La Stampa, 28 agosto 2026
Che cosa resta del generale Mladic, del genocida in nome della Grande Serbia, ora che è morto?
Che cosa resta del generale Mladic, del genocida in nome della Grande Serbia, ora che è morto? Niente. Solo il dolore che ha causato. Non c’è grandezza nel delitto. Del passato sceglieva i fantasmi che moltiplicavano la sua sete di inferno, del presente non percepiva che un vuoto ostile e alienante, lo esigeva infuocato, di una violenza inestinguibile. È stato un Cristoforo Colombo del Male, scopritore del nuovo mondo della crudeltà. Ma quanti ne abbiamo incontrati e incontriamo anche oggi, terzo millennio, come lui? È stato un macellaio, un fabbricante di apocalisse, il protagonista come operaio solerte della ennesima separazione brutale tra morale e Storia. La grande malattia del Novecento. Ascoltate: «Le frontiere sono sempre state tracciate nel sangue – incalzava – e gli stati sono nati dalle tombe». Lo Storia non può giudicarmi, solo il mio popolo. Per questo sapeva di avere le mani libere, poteva esigere che il suo popolo lodasse la sua malvagità.Forse bastano due immagini per restituire cosa accadde in quella Jugoslavia sbranata da una contro civiltà senza scrupoli e senza pentimenti, sferzata da una violenza quasi tellurica. È utile rievocarle anche per vergognarci di continuare a mentire: l’Europa dal 1945 fino a Putin è stato “il continente della pace!”.È l’aprile del 1992. La purificazione etnica, la eliminazione e la deportazione di tutti i non serbi dalla Bosnia è iniziata a est, a Bijeljina, a Zvornik e nella valle della Drina cara a Ivo Andric, a Visegrad e a Foca. Incendi stupri massacri, non sono effetti collaterali, è la guerra di Mladic a cui Milosevic ha affidato la ricostruzione della Grande Serbia. Fino ad allora era stato un ufficiale anonimo: vita da caserma nella decadente Jugoslavia che attende, sospesa, la morte di Tito, banchetti con agnello grigliato e slibovica. Il due maggio a Sarajevo l’assedio inizia. Dal monte Igman la sua artiglieria con enormi mortai da 155 millimetri martirizza con comodo la città. Non c’è cibo non c’è acqua né elettricità. Una roulette della morte fatta di schegge di ferro che lasciano corpi maciullati smembrati, decapitati. A Mladic il macello non basta ancora, urla ai suoi artiglieri: «Sparate, sparate senza fermarvi! Tirate su Bascarsoja (la vecchia città ottomana) non avete capito? Siete sordi? Bisogna farli diventare pazzi».Ecco. La violenza può considerarsi riuscita soltanto se lascia un segno nella mente dei superstiti. Far impazzire: l’odio di Mladic e dei suoi assassini è allo stato puro, composto di rabbia, bestialità, ferocia. Non ha bisogno di bugie storiche come quelle di cui si coprono i suoi complici, il politico Milosevic e Karadzic, “il poeta”.Sì, l’odio esiste. Non rispetta nulla, è certo di far fronte a un complotto universale.Quegli anni sono la sua personale, esaltante, apocalisse, la vita diventa teatro che ha bisogno di sacrifici umani, vivere in prima linea, l’odore della cordite, dormire nelle tende scambiando battute oscene e razziste, e truci storie di purificazione riuscita. L’Onu e la Nato accatastano ultimatum. Lui sghignazza: «La Nato? È un’organizzazione a delinquere, e l’Onu è una accozzaglia di negri!».Eppure un anno dopo è costretto a cedere quella montagna al comandante dei caschi blu. È furioso e durante la cerimonia urla: «Questa è la più grande stupidaggine della mia vita». L’implacabile Mladic è stato sconfitto.Seconda sequenza, luglio del 1995: Srebrenica. L’Onu, Washington, Londra, Parigi chiudono gli occhi. Mladic umilia i caschi blu, un gruppo di ragazzi olandesi pavidi e impotenti, facendoli assistere alla separazione di uomini e donne bosniache, il preludio del massacro, brindando davanti alle telecamere della televisione serba. Nessun errore, tutto è pianificato: odio conducimi, io ti seguirò! Gli uomini del campo “difeso” dall’Onu sono uccisi, i miliziani serbi scelgono con comodo sugli autobus ragazze e donne che vengono violentate. Massacrare innocenti e inoffensivi, così l’odio ha successo non perché fa riflettere ma perché impedisce di riflettere. Siamo sicuri che il metodo non abbia funzionato anche con noi spettatori? La fine della guerra nel 1995 è stata semplicemente la fine di quella guerra. Ma dopo?La sera al tigì serbo Mladic esulta: «È venuto il momento di vendicarsi dei turchi!».Quando – finalmente! – la Nato bombarda le sue milizie si rifugia a Belgrado con la scusa di un intervento chirurgico. La pace di Dayton lo mette fuori gioco, ne fa un reduce inutile, di peso. A Belgrado lo si incontra davanti alla tomba della figlia Ana. Si è uccisa con la pistola del padre, secondo alcuni perché non poteva sopportare i suoi delitti, secondo altri perché il generale aveva rifiutato di esonerare il fidanzato dal servizio militare. Che è morto al fronte. La notte come si vede è ovunque, nera e spessa come sempre lo è il sangue delle vittime innocenti.Ormai è un ricercato, “braccato per genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra”. Ma i giorni passano tranquilli nel suo ex quartier generale di Han Pijesak nelle montagne bosniache dove, raccontano, si dedica alla apicoltura. Compare a Belgrado alle partite di calcio, cena nei ristoranti chic. La caduta di Milosevic nel 2000 ne complica appena la latitanza. Abita in basi miliari, e da amici e parenti. Sono definiti gli “jataci” che lo nascondono e lo proteggono, tanti, troppi: ex militari, politici, uomini dei servizi. “Jataci” è una parola serba di origini turche. Indicava all’epoca dell’impero ottomano chi aiutava i ribelli cristiani. Per dieci anni rendono un fantasma uno degli uomini più ricercati d’Europa.Nel 2011 lo arrestano a casa di un cugino. Prima di portarlo all’Aja per il processo ottiene l’ultimo favore: raccogliersi sulla tomba di Ana.Davanti alla Corte, già malato, ritorna quello che era nelle trincee bosniache, arrogante, sfrontato, irride i due decenni necessari per catturalo e rivendica le quattromila pagine del suo “giornale di guerra” dove descrive come ha sempre obbedito agli ordini. Non sapremo mai se si è mai sentito intimorito dalla innocenza delle sue vittime, se ha avuto paura delle loro lacrime, dei loro silenzi. O forse della loro bontà?In Serbia ieri molti hanno celebrato una giornata di lutto. Nella sua città natale, Bozinovoci, per lungo tempo era visibile in murale con la scritta: Mladic eroe. Una via portava il suo nome.