Corriere della Sera, 22 agosto 2026
Intervista a Roberto Andò
Roberto Andò, palermitano classe 1959, si muove su quattro fronti, e lo considera «un privilegio»: letteratura, cinema, teatro, opera. Ha lavorato per anni con giganti, come assistente alla regia. È un grande intellettuale. Col suo tono riflessivo, attento a psicologie e atmosfere, alle crisi morali, nel mare infinito dell’inconoscibile lavora con immagini, suoni e soprattutto parole. La Stranezza, con Servillo e Ficarra e Picone, su Pirandello, è stato il suo più grande successo commerciale, sfiorando 7 milioni di incasso. Ora prepara un film al femminile con le due Valerie, Golino e Bruni Tedeschi.
Lei com’era da piccolo?
«Molto introverso, con una timidezza patologica. Le mie difficoltà le ho superate attraverso i libri, il mio nido. Sono stato un lettore precoce. La capacità che ha la lettura di immergerti in altri mondi, mi ha salvato; la possibilità di vivere vite che non erano la mia. A 13 anni ho letto per la prima volta La montagna incantata di Thomas Mann. Ma non mi consideravo Giacomo Leopardi, ero abbastanza smart, giocavo bene a calcio».
Le sue origini?
«Vengo da una famiglia borghese, sono nato in una Palermo che era come l’India delle caste, segnata da forti divisioni sociali. Però avevo amici che appartenevano a classi diverse. C’erano squarci di nobiltà ormai parassitaria, e la piccola borghesia che viveva in una dimensione modesta, ma incontravo persone vivaci».
Suo padre primario ortopedico, sua madre?
«Mi portava al mercato delle pulci dove incontrava Enzo Sellerio, collezionista anche lui, immersi in una Palermo che stava scomparendo, nei quartieri che ti raccontavano una dimensione anche tragica della vita, ma autentica. E restava una città plurale, mentre oggi è omologata dal turismo, come una specie di luna park mostruoso».
Lei vive tanti mesi l’anno a Napoli dove dirige il teatro Nazionale, il Mercadante. È molto diversa da Palermo?
«Sì, molto. Napoli ha un rapporto sublimato con la morte. In Sicilia è una tragedia irrimediabile, a Napoli vi si gioca. Quando non sto a Palermo mi tornano certi odori, quando ci vado, dopo tre giorni devo andarmene, e capisco perché me ne sono andato. Ci sono stereotipi che vorrei venissero superati dagli stessi siciliani, come l’affidarsi solo alla furbizia, che ha portato la Sicilia a essere l’immondezzaio dell’impero. Ha sempre fatto calcoli sbagliati, pensando di appoggiarsi al vincitore del momento».
Renato Guttuso su Agrigento diceva di amarla disperatamente perché se ne sentiva tradito.
«Il cinismo vince su tutto e alla fine è una forma di morte. Sono luoghi che hanno conosciuto la bellezza assoluta, e l’hanno tradita».
Come entrò il cinema nella sua vita?
«Vittorio De Sica andò a Palermo per girare Il viaggio. Mia zia Amalia Indovina (sua figlia Lorenza, attrice, è mia cugina), parlò con Sophia Loren, che era protagonista, e divenni assistente volontario. Già a 15 anni avevo ben chiaro che volessi fare il regista. Mi trovai davanti a De Sica, una persona che proiettava una forza magnetica, lo charme infinito di seduttore e manipolatore malgrado il tumore. Consapevole di essere prossimo alla fine, manteneva il gioco d’azzardo, il suo demone, come punto fermo della giornata».
Il troppo sapere limita la creatività?
«Non c’entra niente, anche se devi sapere quello che hanno fatto gli altri prima di te. Ma la creatività dipende da altro, dalla capacità di elaborare il vuoto. Io ho una carriera strana, anomala. All’inizio ero visto con sospetto, poi venni apprezzato. Al cinema il mio fu un debutto tardivo, a 36 anni, nel ’95, con Diario senza date. Ho fatto un lungo apprendistato, e per prima cosa feci da assistente a Francesco Rosi. Non c’è cineasta che abbia avuto come lui la coerenza di trasferire nei film un discorso civile sul potere. Pagò un prezzo alto, negli ultimi anni, come Fellini, non lo facevano più lavorare».
