Corriere della Sera, 29 agosto 2026
Goffredo Bettini resuscita la rivista di Togliatti per dare una mano a Conte
Ma insomma, questa Rinascita, la rivista fondata da Palmiro Togliatti nel 1944 e chiusa nel 1991, riportata in vita di recente da Goffredo Bettini, è uno strumento di approfondimento politico e culturale, o è invece un dito nell’occhio alla segretaria del Pd, Elly Schlein, fatto per ammantare di chiacchiere la volata per la guida del Campo largo, e favorire la scalata del leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte? La domanda (non) se la fa Carmelo Caruso sul Foglio, perché dà per scontata la risposta. Certo che è così, «immaginate Togliatti con la pochette, aggiungete il baffo di Asor Rosa, la j di Pajetta e avrete la Rinascita (la rivista) di Conte».
Una differenza tra le due Rinascita è innegabile, e in qualche modo già rivendicata alla partenza. La prima era quella del partito nuovo di Togliatti, quella dove Enrico Berlinguer, all’indomani del golpe in Cile, tracciò le linee del Compromesso storico, o dove lo stesso Berlinguer rispose al vescovo d’Ivrea, monsignor Bettazzi, inaugurando la stagione dei dialogo tra comunisti e cattolici: «Nel Pci esiste ed opera la volontà non solo di costruire e far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista e non antiteista; ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista».
Per farla corta: la rivista era emanazione diretta della direzione del partito, e seppur aperta al dibattito teorico, era fortemente ancorata a un’ortodossia delle scelte, propria del centralismo democratico. La nuova Rinascita si presenta invece per riempire un vuoto, e qui l’accusa alla segretaria di sfuggire ai grandi temi non è nemmeno velata, anzi resa esplicita da quello che disse Andrea Orlando: «Considero la nuova vita di Rinascita anche una piccola sconfitta, perché questo sarebbe il lavoro da fare nei partiti. Ma se i partiti non ripensano alla loro forma, rischiano di essere schiacciati sul ciclo istituzionale. Spero che questo lavoro possa tornare buono per le battaglie che ci attendono». E Bettini, all’esordio: «Riformismo è una parola fraintesa, tradita e mal detta. Fuorviante. Lasciamola cadere questa parola ideologica e pratichiamo il cambiamento necessario». Le parole d’ordine: no alla guerra e al riarmo, lotta alle diseguaglianze, ripensamento del ruolo dello Stato, tassazione progressiva. Riassumeva il Manifesto: «Sono le direttrici sulle quali Rinascita proverà a incalzare Schlein e il Pd da sinistra».
La segretaria non gli batte le mani, vuoi perché dall’altra parte del partito la accusano di radicalismo, vuoi perché non riconoscono il merito, che rivendica, di aver riunito il volgo disperso dell’opposizione portandola, almeno sulla carta, a poter sfidare Giorgia Meloni. E allora sente che il dualismo con Conte sia alimentato da parte dei suoi, recupera Matteo Renzi e le contrappongono Alessandro Onorato, dicono che le primarie sono inevitabili, ma poi le tirano tra i piedi Silvia Salis, Gaetano Manfredi, Roberto Gualtieri e pure, nella versione di Roberto Speranza, un ragazzo o un partigiano. Insomma, un po’ di tutto, purché non lei. Però alla fine un nome dovranno tirarlo fuori, inevitabilmente, anche se dovesse andare a carte quarantotto la nuova legge elettorale.