La Stampa, 26 agosto 2026
In morte di Dolly Parton
Ci eravamo abituati a pensarla eterna, con quei capelli biondi, il trucco sempre perfetto, l’immagine immutabile negli anni, quasi da cartone animato. Eppure non lo era. Dolly Rebecca Parton è morta a Nashville, Tennessee. Aveva 80 anni. Con oltre 160 milioni di album in tutto il mondo, era l’artista femminile di musica country che ha venduto più dischi di sempre. Ed era molto di più di una cantante: se il termine icona significa davvero qualcosa, Dolly lo era. E ne era anche consapevole, così conscia del suo ruolo all’interno dell’intrattenimento americano da potersi permettere di fare ironia su se stessa. «Avevo le lentiggini e lo spazio tra i denti. Volevo sempre essere più bella. Ho iniziato a curare il mio aspetto: volevo vestiti attillati, trucco vistoso, unghie lunghe, labbra rosse. Ci ho preso gusto», ha dichiarato nel 2003 alla rivista People.Nata a Pittman Center, nel Tennessee, nel 1946, era la quarta di 12 figli. Il padre, Robert Lee Parton, non sapeva leggere né scrivere, cosa che la porterà, già famosa, a creare la Imagination Library, il programma che ha spedito milioni di libri gratuiti ai bambini di tutto il mondo. «Non abbiamo mai sofferto la fame vera e propria, ma a volte non avevamo abbastanza da mangiare», ha sempre detto delle sue origini. A sei anni inizia a suonare la sua prima chitarra e a cantare nella chiesa del nonno. L’anno seguente comincia a scrivere canzoni. A 12 anni è già in tv a Knoxville. A 13 incide il primo disco. Nel 1964 si trasferisce a Nashville dove incontra Porter Wagoner, il conduttore tv e cantante country che le apre le porte della notorietà con il suo show, facendola esibire di spalla ad altri artisti. Lì è anche dove capisce per la prima volta che cosa significhi lottare per mantenere la propria voce in un settore dominato dagli uomini. Quando Wagoner non vuole lasciarla andare, lei scrive I Will Always Love You, una canzone d’addio che Whitney Houston porterà poi ai vertici delle classifiche mondiali con il film del 1992 The Bodyguard. «Quando mi preparai per andare via, la situazione era tutt’altro che piacevole. Così tornai a casa e quella canzone mi venne in mente spontaneamente. La mattina dopo dissi: “Ecco come mi sento”», racconta nel 2012. Per la cronaca: Parton non si lamentò mai che la cover di Houston fosse diventata molto più famosa dell’originale. Al contrario, disse che i diritti d’autore l’avevano aiutata a comprare un sacco di scarpe. Anche qui, la sua famosa autoironia.Hello, I’m Dolly è il disco di debutto del 1967, seguito da successi come 9 to 5 e Jolene. Femminista senza aver mai fatto proclami, lo era per azione, più che per slogan. 9 to 5, il film del 1980 con Jane Fonda e Lily Tomlin e la sua omonima canzone, sono diventati simboli della lotta contro il sessismo sul posto di lavoro. La melodia furba e la trama di vendetta – tre impiegate che rapiscono il loro capo misogino – fecero ridere l’America, ma la fecero anche riflettere: decenni dopo, non c’è manifestazione femminista in cui non ci sia una foto di Dolly e delle altre protagoniste. Anche la sua immagine, così eccessiva e caricaturale, era alla fine una forma di femminismo, se per femminismo si intende scelta consapevole e controllo sul proprio corpo. «Sarò sempre una musicista country perché sono una ragazza di campagna», diceva lei. «Il mio stile è la mia anima, sono i miei sentimenti. Racconto al mondo attraverso le mie canzoni ciò che non avrei mai detto a mia madre».Figura dominante dell’immaginario americano, amata senza riserve a destra e a sinistra, dai conservatori dell’Appalachia e dai progressisti delle coste, Parton lascia canzoni che sopravvivono ai generi musicali – Jolene, Coat of Many Colors, 9 to 5, I Will Always Love You – ma anche atti concreti del suo altruismo, come il parco tematico Dollywood fondato nel 1988 e che è il principale datore di lavoro della contea di Sevier; come le borse di studio per gli studenti delle scuole superiori; come l’ospedale pediatrico che porta il suo nome. «Le mie canzoni mi hanno portato via dalle montagne e mi hanno condotto ovunque volessi andare», è un’altra sua frase famosa. Nel corso della sua carriera, Parton ha vinto un Emmy, 11 Grammy Award, 10 premi della Country Music Association, 7 premi dell’Academy of Country Music e 3 American Music Award, oltre a ottenere 2 candidature agli Oscar. È stata una delle sole sette artiste a vincere il premio «Entertainer of the Year» della Country Music Association. Nel 1999 è stata anche inserita nella Country Music Hall of Fame. Ha collaborato spesso con artiste più giovani, tra cui Beyoncé e Sabrina Carpenter, ed era la madrina di Miley Cyrus. Gli ultimi mesi sono stati segnati dal lutto e dalla fatica. Il marito Carl Thomas Dean – sposato nel 1966, 60 anni di vita condivisa quasi interamente lontano dai riflettori – era morto nella primavera del 2025, a 82 anni, cosa che l’aveva lasciata per la prima volta fragile, tanto da annullare la residency di Las Vegas prevista per dicembre. Da oggi, per una settimana, le bandiere americane degli uffici federali sventoleranno a mezz’asta in segno di lutto. Un’iniziativa che l’avrebbe messa in soggezione. Quando le venne proposta, prima da Trump e poi da Biden, la Presidential Medal of Freedom – la più alta onorificenza civile – rifiutò spiegando che non si sentiva degna. Quando il Tennessee propose di erigerle una statua in vita, chiese che si aspettasse la sua morte. «Non voglio sembrare presuntuosa», disse. Poi ridendo aggiunse: «Almeno aspettate che sia ben truccata per l’eternità». —