il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2026
Quarant’anni fa i Queen si esibirono in Ungheria: fu il primo mega-live occidentale in uno stadio oltre la Cortina. Ma tra gli ultimi show di Mercury
L’aliscafo si chiama “Gorbacëv”. Pare che un tempo appartenesse proprio al compagno Mikhail, in effetti lo hanno costruito in Unione Sovietica. Ma quando i Queen salgono a bordo, l’imbarcazione è stata riassegnata al Comitato Centrale del Pc magiaro. La band vola sulle acque del Danubio, da Vienna a Budapest. Fossimo a fine Ottocento sarebbe un valzer straussiano, una celebrazione dei fasti asburgici. Invece in quest’estate del 1986 l’impresa è bucare la Cortina di Ferro, dimostrando che il rock non è un satana costruito dall’Occidente. Per la verità, altre stelle hanno preceduto Freddie & C. in Europa Orientale: i Dire Straits hanno suonato in Jugoslavia, gli Iron Maiden in Polonia. Elton John si è spinto sotto le mura del Cremlino e a Leningrado. Però i Queen vogliono fare ancora di più: piazzarsi davanti a 80mila fan, al Nepstadion di Budapest. Alzando il volume di fronte a quei ragazzi che si consumano le orecchie tentando di captare Radio Free Europe, che trasmette in onde corte da Praga, o rischiando grosso infilandosi nei giubbotti cassette di musica “proibita”, confezionate alla buona.
I Queen sono nel bel mezzo del tour di Magic, la loro potenza di fuoco è inarrivabile. Dodici mesi prima, al Live Aid, si sono presi già il mondo, con quel set perfetto che per 20 minuti aveva reso Mercury l’uomo più potente del pianeta. Qui, nella capitale ungherese, la richiesta per i biglietti del concerto del 27 luglio è stata talmente alta da far ipotizzare più repliche. Ma il primo ministro comunista Gyorgy Lázàr detta la linea: non esageriamo, chi li tiene più i nostri giovani se li lasciamo preda della dissoluzione r’n’r? In ogni caso, solo per stavolta vi si concede di applaudire, moderatamente. Ma niente fumo o alcool: peraltro l’impianto è già stato martirizzato per l’evento. Si sono dovuti smontare i cancelli d’ingresso per far passare i tir con l’equipaggiamento. L’accordo prevede un cachet di circa la metà (poco più di 100mila dollari) di quanto non intaschino solitamente i Queen. Il governo non può svenarsi per degli idoli capitalisti. Una volta sbarcati in città (indossando camicie hawaiane), i rocker inglesi si rendono conto della magnificenza di Budapest. Brian May, abituato a valutare la Terra dal cielo, si concede un giro in mongolfiera. La prima gaffe di Freddie è chiedere se il Palazzo del Parlamento sia in vendita, la seconda càpita durante la cena offerta dall’ambasciata britannica. Ubriaco marcio, il frontman chiede a un’amica ungherese di Roger Taylor: “Quanto grande è la tua fica?”, facendo inorridire interprete e ospiti. Mercury è fatto così, si diverte a parlare sporco. Però in scena è un gigante: e per il pubblico del Nepstadion (e dei quarantamila che ascoltano dalla strada) ha in serbo una sorpresa. Dalla sua stanza affacciata sul fiume all’Intercontinental Hotel prova e riprova una vecchia canzone folk ungherese, Tavaszi szél vizet áraszt. Se ne segna sul palmo della mano la traduzione fonetica, vuole essere certo di eseguirla con il giusto accento. Il brano arriva a tre quarti della scaletta, dopo Love of my life e prima di Is this the world we create?: gli ottantamila non possono che azzardare quel coro familiare che parla di acqua, vento e terra.
Nessuno, in quel frangente della Storia può immaginare che quarant’anni più tardi la melodia diventerà un inno di libertà nell’Ungheria oppressa da Orbàn. Nessuno sa mai niente del futuro, del resto. Neppure Freddie: ai fan che lo avvicinano nei sei giorni a Budapest e che gli chiedono se tornerà, risponde: “Sì, se sarò vivo”. Funesta premonizione: durante il Magic Tour, che si sarebbe concluso il 9 agosto 1986 con il megalive a Knebworth Park (il suo ultimo con i Queen) ignorava che di lì a poco avrebbe contratto l’HIV. La diagnosi sarebbe caduta sulla sua testa nella primavera ’87, ma lui la tenne nascosta ai compagni di band per almeno altri due anni. Nell’immediato, si confidò solo con la sua ex Mary Austin e con il compagno Jim Hutton. Solo a Montreux, durante le registrazioni di The Miracle, ne parlò con May, Deacon e Taylor.
Così, il film Queen Budapest, che sarà nei cinema italiani dal 7 all’11 ottobre (biglietti in prevendita da oggi) in versione restaurata e in 4k a distanza di quattro decenni dalla prima uscita, è a buon diritto il suo testamento di performer. La colonna sonora sarà disponibile dal 30 ottobre: già ora è possibile ascoltare la clip di Who wants to live forever?. L’aveva scritta per Highlander, è diventata il più struggente epitaffio rock di ogni epoca. Il futuro resta un enigma, anche mentre ribalti la Storia.