la Repubblica, 24 agosto 2026
Paolo Gentiloni parla delle elezioni di midterm
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I più pessimisti paventano l’invocazione di poteri “emergenziali” o la contestazione della legittimità di un risultato avverso, ricordando l’insolito discorso tv di qualche settimana fa nel quale Trump si è rivolto agli americani per denunciare la “vulnerabilità’” del sistema elettorale e ribadire l’illegittimità della vittoria di Biden. Venticinque minuti “a reti unificate”, con annessa minaccia (per fortuna velleitaria) di revocare la concessione e a reti come Abc e Nbc che non lo hanno trasmesso in diretta. Anche chi è meno pessimista e continua a nutrire fiducia sulla tenuta delle istituzioni americane sa che comunque oggi niente sembra impossibile. Per queste ragioni la responsabilità dei Democratici, nettamente favoriti nelle imminenti elezioni, è davvero grande.
I successi ottenuti dal sindaco di New York e da alcuni candidati alle primarie hanno rafforzato le correnti più radicali, e gli stessi democratici “socialisti” (Dsa). Ma le posizioni radicali, capaci di mobilitare la base democratica alle primarie – o di vincere in una realtà come New York – non hanno mai avuto grandi chance con il vasto elettorato americano. Nonostante le sue qualità personali e la guerra del Vietnam, George McGovern, il più radicale tra i candidati democratici nel dopoguerra, non raggiunse il 40% contro Nixon. Per vincere serve capacità di rivolgersi all’insieme degli elettori, compresi gli incerti, quella mostrata da Bill Clinton o Barack Obama. E serve proprio oggi di fronte alla delusione di molti elettori che avevano scommesso su Trump per risollevare le sorti della classe media impoverita.
Tutto giusto, quasi ovvio. E in linea di massima valido anche in Europa. Dove di vittorie di posizioni radicali non si ha memoria. Ma oggi c’è Trump. Che certo è radicale e non si preoccupa di esserlo. E questo ha dato molto più spazio alle posizioni dei democratici-socialisti, condivise secondo i sondaggi dal 30% degli elettori dem. Ecco dunque il dilemma: nel tempo di Trump si vince rivolgendosi all’insieme dei potenziali elettori con una linea alternativa “di governo”, oppure si vince mobilitando i propri elettori su posizioni radicali? Due risposte mi sembrano al momento possibili.
Primo, meglio rifiutare la logica subalterna dell’imitazione di Trump. A estremista, estremista e mezzo. La fortuna dei Dsa sembra infatti legata più a una reazione a Trump che a una nuova solida spinta culturale, paragonabile a quanto avvenuto a destra con il Tea party o il Maga. Ed è comunque impensabile raggiungere la maggioranza degli elettori americani con proposte come l’abolizione delle carceri o il definanziamento della polizia. Secondo, non ignorare le istanze che le posizioni radicali esprimono sui temi sociali e della sostenibilità economica (affordability). Ma anche le loro campagne su Gaza o contro i data center. E soprattutto non emarginare chi se ne fa portavoce, contraddicendo la tradizione della “grande tenda” democratica, inclusiva di anime molto diverse. «È il momento di aggiungere, non di sottrarre» ha ammonito Gavin Newsom, il governatore della California. La risposta al dilemma dei democratici sarà lasciata alle scelte dei singoli candidati, almeno fino all’emergere di una leadership con le primarie per la Casa Bianca. Ma è già chiaro che questa leadership sarà vincente se sarà nuova e il più possibile estranea all’establishment. Una leadership la cui ispirazione maggioritaria non si confonda con il moderatismo, capace dunque di coniugare la contrapposizione intransigente a Trump con la credibilità di un’alternativa vincente e inclusiva. Doti che a oggi molti intravedono nel giovanissimo senatore della Georgia Jon Ossoff. Speriamo che i democratici americani escano vincenti, perché in fondo questo loro dilemma vale anche per noi.