Corriere della Sera, 22 agosto 2026
Intervista ad Alice, nipote di De André
Alice De André, il video in cui lei difende la ragazza che contesta il ministro Salvini durante il concerto per suo nonno Fabrizio De André a L’Agnata, qualche giorno fa, è andato virale e ha catalizzato una grande attenzione. Si sarebbe aspettata tanta risonanza?
«Assolutamente no. Sono una persona impulsiva, mi rendo conto solo dopo che ciò che faccio potrebbe creare attenzione. Mi fa piacere che sia accaduto, non credo di aver esagerato».
Cosa l’ha fatta arrabbiare?
«La polemica sul dissenso. Ciò che voglio dire non è che Salvini non possa ascoltare le canzoni di De André ma è surreale condannare una ragazza che si alza e lo critica. Mio padre mi raccontava che da piccolo lo accompagnava in tournée con i New Trolls. Era un periodo di contestazioni politiche molto forti e capitava che quelli di Lotta Comunista fermassero i concerti dicendo di non essere d’accordo. Allora mio nonno metteva giù la chitarra e spiegava loro il testo».
Ha detto che Salvini delle sue canzoni ha capito il «la la la».
«Sono ben contenta che ami le canzoni di De André. Però vorrei sedermi con lui e chiedergli, sinceramente: quando ascolta Khorakhané, che cosa pensa? Quando ascolta Sidún, che cosa pensa? Perché sono in netto contrasto con ciò che afferma. A versi come: “Se questo vuol dire rubare, questo filo di pane tra miseria e sfortuna, allo specchio di questa galera, ai miei occhi limpidi come un addio”, lui risponde cose come: “Andiamo ai campi rom con la ruspa”. Quando nel video affermo che nonno gli avrebbe chiesto che ca… ci faceva lì, intendevo non con sfida ma veramente per capire».
Dori Ghezzi ha affermato: «Alice? Cosa ne sa lei del nonno». Le è dispiaciuto?
«Non credo meriti neppure una risposta. Io sono cresciuta a pane e mio nonno. Sono follemente innamorata di lui fin da piccola e, non avendolo mai potuto conoscere di persona, ho studiato tutto ciò che era possibile studiare, ho letto, conosco i suoi testi e sono sempre andata alle cantate anarchiche. Ancora oggi, quando ceno con mio padre, con mia zia Flavia, la moglie di Mauro, che è l’unica parente con la quale ho un rapporto vero, e con suo figlio, il cugino di mio papà, mi faccio raccontare tutto. Conosco i valori di mio nonno che sono gli stessi che mi ha insegnato mio papà».
Dori è la custode dell’eredità di Faber.
«Dori non è un membro stretto della mia famiglia, non è mia nonna e non mi ha trasmesso quei valori. È la moglie di mio nonno, per me è sempre stata una sorta di zia, ma devo ammettere che ci siamo frequentate molto poco. Ciascuna dovrebbe rimanere nel suo e portare con sé la propria fetta di De André».
Il suo spettacolo teatrale si chiama «Alice (non canta) De André». Non lo canta perché?
«Il legame con la musica è rappresentato dalla violoncellista Giulia Monti. In scena vado alla scoperta di me stessa e anche di questa presenza che io sento dentro. Ne sono convinta e ne vado molto fiera».
Come ne parla?
«Ci sono pezzi del monologo che risalgono alla mia infanzia e alla mia adolescenza. In molti momenti della mia vita mi sono scontrata con questo cognome al punto quasi da rifiutarlo. Oggi non potrei rinunciarci».
È vero che le avevano consigliato di usare uno pseudonimo?
«Dori, all’inizio. Non era molto d’accordo che lo “trascinassi” nel mio lavoro. Lei è una supporter della santificazione di De André. In parte, credo, anche per cercare di proteggermi».
In cosa si sente simile a Faber?
«Nella rabbia verso una società che torna sempre indietro senza fare mai un passo avanti, nella delusione e nella fragilità di chi non trova un proprio posto, che non può stare al gioco degli altri. Nell’amore per la vita. L’amore, la rabbia, il rifiuto delle ingiustizie e degli abusi di potere, la vocazione a dare voce agli ultimi, sono i valori in cui sono cresciuta».
In alcuni video lei parla con un suo ritratto.
«Me lo diede papà quando si stava trasferendo in Sardegna. Occupa metà salotto della casa che ho con il mio fidanzato. Io ci parlo con lui, gli chiedo di sostenermi. Ci scherzo, come faccio vedere nei video».
