Avvenire, 28 agosto 2026
Contro gli ovuli surgelati
Della possibilità di congelare gli ovociti per preservare la fertilità femminile nel tempo, pur in assenza di ragioni sanitarie contingenti, se ne sta parlando molto. Non solo perché la deputata newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez ha reso pubblica la sua scelta («Voglio essere in pieno controllo della mia vita»), o perché molte imprese offrono questa possibilità alle dipendenti come forma di welfare aziendale, ma in quanto in Italia, dopo la Puglia, che ha stanziato risorse per coprire le spese della procedura alle donne con Isee inferiore ai 30mila euro, altre Regioni si preparano a varare norme simili.
Se la tecnologia sembra una formidabile alleata dell’emancipazione femminile e le risorse pubbliche possono ridurre le disparità di reddito, sarebbe però colpevole non accennare all’illusione della libertà che questa pratica incorpora. Si può optare per il “social freezing” a causa della precarietà del lavoro, per la paura di non trovare un compagno o di non avere sostegni adeguati, o perché non si riesce a conciliare maternità e carriera. Ma il messaggio che passa rafforza l’idea che sia sempre possibile rimandare, come se il tempo per diventare madri fosse una variabile pienamente governabile, quando si sa che non è affatto così.
Tralasciando il discorso sulle possibili “vittime” di una promessa tradita, il paradosso è quello di un piano inclinato che nei fatti continua a chiedere di adattare i corpi delle donne alle esigenze della società e del mercato, o di una cultura del lavoro impostata su modelli maschili, attenuando quella pressione che andrebbe invece esercitata affinché siano il lavoro, le imprese, il welfare, la cultura della cura, la società, ad adattarsi ai tempi e alle logiche della maternità e della paternità