il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2026
Record di profitti per Big Oil
Sul fronte della tassazione degli extraprofitti per i giganti di petrolio e gas, il governo Meloni ha partorito il topolino: un “acconto fiscale” da 130 milioni per dare una minima trasfusione ai consumatori dissanguati dal balzo dei prezzi dei carburanti, che evita discussioni politiche interne all’esecutivo. In Italia i colossi che saranno colpiti, vista la loro mole e il fatturato superiore ai 20 miliardi, sono solo Eni ed Enel. Gli utili Eni al 30 giugno sono stati di 3,635 miliardi, in crescita annua di 1,1 (+43,5%). Il gruppo guidato dall’Ad Claudio Descalzi ha registrato ricavi della gestione caratteristica saliti del 15% a 47,3 miliardi, mentre la produzione di idrocarburi è aumentata dell’8% a 1,79 milioni di barili al giorno. Quanto all’ex monopolista elettrico, l’utile netto di Enel nel primo semestre del 2026 è stati di 3,93 miliardi, “appena” 100 milioni in più (+2,8%) del primo semestre del 2025.
Ma i veri vincitori della guerra tra Usa e Iran erano già evidenti mesi fa, come anticipato dal Fatto, sebbene le dimensioni della loro vittoria emergono solo ora. Nel primo semestre le 12 maggiori compagnie mondiali del petrolio hanno registrato utili netti per 182,1 miliardi di dollari, ovvero 159,5 miliardi di euro, cresciuti del 72,3% sul primo semestre del 2025. Sono 73 miliardi di dollari in più: in euro 67 miliardi. Uno tsunami di denaro sborsato in quattro mesi da consumatori e imprese a beneficio di azionisti e, in minima parte, governi.
A guidare la crescita sono stati i profitti dei raffinatori indipendenti e delle major Usa: Valero Energy ha visto volare i profitti del +391,7% a 5,9 miliardi di dollari, Marathon Petroleum del +252,4% a 7,4 miliardi, Chevron del +205,9% a 20,8 e la spagnola Repsol del +175% a 2,2 miliardi di euro. Dallo scoppio della guerra, il 28 febbraio, l’enorme choc petrolifero ha fatto decollare i prezzi del petrolio per il blocco di Hormuz, che ha rimosso un quinto dell’offerta globale di greggio. Si è generato un imponente trasferimento di ricchezza dai Paesi importatori ai produttori situati fuori dal conflitto. A livello geopolitico, così, gli Usa sono il vincitore assoluto mentre a uscire con le ossa rotte è la Ue. Il blocco di Hormuz ha costretto i compratori europei e asiatici a rivolgersi al greggio e al gas americano. In sei mesi l’export Usa è cresciuto di 700mila barili al giorno e gli States mantengono l’autosufficienza energetica pur subendo l’inflazione, mentre la Cina ha sfruttato la crisi per aumentare le riserve strategiche a prezzi di saldo.
La guerra però non è finita e le prospettive per Big Oil restano favorevoli. Gli analisti stimano che nell’intero esercizio 2026 le 12 major di Big Oil, che comprendono anche Exxon, Shell, Bp, TotalEnergies, ConocoPhillips, Saudi Aramco ed Equinor, genereranno un flusso di cassa libero tra i 230 e i 250 miliardi di dollari. Il 55% circa, 130-138 miliardi, andrà agli azionisti tra piani di riacquisto di azioni (buyback) ed extradividendi. Eni ha aumentato di 600 milioni il suo piano di buyback a 3,4 miliardi totali. Un colossale drenaggio di risorse di cui ai governi andranno le briciole. Trump ha accusato le compagnie di speculare sui prezzi, mentre la Ue sul tema delle possibili imposte sugli extraprofitti ha rispedito la palla agli Stati. E Roma ha partorito il topolino.