La Stampa, 25 agosto 2026
Un libro su Flannery O’Connor
«Voglio vivere, non funzionare». In una società fondata sulla prestazione, come quella contemporanea, parole del genere suonano dirompenti. Ad appuntarle nel gennaio del 1944 una diciottenne. Una ragazzina. Una ribelle della parola. La strana e l’introversa capace di tradurre la propria sofferenza in letteratura; che persegue la vocazione al racconto, convinta di diventare una brava scrittrice, non per il successo, ma per la capacità di creare storie in cui si avverta la presenza di Dio che, lei convinta cattolica, vuole “incarnato” nella narrazione. E in questo diventare «intelligentemente santa».Sono i propositi che hanno reso Flannery O’Connor una delle più grandi scrittrici nordamericane del ‘900. Esponente di quella Southern literature che ha regalato al mondo autori come William Faulkner, Tennesse Williams, Harper Lee e Carson McCullers. Un’autrice di cui ora è possibile approfondire la conoscenza attraverso Diari pubblicato dalle Edizioni Ares con la traduzione e la cura di Fernanda Rossini e Alessandro Matone. Il volume si compone di due quaderni. Il primo, finora inedito in Italia, si sviluppa lungo quaranta giorni, dal 29 dicembre 1943 al 6 febbraio 1944, e si intitola Matematica avanzata. Flannery O’Connor, all’epoca diciottenne, lo scrive a Milledgeville mentre frequenta il Georgia State College for Women. Il secondo quaderno è invece Diario di preghiera, scritto tra il gennaio 1946 e il settembre 1947 mentre, ormai laureata all’Università di Iowa, frequentava un master. «Erano diari privati, non pensati per poter un giorno essere resi pubblici. Matematica avanzata, titolo che lei stessa annota sulla copertina per eludere la curiosità di quanti vivono con lei nella grande villa di famiglia, ha il pregio di testimoniare una O’Connor in cerca di sé stessa e del proprio futuro», spiega Fernanda Rossini. «Appunta annotazioni giornaliere spontanee che lasciano intravvedere attimi della sua vita quotidiana, ma soprattutto mostrano le sue incertezze di giovane che sa di dover affrontare un futuro che la sgomenta. Due le certezze che la guidano: la fede in Dio e la convinzione che sarà una scrittrice». Diverso il contenuto del secondo. Diario di Preghiera rivela invece come la O’Connor sia ormai certa delle proprie capacità di scrittrice, ma ancora non abbia trovato la propria voce. Queste pagine, scritte nella forma di un epistolario il cui unico destinatario è Dio mostrano la ricerca accorata che Flannery intraprende per riuscire a scrivere storie interessanti e degne di essere pubblicate in cui Dio “non ci è stato messo dentro a forza"».Insomma, il diario dell’incertezza e il diario dell’ambizione. «Lei vuole essere una scrittrice non famosa perché vende tanto, ma famosa perché è brava. Lo dirà più volte e lo scrive anche nel Diario di preghiera. “Voglio essere intelligentemente santa”. Lei definisce la sua narrativa “realismo cristiano”. C’è questa idea di scrivere per Dio, ma in modo corretto. Trovare un modo preciso per raccontare il mistero della vita. Non è interessata alla performance e al successo ma all’apprezzamento di un pubblico che ha capito l’importanza e il contenuto delle sue storie».In questo sta il senso del vivere e del non funzionare. «Nel diario lei butta questa frase alla fine di una forte critica al programma dell’università statale che sta frequentando. Non mi interessa studiare, voglio invece fare altro, voglio vivere, voglio trovare me stessa. Una frase che se a una prima lettura pare una semplice denuncia, in un contesto più generale, assume il valore di rifiuto di quello che lei definisce il muro sociale, cioè le convenzioni socioculturali alle quali le viene chiesto di adeguarsi, o anche le aspettative della famiglia, perché lei è la più giovane di tutti, e sente che questo muro sociale la sta ingabbiando, la sta costringendo ad adeguarsi e quindi dice no. Questo è il modo in cui io funziono, mentre io voglio vivere, voglio essere me stessa, voglio diventare quella che sto sognando di diventare».Parole che confermano lo spirito profondamente ribelle della giovane autrice. «La sua ribellione non è una ribellione esterna, è una ribellione che passa attraverso la parola, perché la parola rimane. È questo il suo modo di vivere il reale, indossando quelli che lei definirà più avanti gli occhiali, la visione del cattolicesimo per riuscire a capire cosa nel reale è giusto e sbagliato e raccontarlo».Flannery O’Connor è stata una grande scrittrice anche perché ha sofferto. A cominciare dalla perdita dell’amato padre, Edward Francis O’Connor, a causa del lupus eritematoso, poco prima che lei compia quindici anni. Una perdita che segnerà profondamente la sua vita e la sua opera. Lei stessa morirà nel 1964, a soli trentanove anni, a causa della stessa malattia da lui ereditata. «Se si leggono i suoi racconti si nota come ritorni sempre l’esperienza di sofferenza che lei ha avuto, che poi ha superato grazie alla fede, l’ha accettata, ma questa esperienza di sofferenza è sempre presente». Così come la violenza nei suoi racconti. «La violenza e il grottesco, elementi narrativi tipici della letteratura del Sud che lei fa suoi, sono gli strumenti con i quali Dio si manifesta al personaggio. Perché tramite la violenza la vita del protagonista viene destabilizzata. Si apre quello scorcio in cui riesce a vedere che c’è il mistero oltre al concreto».Resta da capire l’attualità di questi diari. «Oggi una giovane lettrice potrà ritrovarsi nel desiderio di ribellione al mondo degli adulti, nell’indecisione su come comportarsi, nei sogni di futuro costruito secondo i propri progetti, ma anche nella ricerca di senso della propria esistenza». —