare vittima delle tendenze e deve cogliere «per cominciare qualcosa cui si tiene, per un po’ bisogna copiare qualcuno. L’originalità è una conquista». Prima Chanel, poi Saint Laurent, poi la propria evoluzione. Persino l’igresso nella couture a settant’anni, quando i grandi couturier di solito lasciano, diventa una sfida: «Un esercizio importante di fantasia e cultura, e una palestra di artigianalità». «Sono un eccentrico rigoroso» è l’ossimoro con cui si spiega.
Alla fine ritorna il gesto, quasi una firma: la mano vicino al volto nelle fotografie. Armani dice di muovere le mani come la madre e di aver insegnato alle modelle a sfilare come voleva lui. Il racconto dei momenti prima e dopo una sfilata è emozionante: si ha la sensazione di essere lì con lui. «Io mi muovo nel backstage come un gatto in una gabbia che non conosce». «Sono nelle vostre mani», dice alle ragazze. «Ogni show – confessa – è un parto».
Dietro il marchio, le case, le campagne, le sfilate, il cinema e l’impero c’è un uomo che continua a fare i conti con ciò che non ha fatto e non sembra disposto a fermarsi. «Nella difficoltà, come nel pericolo, continuare a fare, a lavorare, non staccare mai dai propri impegni». Una «ricetta contadina», come la chiama lui: forse anche la sua forma più radicale di autodifesa.
Negli ultimi incontri Filippini raccoglie la visione del futuro che arriverà dodici anni dopo con l’apertura del testamento. «Finché ci sono io il capo sono io. E non può esserci un altro Giorgio Armani, ci sarà la Giorgio Armani. Non chiederò a nessuno di prendere il mio posto o il mio ruolo», è la premessa. Per poi arrivare a una coscienza romantica sugli affetti: «Mia sorella Rosanna, i miei nipoti Andrea, Silvana e Roberta, e anche Leo sono persone a cui non vorrei mai chiedere di stravolgere la loro vita per diventare quello che sono stato io».
Non vuole insomma imporre a nessuno il peso di replicare la sua storia e qui nel libro è spiegato, per la prima volta, con le sue parole. Con la fondazione prima e il testamento poi lascia così aperte più strade per il futuro. Chiudendo con quel consiglio dell’anima che lui non ha mai ascoltato. Ai suoi affetti dice «di godere meglio di me questa vita», lavorando ma occupandosi anche «della bellezza dell’esistenza». E per questo la sua lunga e vera storia non poteva restare chiusa in quel cassetto.