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 2026  agosto 28 Venerdì calendario

Il mondo a pois di Yayoi Kusama

Ancora una volta Yayoi Kusama è riuscita a sorprendere. L’ennesimo colpo di scena, il più clamoroso, quello della morte (a 97 anni) avvenuta il 14 agosto in un ospedale di Tokyo (ma annunciata solo ieri dal suo staff e dalla fondazione con il suo nome), è arrivato così a pochi giorni dall’inaugurazione, l’11 settembre, di un’epocale mostra allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Una retrospettiva dedicata proprio all’artista giapponese, una delle figure più influenti e innovative del XX e XXI secolo, peraltro già celebrata nel 2026 alla Fondation Beyeler di Basilea e al Museum Ludwig di Colonia. L’evento olandese definirà, fino al 17 gennaio, un percorso di oltre settant’anni: dagli esordi nella sua Matsumoto, nella prefettura di Nagano, dove Kusama era nata il 22 marzo 1929, fino alle grandi istallazioni newyorkesi e alle ultime invenzioni messe a punto in patria (Yayoi, peraltro, pare abbia continuato a lavorare fino ai giorni estremi). 
Dopo la morte la mostra dello Stedelijk (che accoglierà anche opere site-specific realizzate per l’occasione) appare come un grande, e sicuramente dovuto, omaggio postumo alla vita e all’opera di Yayoi Kusama, artista capace di esplorare la profondità di temi come l’indeterminatezza o l’autoannientamento utilizzando strumenti giocosi: quei pois coloratissimi ripetuti in maniera ossessivo-compulsiva o quelle stanze a specchio che sfumano i confini tra l’osservatore e l’infinito, sfidando le percezioni dello spazio e del sé. «Al centro della sua arte – ha sottolineato ieri il direttore dello Stedelijk, Rein Wolfs – c’è una potente idea di connessione capace di parlare alle persone di tutto il mondo e di trascendere generazioni, culture e confini nazionali». Per la curatrice della mostra, Leontine Coelewij, «il fatto che abbia continuato instancabilmente a creare nuove opere fino a un’età avanzata testimonia la straordinaria forza artistica che ha trasformato le esperienze personali in un linguaggio visivo fortemente distintivo. L’ha sviluppato nel corso della vita senza mai perderne la potenza o l’intensità espressiva». 
Yayoi Kusama (nominata nel 2014 da «The Art Newspaper» l’artista più celebre dell’anno) era la più piccola dei quattro figli di una famiglia di ricchi commercianti che vendevano verdura, semi, piante. Aveva iniziato a fare arte da bambina ma, raccontava lei stessa, quando disegnava la madre piombava da dietro per strapparle i disegni dalle mani. L’aggressività materna e il suo panico di bambina avrebbero influenzato il processo creativo portandola, era ancora lei a raccontarlo, a concludere sempre in maniera rapida e furiosa il suo «lavoro», prima che le potesse essere «strappato via» come aveva fatto la madre. 
Dopo aver studiato la pittura nihonga (stile tradizionale risalente al periodo Meiji, dal 1868 al 1912), Yayoi inizia a dipingere «sul serio» quasi in una sorta di trance: «C’era una luce accecante in un campo, ero accecata dai fiori, mi sembrava di sprofondare come se quei fiori volessero annientarmi». Da quel momento l’artista cercò di riprodurre nelle opere la stessa esperienza di straniamento, giocando di volta in volta sul colore, sulla luce, sulle nuove tecnologie (sua grande ispiratrice «classica» sarebbe stata invece l’americana Georgia O’Keeffe) tra pittura, scultura, installazioni, disegno, moda, collage, happening e molto altro ancora. 
Nel 1977 Kusama decise di vivere nell’ospedale psichiatrico Seiwa, sulla costa sudoccidentale del Giappone. Da lì, ogni giorno Yayoi si recava nel suo studio per lavorare, intrecciando la follia di una storia personale complicata con il mistero dell’artista imprendibile, invisibile, indefinibile, sfuggente (quantomeno fisicamente) ma sempre e comunque di grande successo. La sua fama, protetta da uno staff onnipresente, nell’estate di tre anni fa ha portato all’apertura a Tokyo del suo museo personale e pochi mesi fa alla pubblicazione di una biografia a fumetti. 

Con la sua arte Yayoi Kusama ha dato espressione a un profondo disagio esistenziale attraverso la produzione di opere-simbolo come le celebri infinity net (tele nere della lunghezza di decine di metri su cui dipingeva reticoli composti da impercettibili e innumerevoli punti, ansiogena rappresentazione dell’infinità dello spazio) e le soft sculpture (manufatti decorativi ed elementi di arredo di interni realizzati in materiali morbidi, spesso carichi di metafore falliche). Verso la fine degli anni Settanta giunse a realizzare, in contemporanea, intense performance di forte valenza erotica e libri illustrati per bambini. Altra cifra stilistica fondamentale di Kusama è quella dei motivi puntiformi, dotati del potere ipnotico di rappresentare inarginabili dissolvenze psichiche, che si trasformano all’occasione in pois sui corpi dipinti dei partecipanti alle sue performance o che decorano capi di abbigliamento e di pelletteria (come quelli realizzati in collaborazione con Louis Vuitton nel 2012). 
Presente alle edizioni della Biennale di Venezia nel 1966 e nel 1993, autrice del testo autobiografico Mugen no ami (pubblicato in Italia nel 2013 da Johan & Levi con il titolo Infinity net: la mia autobiografia, nella traduzione di Gala Maria Follaco), nel 2020, in piena emergenza Covid, Yayoi aveva deciso di rompere il proprio isolamento pubblicando attraverso le gallerie che la rappresentavano (Victoria Miro e David Zwirner) un messaggio di speranza «contro la pandemia», rivendicando il ruolo dell’arte di infondere coraggio nei momenti più bui. Come esempio Kusama aveva preso Guernica di Pablo Picasso e l’appello «contro questo terribile mostro» era stato concepito come una poesia in versi liberi (del resto tutta la sua produzione artistica non ha mai seguito canoni di nessun genere). Parole di speranza e di amore per l’umanità. Una delle strofe recita: «Abbracciati nell’amore profondo e negli sforzi delle persone di tutto il mondo/ Ora è il momento di alzarsi in piedi, per portare la pace/ Ci siamo riuniti nel nome dell’amore, e spero di soddisfare questo bisogno/ È giunto il momento di combattere e superare la nostra infelicità». L’ennesima sorpresa di Yayoi Kusama.