Corriere della Sera, 28 agosto 2026
La Uefa vuole mandare a processo Infantino
C’è un passaggio, nel documento con il quale la Uefa chiede alle corti Usa di accedere ai documenti dell’«affaire Ffe», in cui il piano di Gianni Infantino viene descritto nei dettagli e il prezzo di 4,2 miliardi di dollari, al quale il numero uno Fifa avrebbe venduto il 20% dei diritti della Coppa del Mondo, «a fraudulently off-market price promoted by Infantino for his own benefit», ovvero «un prezzo fraudolentemente fuori mercato promosso da Infantino a proprio vantaggio». Un passaggio durissimo, ma neppure l’unico, venuto alla luce ieri ma di cui nei palazzi della politica calcistica internazionale si vociferava da tempo. La storia è questa: la Uefa, attraverso i suoi legali, ha chiesto alla corte di Manhattan e ad altre corti statunitensi (per esempio quella in Florida, dove la Fifa ha pure una sede) «l’emissione di un provvedimento che autorizzi la Uefa ad acquisire elementi probatori dalla Fifa da utilizzare in un procedimento penale che si intende avviare in Svizzera contro Gianni Infantino».
Di fatto, una bomba. Attesa, certo, ma tant’è: la Uefa ha intenzione di adire le vie legali contro il presidente Fifa e il suo progetto di vendere il 20% dei diritti dei Mondiali al fondo di investimento newyorkese Thrive Capital Management, creato da Joshua Kushner, fratello di Jared, genero del presidente Usa Donald Trump. L’obiettivo è chiaro ed è spiegato nello stesso documento di 60 pagine scritto dai legali di Nyon: «La Uefa e altre parti interessate si stanno preparando ad avviare procedimenti penali in Svizzera nei confronti di Infantino – ed eventualmente di altri funzionari e consulenti della Fifa— per il reato di gestione infedele ai sensi dell’articolo 158 del codice penale svizzero, nonché per ulteriori o diverse imputazioni supportate dagli elementi di fatto emersi; tali azioni traggono origine dalle modalità riservate con cui sono stati definiti la struttura, la valutazione, il finanziamento e la commercializzazione di un’operazione che ha arrecato un danno diretto e concreto alla reputazione, all’autorità di governance e alle relazioni commerciali della Fifa, a detrimento sia della Fifa stessa che delle sue 211 federazioni affiliate, incluse le 55 federazioni membri della Uefa». L’articolo 158 citato prevede che «chiunque sia incaricato di gestire il patrimonio altrui o di vigilare su tale gestione e, violando i propri doveri, cagioni o permetta che l’altra persona subisca una perdita patrimoniale, è punito con una pena detentiva non superiore a tre anni o con una pena pecuniaria. Se l’autore agisce al fine di procurare a sé o ad altri un profitto illecito, è punito con una pena detentiva non superiore a cinque anni o con una pena pecuniaria». E qui i legali Uefa rincarano la dose: «Le azioni di Infantino configurano il reato di cattiva gestione criminale».
Quel che va sottolineato è il cambio di marcia della Uefa sulla vicenda: si tratta di un’accelerazione, la prima di tante altre, nella battaglia che dovrebbe portare a indire un Congresso straordinario della Fifa entro novembre, ovvero quattro mesi prima delle elezioni di marzo 2027, per sfiduciare Infantino. E certo che questa battaglia legale potrebbe portare ancora più acqua al mulino di Ceferin, per lanciare nel migliore dei modi la volata alla candidatura di Victor Montagliani, oggi numero uno Concacaf. Ieri a Montecarlo, a margine del Comitato esecutivo, la Uefa in una nota ha fatto sapere: «Ritiriamo il boicottaggio, ma la rinuncia al piano della Ffe non cancella l’inganno, l’intimidazione e l’abuso di potere». E ancora: «Il calcio mondiale ha bisogno di una nuova leadership per ricostruire quella fiducia», «la Fifa deve tornare a essere governata come un’istituzione, e non da un singolo individuo».
Parole forti, sposate da Giovanni Malagò che due giorni fa aveva ritirato l’appoggio Figc alla Fifa, seguito ieri dalla Turchia con la quale dovranno essere ospitati gli Europei 2032. Buon tempismo, allora. «La posizione della Figc è condivisa da tutti», ha commentato Beppe Marotta, presidente dell’Inter. Un pizzico di polemica dal parte del ministro dello Sport Andrea Abodi: «Il ritiro del sostegno? Me lo sono trovato fatto». Meglio fatto che no.