Poi Cimino, Coppola.
«Nel Padrino III voleva Gian Maria Volonté, Gian Maria gli rispose: lo faccio ma devi mettere il mio nome con gli stessi caratteri di Al Pacino. Coppola disse: “Se mi dici questo vuol dire che non lo vuoi fare”. E in fondo, non corrispondeva al suo cinema, quel film. Fellini era un monarca assoluto, manipolatore anche lui. Sul set di E la nave va arrivavano tutti, Ridley Scott, Tarkovskij, Italo Calvino, Pietro Citati. Un giorno si palesò Ingmar Bergman. Uno s’immagina un uomo serio, invece con Federico ridevano come pazzi nella cantina che si era fatto allestire al Teatro 5 di Cinecittà».
Nei suoi film ricorrono i temi del doppio, dell’identità, dell’illusione e della disillusione. E il mistero. Temi universali ma anche profondamente siciliani.
«Il mistero è la parola chiave per capire la cultura siciliana, quella stessa di Pirandello e Sciascia, con cui mi sono formato. Provo a spiegarmi così: tu nasci nel caos e devi cercare di decifrare da quel magma l’universo, che a volte si presenta come un enigma che ti sfida. Tutti i miei film nascono da quest’idea, dalla necessità di pervenire non dico a una forma di chiarezza, ma di uscire dal labirinto con una visione limpida. Il mistero è la musica della vita».
Lei parte da un’immagine o da un’idea, oppure da un personaggio?
«Da un personaggio. Nell’Abbaglio da un personaggio realmente esistito, un aristocratico divenuto giacobino, deluso dal 1848. Si illuse con Garibaldi e si abbandonò al suo destino con dignità».
Quanto conta la memoria per lei?
«È diventata un’ossessione. Quello che mi interessa oggi è fermare il tempo. Nei grandi cambiamenti sociali c’è sempre la coesistenza di comico e tragico. Ora siamo alle soglie di un cambio epocale. Al cinema, l’Intelligenza Artificiale sarà fatale, anche se non riusciamo a immaginare cosa accadrà. La memoria dal punto di vista creativo è un argine, mette in gioco il fattore umano, l’imprevedibilità, e permette di pensare che non tutto stia andando verso il peggio. Fino a poco tempo fa vi erano certezze sul piano di diritti e idee, ma oggi sono stati messi sottoterra da qualche bullo. Sento di dover recuperare i momenti cruciali della mia vita e i miei prossimi progetti saranno più autobiografici. Non c’è rivoluzione senza memoria».
E cosa significa il silenzio per un siciliano come lei?
«Il silenzio non è una forma di omertà ma prepara all’azione. È la volontà di non cedere a una parola facile, usurata. A volte vorrei più silenzio: ma intorno c’è solo frastuono».
Eppure nel suo sapere filtrato dai libri si intravede una leggerezza che prima non le apparteneva.
«È così, ho scoperto il comico con Viva la libertà, dove un segretario di partito decide di sparire, e appare suo fratello gemello, il doppio, che sta in manicomio. Poi c’è stato l’incontro con Ficarra e Picone, si trattava di restituirli a un modo diverso di recitare. Quando uscì Viva la libertà, Toni Servillo e io ci nascondevamo nel buio delle sale, vedevamo la gente ridere, e Bernardo Bertolucci mi chiamò per dirmi che alla fine applaudivano. Eravamo entrati in un territorio che trasmetteva felicità».
Il cinema ha ancora una funzione nel dibattito pubblico contemporaneo? E quali aspetti della società vengono trascurati?
«Il cinema oggi realizza pochi film politici. Uno dei pochi che mi viene in mente, ed è una serie, è quello di Marco Bellocchio su Aldo Moro. Sarebbe interessante raccontare le nevrosi della politica, i blocchi del campo largo a sinistra, dove assistiamo a una lotta suicida tra Schlein e Conte per la supremazia. Un gioco nevrotico perdente. Bisognerebbe cercare di cogliere l’interiorità di questo Paese, dove tutto è troppo esposto e volgare; bisognerebbe raccontare la penombra delle persone».