Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  agosto 28 Venerdì calendario

In morte di Ratko Mladic

Citava sempre De Gaulle, il suo mito: «Vivrò a lungo. Ma state tranquilli: prima o poi, morirò anch’io». Alla fine, a 84 anni, Ratko Mladic è morto da solo nel carcere dell’Aia dove scontava l’ergastolo. Il macellaio di Srebrenica riposa (chissà se) in pace, la crna bajka, la favola nera dei Balcani, durerà finché qualcuno a Belgrado continuerà a raccontarci le eroiche gesta d’«uno dei peggiori criminali» mai conosciuti dall’umanità, come scrissero i giudici internazionali. Uno che fra i centomila massacrati della guerra di Bosnia e gli oltre ottomila genocidati a Srebrenica, ne aveva combinate così tante da rendere impossibile punirlo per tutto: sei città bombardate, i cecchini di Sarajevo, gli stupri etnici, le devastazioni più spaventose viste in Europa dopo il nazismo. Una volta, costrinse 22 musulmani a saltare dal ponte Brhpolje e ai suoi soldati comandò di «colpirli in volo». A una donna il proiettile d’uno snajper trapassò lo stomaco e si conficcò nella testa del bimbo che teneva in braccio. «Bisogna sparare senza una logica – il suo motto – per portare i civili sull’orlo della follia». A Srebrenica, quando convocò il comandante olandese dei caschi blu, fece legare un maiale e propose un brindisi con la šljivovica, augurando lunga vita ai presenti, finché un soldato non estrasse il coltello per infilarlo nel collo del suino, che lanciava urla strazianti: «Così trattiamo i nostri nemici». «Ho potuto seppellire solo due ossa dei miei figli», gli sibilò in tribunale una madre, Munira Subasic: «Spero ti appaiano in sogno ogni notte».
Eppure, lo difendono ancora, se non peggio. Mladic non ha mai smesso d’incantare altri macellai, come il pazzo australiano che nel 2019 ammazzò decine di musulmani a Christchurch. Disse d’ispirarsi a lui pure Anders Breivik, il suprematista della strage di Utoya. A Kalinovik, il suo paesello, c’è una gigantografia dell’«eroe» Ratko. A Belgrado, il nome di Mladic è acclamato da centinaia di graffiti e perfino il tennista Novak Djokovic si vanta di frequentarne gli amici. Era in realtà «un narcisista, presuntuoso, vanitoso e arrogante», disse di lui l’ex portavoce dell’esercito jugoslavo. O uno squilibrato, secondo i negoziatori internazionali. Da più d’un anno «il macellaio» respirava malissimo, un pacemaker e i reni andati, passando da un ictus a un infarto. Darko, il figlio, voleva portarlo a casa dall’ospedale, ma giudici internazionali – l’ultima volta, venerdì scorso – hanno detto di no: come di rito, l’Onu ha ordinato un’autopsia e tanto basta a Vojislav Seselj, l’ultranazionalista già processato all’Aia, per dire che «l’hanno ucciso». Pure il presidente serbo Aleksandar Vucic, già portavoce di Milosevic, è critico sul fatto che Mladic sia stato tenuto in carcere fino all’ultimo, quando ormai campava di oppiacei.
Ha chiesto in fin di vita una pietà che non diede mai a nessuno. Nato a 40 km da Sarajevo, città multiculturale che odiava allo stesso modo di Milosevic e del suo capo politico, il leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, Mladic era ossessionato dalla storia nazionale e vedeva la guerra in Bosnia come l’occasione per vendicare i 500 anni d’occupazione ottomana. Figlio d’un partigiano titino, morto combattendo i croati, non poté essere allattato dalla mamma, malata di tifo; fu un soldato italiano padre di cinque figli, che alloggiava nella sua casa, a salvargli la vita nutrendolo con del latte. Latitante per sedici anni, se la seppe cavare con astuzia: eccolo a sciare sui monti olimpionici di Jahorina, a guidare la sua Yugo fino al supermarket, quindi ad allevare api e a pascolare capre sulle montagne (la capra più grande, l’aveva battezzata Madeleine Albright, come la segretaria di Stato americana che aveva bombardato Belgrado), sulla spiaggia montenegrina di Sveti Stefan, senza disdegnare i ristoranti o la tribuna dello stadio. Braccato a lungo da Carla Del Ponte, riusciva a beffarla lasciando ogni anno un mazzo di fiori sulla tomba di Ana, la figlia che s’era suicidata per la vergogna. A proteggerlo, la moglie Bosilijka. E forse qualche manina straniera: Mosca oggi parla di «condanna politica» e fu un collaboratore dell’ex premier serbo Tadic a rivelare che dietro quella lunga fuga ci furono i servizi segreti russi dell’Fsb, perché «Putin vedeva nella possibile cattura di Mladic una vittoria dell’Occidente in un Paese tradizionalmente fratello della Russia». Finito a processo, Ratko non smise di ripetere ai giudici dell’Aia lo stesso ritornello: «Ho fatto tutto per proteggere l’Europa dall’Islam!». Appigliandosi a qualsiasi cavillo, una volta perfino chiudendosi nel wc pur di tardare l’udienza: «Non esiste traccia d’un mio ordine scritto!», la sua verità. Nessuna ammissione: «Tutto quel che dite è falso!». E ogni volta, un urlo: «Vergognatevi!». Lui non l’ha mai fatto