il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2026
Quando Crocefisso Dentello lesse Kafka a 12 anni (e si sentì peggio di uno scarafaggio)
La prima volta che ho letto Franz Kafka ho perso i sensi. Avevo dodici, tredici anni. Ero già un lettore ostinato. Frequentavo con regolarità la biblioteca comunale di Cesano Maderno (Monza e Brianza). Mi piaceva trascorrere pomeriggi interi in mezzo agli scaffali e scoprire autori fuori dalle prescrizioni scolastiche. La biblioteca era allora l’unica alternativa al grigiore della Brianza e alla mia solitudine di adolescente senza amici. A casa si badava all’essenziale, a mettere insieme il pranzo con la cena e alle rate in scadenza che si ammonticchiavano minacciose in un cassetto della credenza. Nemmeno concepibile l’idea che si potessero spendere soldi per acquistare romanzi. Non importava che me li procurassi gratuitamente perché per mio padre leggere era una colpa. Tollerava la mia passione come si tollera il vizio di un perdigiorno. Per lui, muratore stacanovista, il tempo era misurabile in ore di fatica, non certo al ritmo di pagine sfogliate. Vedere il suo primogenito inchiodato alla scrivania della cameretta, all’ombra di una pila di volumi, mentre gli altri ragazzi del quartiere inseguivano un pallone, equivaleva ai suoi occhi alla mia rinuncia a diventare un uomo. Io uomo volevo diventarlo ma a modo mio. Ignorava che a dodici, tredici anni, ero stanco di isole del tesoro, di richiami della foresta, di leghe sotto i mari. Volevo confrontarmi con un’altra letteratura, quella che per difetto anagrafico non mi competeva ancora affrontare.
In biblioteca, al bancone del prestito, si alternavano due donne agli antipodi. Da una parte la signorina Giuditta – labbra stirate, occhi luciferini – che sembrava detestare cordialmente chiunque le rivolgesse la parola, e dall’altra la signorina Dora con il suo sorriso gioviale e i suoi pullover colorati che perdonava con indulgenza qualsiasi infrazione al regolamento. Il pomeriggio in cui depositai sul bancone Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa la signorina Giuditta scosse la testa e con la sua vocina aspra mi sibilò: “Hai undici anni, questo libro non è per te. Rimettilo subito a posto”. Il suo dito puntato non ammetteva repliche. Per questo, nell’estate dei miei dodici anni, approfittando della presenza della signorina Dora, feci scivolare sotto i suoi occhi un tascabile Garzanti con un nome straniero e spigoloso in copertina: Franz Kafka. Non batté ciglio, anzi mi sussurrò: “Oh, che bravo ometto. Un classico importante”. Avevo sentito nominare La metamorfosi in un programma tivù ed ero rimasto affascinato dalla storia di quest’uomo che si risveglia al mattino trasformato in un insetto. Avviai la lettura subito dopo cena, catturato sin dalle prime pagine nelle quali Gregor Samsa tenta con immani sforzi di muoversi mentre i familiari e il suo capo-ufficio gli intimano di aprire la stanza nella quale si trova suo malgrado prigioniero. Ho appreso da Alessandro Piperno che alla prima lettura di Kafka agli amici, quest’ultimi reagirono al racconto con risate e sghignazzi. Io, fedele all’interpretazione critica di incomunicabilità e alienazione, non riuscii a sciogliere un groppo in gola.
Mio padre, prima di coricarsi, a sorpresa mi annunciò che l’indomani lo avrei seguito in cantiere. “Basta oziare” mi ammonì. Insofferente a vedermi ciondolare per casa il giorno seguente mi condusse in un appartamento in ristrutturazione nel centro di Milano. Mi ritrovai in mezzo a macerie da rimuovere, con la polvere di gesso che s’incollava alla gola e un’afa opprimente che spezzava il respiro. Spalavo i calcinacci con gesti impacciati sotto il suo sguardo a tratti irridente. Controllavo la lancetta dell’orologio ogni cinque minuti. Tentavo di spingere avanti il tempo con la sola forza del pensiero, stremato dalla fatica e impaziente di ritornare al dramma del mio commesso viaggiatore. Sì, perché sulla via del ritorno, intrappolati nel traffico, tirai fuori dal mio zainetto il tascabile Garzanti con una figurina Panini di Gullit come segnalibro. Mio padre acconsentì al baratto a denti stretti. Io lo avevo assistito come “manovale”, lui mi concedeva di leggere in auto. Affondai il naso nelle pagine in cui Gregor Samsa scala il soffitto e le pareti di casa fino a penetrare in cucina. È qui che il padre, afferratele dalla fruttiera, gli lancia contro delle mele finché una si conficca nella sua schiena-corazza. Sospirai piegandomi all’indietro sul sedile e persi i sensi. Mio padre si voltò di scatto e dopo vari tentativi riuscì a farmi rinvenire. Ci fermammo in un bar sulla strada e solo quando si sincerò delle mie condizioni di salute si rimise al volante. “Un colpo di calore, tranquillo” mi rassicurò. Presto però comprese che il mio svenimento era stato suscitato da quel libriccino. Mi fulminò con una delle sue stoccate in dialetto: “Ma picchì capitò a’mmia u’ figghiu babbu?”.
Solo a libro terminato, con le lacrime agli occhi per la fine tragica di Gregor Samsa, compresi che in quell’abitacolo rovente, il pomeriggio precedente, a riempirmi di orrore non era stato solo il destino di un personaggio immaginario ma il mio medesimo. Io pure ero un insetto per mio padre, incapace com’era di riconoscere il proprio sangue una volta perso il calco della somiglianza. La mela che mi ha scagliato per anni è stata la sua indifferenza, la sua rabbiosa volontà di soffocare ogni mio istinto fuori dalla norma. Quella mela è rimasta per anni, silenziosa e invisibile, a imputridire dentro di me ma non mi ha piegato, non mi ha vinto come accaduto allo sventurato fratello Gregor.