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 2026  agosto 22 Sabato calendario

In morte di Marcos Rodríguez Pantoja

Quando si sente la storia di Marcos Rodríguez Pantoja è difficile immaginare un’infanzia più lontana da quella che consideriamo normale. L’uomo, morto a 80 anni in Galizia, ne aveva sei quando suo padre lo vendette a un capraio della Sierra Morena: «Non so quanti soldi gli abbia dato. Ho visto solo mio padre prendere delle banconote dalla mano dell’uomo. Ce ne andammo. Mi aveva venduto come una capra», racconterà da adulto.Era la Spagna povera del dopoguerra. La madre era morta, il padre aveva formato una nuova famiglia e Marcos finì sulle montagne, affidato a un anziano pastore che gli rivolse solo una volta la parola: «Mi chiamo Darmian», gli disse. Quando, poco dopo, quell’uomo morì, il bambino rimase solo. Nessuno che gli preparasse da mangiare, nessuno che gli insegnasse le parole, nessuno che gli dicesse come comportarsi con le caprette da gestire.Fu allora che accadde l’incredibile. Il bambino incontrò i lupi: non gli chiesero da dove venisse. Non gli domandarono chi fosse suo padre. Lo accettarono lentamente, dopo aver imparato a riconoscerne l’odore e i gesti. Marcos raccontò di avere portato loro la carne avanzata per sfamare i cuccioli. Poi era arrivato il gioco. Un giorno aveva preso in braccio un lupacchiotto facendogli male senza volerlo e la madre gli aveva dato una zampata. Lui non si era spaventato. Anzi: «A volte invidiavo i cuccioli del cinghiale. Il cervo avrebbe ucciso chiunque per difendere i suoi piccoli. E le aquile gli avrebbero cavato gli occhi con gli artigli. E le capre. Avrebbero tutti difeso i loro piccoli. E nonostante tutto questo, mio padre mi ha venduto».Quella lupa, quei cuccioli e l’intero branco diventarono la sua famiglia. «Mi leccò, si strofinò contro il mio corpo per darmi calore e affetto, e io la abbracciai e mi rannicchiai con lei. Ancora oggi, quella è l’unica mamma che riconosco di aver avuto e quegli anni sono stati i più belli della mia vita», ricordava.Marcos imparò a imitare i richiami degli animali, a riconoscerne i segnali, a procurarsi il cibo. Diceva qualcosa di molto semplice e, forse, più difficile da dimenticare: «Non sono nato lupo. Ma a volte ho pensato che nessuno nasca lupo. Forse lo si diventa».Nella montagna quel “Mowgli spagnolo” aveva trovato regole che riusciva a comprendere: «Mi prendevo cura di tutti gli animali. Erano la mia gente. Imparai a vivere con loro. Non era così difficile come vivere con le persone».Quando la Guardia Civile lo ritrovò, nel 1965, Marcos aveva 19 anni. Lo portarono via dalla montagna, gli tagliarono i capelli, gli misero scarpe e vestiti, gli insegnarono a usare coltello e forchetta. Davanti a uno specchio, per la prima volta, vide il proprio volto senza riconoscerlo: «Non sapevo chi stessi guardando». La società lo etichettò come diverso: «Siete sicuri che sia un uomo?», «E se fosse una bestia?», «È il figlio di una lupa e di un pastore?» erano le domande che facevano, incuranti della sua presenza. Lui, semplicemente, non conosceva più le sue regole, le parole. Ma ne conosceva delle altre, quella della natura.Il padre, quando lo rivide, non gli domandò che cosa avesse vissuto. Gli chiese della giacca che gli aveva comprato. Marcos avrebbe potuto trasformare quell’uomo nel nemico della sua vita. Non lo fece. «Non mi ha venduto per farmi del male. Solo perché era povero, molto povero». Gli uomini, però, continuarono a deluderlo. Nel lavoro fu sfruttato, ingannato, pagato poco. Gli costava fatica adattarsi a una società nella quale non aveva mai imparato a vivere. I lupi, invece, non gli avevano mai chiesto di diventare qualcun altro.«I lupi non mentono. Gli uomini sì». La frase è forse il suo testamento più sincero. Non perché gli uomini siano tutti cattivi e gli animali tutti buoni, ma perché lui aveva conosciuto entrambi quando era ancora abbastanza piccolo da non avere strumenti per difendersi dalle loro differenze.La sua storia è diventata una tesi antropologica, il libro He jugado con lobos, e nel 2010 un film al cinema, Entrelobos. Negli ultimi anni Marcos aveva vissuto a Rante, in Ourense (Galizia), dove raccontava la propria esperienza soprattutto ai bambini: a loro parlava della natura, degli animali, di quella vita perduta nella Sierra Morena.Marcos se n’è andato con una certezza che aveva accompagnato tutta la sua esistenza: la sua vita più felice era stata quella trascorsa lontano dagli uomini. La montagna lo aveva ricevuto quando un padre lo aveva ceduto per denaro. I lupi lo avevano accolto quando nessuno si era preso cura di lui. —