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 2026  agosto 24 Lunedì calendario

Pietro Veronese racconta com’è nata Graceland di Paul simon

Il 25 agosto 1986 uscì Graceland, settimo album del grande cantante e autore americano Paul Simon, e scoppiò come una bomba allegra e gentile. Un ponte gioioso o forse un abbraccio di note e di accordi tra quelli che apparivano allora il Paese più spensierato e il più disperato del mondo, gli Stati Uniti e il Sudafrica. Un anno dopo aveva venduto sei milioni di copie. Sarebbe diventato il più grande successo tra gli album registrati in studio da Simon, sedici milioni di copie. La maggior parte dei cantanti, dei coristi, degli strumentisti che avevano registrato con lui erano sudafricani.
Vero, erano tempi lontani e diversi. C’era un interesse sentito e partecipato per quello che succedeva al mondo, specie nei suoi paraggi più negletti. L’anno prima, 46 mostri sacri della musica americana più un inglese e un canadese, da Michael Jackson a Stevie Wonder a Ray Charles a Bruce Springsteen e Bob Dylan, si erano messi insieme per il progetto We Are the World, una canzone di solidarietà con l’Etiopia colpita da una devastante carestia. Oltre cento milioni di dollari raccolti. Ma quello che fece Simon non c’entrava niente. Era l’iniziativa di un singolo artista in crisi personale e creativa. Aveva ascoltato un’audiocassetta di musica sudafricana, sound e ritmi che non conosceva, e si era esaltato. E mentre i cantanti che avevano realizzato We Are the World erano stati spronati in ogni modo, quando a Simon venne l’idea di partire per il Sudafrica molti cercarono di dissuaderlo. Lui non diede retta e si gettò nell’occhio del ciclone. Il Sudafrica era allora in piena rivolta. I ghetti neri erano in fiamme, la repressione era feroce. Il governo aveva proclamato lo stato d’emergenza. Ogni sciopero, ogni manifestazione, ogni corteo di protesta finiva in spari e vittime. Seguivano funerali che diventavano altri cortei e altre vittime, una spirale senza fine. Cominciava nel sangue la fine dell’odioso sistema dell’apartheid, la segregazione razziale della maggioranza nera a opera della minoranza bianca.
Nel 1986 quel regime era al potere da quasi quarant’anni, quanti ne sono passati da allora. Nessuno sapeva che sarebbe riuscito a durare ancora poco. Quattro anni e Nelson Mandela sarebbe uscito di prigione; altri quattro e sarebbe stato eletto presidente, in un Sudafrica finalmente liberato. Ma per il momento erano solo lacrime e sangue. La parola d’ordine internazionale era boicottaggio. Il regime bianco era isolato, non soltanto in senso economico e commerciale. L’Assemblea delle Nazioni Unite richiedeva «a tutti gli Stati di evitare ogni scambio culturale, accademico, sportivo o di altra natura con il Sudafrica».
E faceva appello «a scrittori, artisti, musicisti e altre personalità affinché boicottino il Sudafrica». Il Paese dell’apartheid era bandito da ogni campionato, da ogni festival, mostra, convegno o incontro internazionale. Un paria tra le nazioni. Fu in questo contesto che Paul Simon salì su un aereo e atterrò a Johannesburg. Prima di partire, si era rivolto a colleghi di grande prestigio e successo coinvolti nella lotta contro l’apartheid, chiedendone il consenso. Non glielo negarono, conoscendo la limpidezza delle sue intenzioni.
Uno fra tutti, il mitico Harry Belafonte, campione della battaglia per i diritti civili dei neri americani, gli diede la sua benedizione. Ma molti lo criticarono. Più tardi, se qualcuno avesse ancora avuto dubbi, quando Graceland divenne un trionfale tour di concerti, si unirono a lui due giganti della musica e della lotta dei neri sudafricani, la cantante Miriam Makeba e il trombettista Hugh Masekela.
Graceland diede fama internazionale a tanti artisti del Sudafrica, a cominciare dal coro di voci zulu Ladysmith Black MambazoSimon fu impeccabile con i crediti, i compensi, il riconoscimento tributato ai suoi colleghi. Non si troverà, nelle parole degli undici brani, alcun riferimento diretto alla lotta contro l’apartheid. Ma ogni concerto del tour si concludeva con l’intera band che cantava Nkosi Sikelel’ iAfrika. Composto nel 1897 come canto di chiesa, divenne in quegli anni l’inno della rivolta nera; oggi è l’inno nazionale sudafricano. La musica e la storia hanno molte cose da dirsi.