È sempre stata così?
«I miei primi tre anni di vita li ho trascorsi a L’Agnata. I miei genitori mi dicono che io il nonno lo vedevo».
In che senso?
«A tavola volevo che ci fosse il piatto anche per lui, davanti alla tv mettevo un cuscino per lui accanto al mio. Ci sono persone che lasciano questa vita velocemente, il mio nonno materno per esempio, ma lui no. È rimasto molto “a girare qui intorno”, credo mi abbia vista crescere».
Rivive in lei?
«De André è un cognome sacro in questo Paese. Ma io non ne faccio un santino. Lo riporto sulla terra. Su un piedistallo non ci è mai voluto stare».
È più difficile essere la nipote di Fabrizio o la figlia di Cristiano?
«Essere la figlia di Cristiano non è stato facile. Ma ho avuto una mamma fantastica che mi ha sempre detto che sono nata dall’amore. E quando papà si è perso, nei momenti in cui si è perso, lei ha avuto l’intelligenza di spiegarmi che erano appunto solo momenti e che dovevamo volergli bene e stargli vicino».
Con sua mamma avete avuto delle vicissitudini economiche dure.
«Mia mamma – che non era ballerina della Scala ma semplicemente aveva studiato lì danza – lavorava nell’agenzia di assicurazioni di famiglia. Era il 2009, la grande crisi, mio zio fece dei passi sbagliati... perdemmo tutto. Anche la casa. C’erano firme false di mezzo, da un giorno all’altro non avevamo più niente. Mia madre trovò un lavoro da segretaria, io facevo la cameriera per pagarmi l’università. Poi la fortuna ha fatto sì che lei abbia incontrato Massimo (Montini, presidente della fondazione Un futuro per l’Asperger onlus, dove Alice tiene dei corsi, ndr) e abbiamo costruito una stupenda famiglia allargata».
Famiglia allargata anche dall’altro lato. Lei assomiglia a sua sorella Francesca. Vi frequentate?
«La supero di 15 cm (ride) però siamo simili, sì. Diciamo che siamo sparsi nel mondo... ognuno è alla ricerca del proprio bene».
Un’infanzia «rock&roll», per usare un eufemismo. Come va con suo padre oggi?
«Senza quell’infanzia non sarei arrivata qui, sono contenta di come sono diventata... Abbiamo un rapporto vero. Le discussioni sono all’ordine del giorno però ci capiamo».
Quand’era piccola?
«Ero innamorata di lui. Mio padre è magnetico, quando entra in una stanza si voltano tutti. Gli stavo incollata, cercavo di assorbire il più possibile sia dai suoi racconti su nonno sia sulla musica».
Ha un carattere difficile?
«È una testa di c…, ma non riesci a non volergli bene. È goffo, non cattivo. Si perde nei suoi pensieri, nei suoi viaggi. E tu lo raccogli e lo riporti dove deve stare».
E dove deve stare?
«Su un palcoscenico. È un musicista straordinario. E adesso ha trovato il modo giusto…».
Per essere un De André?
«De André canta De André: chi meglio di lui? Sono stati molto in conflitto, poi sono nati un amore e una stima incredibili. È successo anche tra me e lui. Funzioniamo così».
Era emozionata quando è venuto a vederla a teatro?
«Ho debuttato al Gerolamo di Milano, un po’ una Scala in miniatura, 200 posti. Mamma conosceva già a memoria tutto lo spettacolo, papà sapeva solo il titolo. Le avevo detto di non farlo sedere in prima fila. L’ha messo in quarta, uguale. Lo vedevo e cercavo di non guardarlo altrimenti scoppiavo in lacrime. Piangeva, rideva e commentava. In fondo, l’ho fatto per lui».
Davvero?
«È il collante tra me e mio nonno. Da piccola, mi metteva lì e mi diceva: “Lui è tuo nonno. Ha scritto questo”. E suonava».
Le è piaciuta la fiction con Luca Marinelli?
«No. Ma Marinelli è così fantastico che l’ha resa quasi bella».
Il demone De André è l’alcol?
«Quel lato lì non l’ho preso, meno male. Sono più come mamma che quando beve una Corona già è alticcia».
Canzone preferita?
«Forse non c’è. O forse sì, Amico fragile. Che siamo noi: papà, nonno e io. Anime fragili».