Il Messaggero, 28 agosto 2026
Gabriele Lavia si racconta
Catania, 1947. Nel cortile di casa, un bambino di cinque anni si incanta a guardare il gigantesco albero di gelsi che se ne sta immoto, silente, indifferente ai piccoli e grandi eventi della storia umana. Sono passati quasi 80 anni ma per Gabriele Lavia quella scena è la più accesa, tra tutte le scene che la sua vita dentro e fuori il teatro gli ha donato. Curioso che, dal repertorio di immagini solenni e laboriose che hanno accompagnato la sua esistenza, il maestro della scena italiana isoli non un dettaglio di vita attiva ma un quadro di pura contemplazione. E se è vero, come sostenevano i greci, che il destino è nel carattere, non sembra poi così insensato trovare nella fotografia di un bambino che osserva in silenzio un immenso albero di gelsi, il germe di quello che sarebbe accaduto, anni dopo, nel campo di battaglia del teatro, a contatto con le grandi opere, con i corpi vivi degli attori. Perché sempre, nel fare e disfare la materia teatrale, Lavia ha avuto un atteggiamento meditativo, da studioso. E l’albero di gelsi, lo diceva Plinio il vecchio, tra le tante creature naturali, è quello che si accosta naturalmente alla saggezza, perché germoglia in una sola notte, quando comincia il freddo: lo fa perché non vuole perdere i fiori quando il clima si fa rigido e ogni cosa intorno gela.
E quindi, Lavia, lei ricorda gli anni dell’infanzia catanese.
«Certo che li ricordo, specialmente il cortile della nostra bella casa. Passavo ore ad osservare l’albero di gelsi».
Ci è più tornato?
«Si, ma adesso al posto della nostra casa c’è un ristorante molto alla moda e al posto del cortile c’è la sala fumatori. L’albero di gelsi è stato tagliato, chissà quando è successo. Mi sembra una bella metafora del mondo in rovina. Al posto di un albero di gelsi, gente che fuma accanitamente tra un piatto e l’altro».
Cos’altro ricorda dell’infanzia a Catania?
«Ricordo che si andava tutti alla Playa, d’estate. Si imbarcava tutta la famiglia: c’erano mio padre e mia madre, c’era anche il nonno, c’eravamo noi bambini. Salivamo tutti su una vecchia Fiat Balilla che l’autista metteva in moto girando la manovella. Stare alla Playa era un sogno. Si passava lì l’intera giornata. Mia madre cucinava sulla spiaggia. Mio padre, che lavorava al Banco di Sicilia, ci raggiungeva dopo il lavoro. Si faceva un tuffo a mare e poi si mangiava tutti insieme. Nel pomeriggio mio padre riprendeva il suo lavoro in banca».
Però lei è nato a Milano.
«Già, ma per errore. A causa del lavoro di papà. Mia madre prese i due figli e raggiunse mio padre a Milano. Allora mia madre viveva ad Aci Trezza. È lì che mio padre e mia madre si erano incontrati. Aci Trezza, il paese in cui Verga ha ambientato i Malavoglia. Si rende conto? Negli anni Ottanta ci ho anche recitato, era una marchetta teatrale che facevo con Giorgio Albertazzi, però è stato emozionante per me rivedere quei luoghi. Ad un certo punto, quella sera, dopo lo spettacolo, ho visto il fantasma di mia nonna».
Può descriverci quell’apparizione?
«Era tutta vestita di nero. Quindi presumo che il nonno fosse già morto. In Sicilia, a quell’epoca le donne rimaste vedove vestivano di nero per tutto il resto della loro vita».
Quanti anni ha vissuto a Catania?
«Dai cinque ai dieci, ma sono stati anni determinanti. Credo di aver assimilato molto della cultura siciliana, così avvolta nel mistero, così legata al pensiero della morte. Infatti, la festa dei morti, il 2 novembre, era quella più sentita, in Sicilia».
I bambini, all’alba, cercavano per tutta la casa i dolcetti di martorana.
«Non solo i dolcetti, ma i regali. Ci dicevano che ce li portavano i morti. Adesso a malapena si festeggia il Natale. È tutto un altro mondo».
Quale è stata la nuova destinazione della famiglia Lavia, dopo Catania?
«Tutte le notti, per un mese intero, con i miei fratelli origliavamo i discorsi che i miei genitori facevano in camera da letto. La banca aveva chiesto a mio padre di scegliere tra Torino e New York. I miei scelsero Torino. Una delusione».
Magari se fosse andato a New York, non sarebbe emerso il suo talento teatrale.
«Può darsi, ma allora a noi bambini New York sembrava un sogno. Io mi immaginavo in un ranch con il cavallo e il cappello da cowboy: cose che vedevamo nei film americani».
E invece l’attendeva il grande teatro classico. È vero che Pirandello frequentava la vostra casa?
«Sì, Pirandello frequentava la casa dei miei nonni, ad Aci Trezza. Io me lo sono immaginato spesso. Anche perché per tanti anni ho conservato le opere pirandelliane con la copertina verde che arrivavano dalla biblioteca dei nonni. La casa era sempre aperta e piena di gente. C’era una compagnia teatrale amatoriale che veniva a fare le prove nel salotto blu di mia nonna. Io mi mettevo dietro una poltrona e ascoltavo quelle storie incredibili. La più incredibile di tutte aveva a che fare con un’anguria».
Un’anguria?
«Proprio così. Un’attrice continuava a ripetere una battuta che non dimenticherò mai: “le anguriedi questa stagionesono micidiali!”. Proprio con queste pause. Forse il regista gliela faceva ripetere tante volte perché non la sapeva dire. La storia era questa: un uomo aveva avuto una congestione dopo aver mangiato un’anguria. In realtà non era morto ma il finto morto decide di continuare la finzione. Quindi lì c’erano un finto morto e tutti gli altri intorno che lo compiangevano».
Questa scena ha avuto qualche influenza su lei?
«Non amo tanto le angurie. Non mi fido».
È mai stato tentato di lasciare Roma per Catania?
«Ad un certo punto, mi avevano offerto la direzione del Teatro Stabile di Catania ma, forse sbagliando, ho rifiutato. La Sicilia è meravigliosa e complessa. Non è una terra semplice. Meglio tenersi tutti questi ricordi».