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 2026  agosto 20 Giovedì calendario

La bandiera di Johns

Quando disegna la sua celebre bandiera americana, tra il 1954 e il 1955, Jasper Johns vive da un anno stabilmente a New York. È praticamente uno sconosciuto, proviene dalla Carolina del Sud, uno dei bastioni più tenaci della segregazione razziale, dove la retorica contro il diverso e la propaganda sull’anticomunismo incrociano perfettamente la scusa del momento per reprimere i diritti civili in America. A New York, ovviamente, trova l’altra America. Che non ci mette molto ad accoglierlo. Leo Castelli, in quel momento anche lui noto solo nei circoli delle avanguardie, lo incontra nel marzo del ’57: Castelli va a visitare lo studio di Robert Rauschenberg, ci trova per caso il giovane Jasper Johns e iniziano a parlare di cosa? Dell’America. Castelli viene folgorato dai dipinti di Johns dell’epoca, oltre al ciclo sulle Flags, le bandiere, anche i Target, i bersagli. Quell’anno stesso le bandiere diventano il simbolo perturbante di una nuova America, nella mostra alla nuova galleria di Castelli, un Paese che vuole svoltare dal maccartismo, accogliere migranti di genio, americani o stranieri, e una coppia artistica – Jasper Johns-Leo Castelli, appunto – che cambierà la storia dell’arte del Novecento quanto un’altra coppia nella storia musica: John Lennon, di lì a poco anche lui a New York, e Paul McCartney.
Al Guggenheim di Bilbao è in corso fino al 12 ottobre una mostra imponente intitolata Jasper Johns: Night Driver, curata da Enrique Juncosa, che potrà ben stare al fianco con quella del 1971 al Moma, a proposito della quale il grande critico Perre Restany disse che Johns emergeva da quella retrospettiva non come «il personaggio consacrato come il cardine imprescindibile dell’arte americana tra espressionismo astratto e Pop Art», questo si sa, ma come un uomo e un artista coi suoi tormenti sulla scena di un Paese in profonda mutazione. Una mostra politica, allora? In un certo senso sì. Questo è l’effetto che può, anche, fare.
In mostra ci sono 140 lavori, Johns, ultranovantenne, ha collaborato dando anche dipinti, disegni, sculture dalla sua collezione personale. Ma se si viaggia dentro le sale e i corridoi vetrati del sempre futuristico Guggenheim di Bilbao – disegnato da Frank Gehry, anche lui un’altra America, ma Los Angeles, non New York, gli anni Settanta – cercando quello che questo Paese poteva essere, e oggi rischia di non esser più con Donald Trump, l’immagine della bandiera e dei bersagli colpiscono prepotenti il taccuino e la mente del viaggiatore.
Immaginate New York a metà degli anni Cinquanta. L’arte americana è dominata dall’espressionismo astratto: Pollock, de Kooning, Rothko. Il quadro come espressione individuale, un gesto. Johns fa praticamente l’opposto: fa una cosa comunitaria. Jazz, come Miles Davis. Si sente come in una band, quell’America. Johns prende una cosa che tutti conoscono, la bandiera americana, ma è chiaro che non la sta dipingendo come quello che tutti vedono, non vuole un simbolo patriottico. Mescola cera e colore e non si capisce più esattamente cosa sia quella bandiera: in Flag on Orange Field (1957) quello stranissimo arancione appare lunare, o marziano. È un po’ come se Johns chiedesse: ok, è pur sempre l’America che amiamo. Ma non è la vostra America. Quando guardo una bandiera, sto guardando un’immagine o una cosa? O esploro solo i miei pensieri, e i miei sentimenti, anche politici?
Quando Johns la dipinge nel 1954-55, l’America è già una superpotenza, è nel pieno della Guerra fredda, del maccartismo e della costruzione di un’identità nazionale fortissima. Eppure è un’America nella quale non è necessario scegliere tra «I love America» e «I criticize America». E Johns non dipinge una bandiera trionfale. La rende sporca, non decifrabile. Nella sala più avanti, in Map (1961) colora una mappa degli Stati Uniti. Ma il giovane ragazzo che guarda la mostra ci fa capire tutto quando domanda: «È davvero la mappa degli Stati Uniti?». Qualcosa non torna. La mappa non appare qui uno strumento identitario o di conquista (tipo Trump che vuole prendersi la Groenlandia, e ora pure Hormuz): è solo una superficie su cui viaggiare. La highway di Bob Dylan è già qui. L’allucinazione, la controcultura, è già qui. Se vogliamo, la Valley animata dalla musica di Ummagumma e l’Lsd. Vediamo gli Stati Uniti e contemporaneamente non vediamo gli Stati Uniti.
Ancora un’altra grande sala ed ecco Target (1961), un bersaglio ipnotico rosso e blu, stati rossi e stati blu, e Johns che sembra gettarti di peso nel viaggio verso il futuro dell’America trumpiana. Chi è il nemico, chi è il bersaglio? Nell’America del dopoguerra e nell’FBi di J. Edgar Hoover, comunisti, dissidenti, minoranze, stranieri, gay. Poi il Vietnam, il terrorismo, ora gli immigrati. L’Ice di Trump. Il nemico interno. Oppure il globalista. Il liberal. Il woke. Il traditore. Jasper Johns gli smonta il giochino prima ancora che venga costruito. Come lo scrittore Don De Lillo di tanti anni dopo in Americana, decostruisce l’America del “tutto è show”, anche le guerre.
Non fa mai un problema politico, il Johns che vogliamo vedere noi al Guggenheim a Bilbao. Anzi, celebra l’eterno rimando interno della comunità di beautiful minds, gioca con le citazioni, Picasso, Cézanne, Munch, Magritte, Beckett, o il suo amico Warhol, o l’incrocio con le altre arti e Merce Cunningham. Ma ama profondamente quell’America, non la immagina morente e ripiegata. Neanche di fronte alle guerre più sbagliate. E ci porta per mano a questi pensieri.
Nel 1969 Johns realizzò una stampa di una bandiera per il Vietnam, Moratorium, le grandi manifestazioni contro la guerra in Vietnam, pubblicata dal Committee Against the War in Vietnam e nata esplicitamente nel contesto di quelle proteste. Con una bandiera ha sfidato e interrogato l’America di McCarthy e poi l’ha usata esplicitamente contro la guerra in Vietnam: ma cosa succede quando noi, nel 2026, guardiamo quelle stesse bandiere dopo Trump? —