Corriere della Sera, 28 agosto 2026
Simone Moro, 137 volte in Nepal, pronto a dare una mano
Non azzarda a dirlo in modo esplicito, ma Simone Moro (Bergamo, 1967) ammette di non essere sorpreso dalle conseguenze del disastro in Asia: «Col cambiamento climatico innegabile, oggi crollano molto più facilmente anche i ghiacciai eterni e se i pezzi che cadono sono grandi come palazzi, creano onde come quelle in Nepal». L’alpinista— l’unico ad aver completato quattro prime ascensioni invernali su montagne di 8.000 metri – è in grado di descrivere con precisione quelle terre. In Nepal è stato «137 volte».
Centotrentasette, le ha contate?
«Sì, ho contato i visti d’entrata. Ho cambiato cinque passaporti e sono passato da lì una decina di volte per andare in Tibet. Quasi tutti gli alpinisti che hanno scalato con me attraversano la frontiera tra Nepal e Cina».
Come descrive quella zona?
«È un budello, nel senso che si tratta di una valle molto ripida e stretta. Non ci sono campi, né a destra, né sinistra, e l’acqua non può defluire in modo quieto, subisce addirittura un’accelerata».
Mai avuto paura ad attraversare la valle?
«No, io no, teniamo conto che le case distrutte dalle inondazioni sono lì da decenni, se non da secoli. I nepalesi hanno sempre edificato lungo il bordo del fiume perché da lì attingevano l’acqua e fungeva da impianto fognario. Il letto del corso d’acqua è l’unico punto in cui si può costruire».
Questo cosa significa?
«Anche noi italiani prima edificavamo sul bordo del fiume oppure sulla riva. Adesso non si può più costruire a meno di 200 metri dalla costa del mare o dalle sponde del fiume proprio perché sappiamo che gli eventi atmosferici di oggi sono più pericolosi rispetto a quelli di un secolo fa. Direi che invece dobbiamo trarre noi un insegnamento da questo disastro».
Quale?
«Analizziamo i filmati delle inondazioni che ci sono online. Si vedono molti detriti: alberi, tronchi che a un certo punto si incastrano sotto i ponti. In Italia abbiamo gli stessi corsi d’acqua del Nepal. I nostri fiumi non vengono ripuliti. Avevamo un’estate a disposizione».
Che cosa intende?
«I fiumi erano in secca. Nel dramma di avere poca acqua, potevamo andare nel letto dei fiumi e pulirli. Se venisse un’inondazione, i tronchi d’albero e la vegetazione tapperebbero i corsi d’acqua e si formerebbero grandi bacini che poi collassano».
Pensa a qualche fiume in concreto?
«Mi riferisco a tutti i corsi d’acqua. Fino a vent’anni fa, i contadini andavano sul letto del fiume e prendevano i tronchi e i resti degli alberi per usarli come legna da ardere. Oggi commetterebbero un reato: furto di beni appartenenti al demanio pubblico. Nessuno tocca più niente».
Quanto il Nepal ha contribuito alla sua carriera?
«Tantissimo. Tra due settimane torno di nuovo lì. Vado a scalare una montagna di 8.000 metri. Non sarò nelle zone colpite però lavoro anche come pilota quindi se ci sarà da dare una mano nella ricostruzione, io ci sono con l’elicottero».