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 2026  agosto 20 Giovedì calendario

Su Goffredo Parise

Si è diffusa la leggenda che Goffredo Parise (1929-1986) si fosse concesso un regalo, un fucile; non uno qualsiasi ma la Rolls-Royce dei fucili da caccia: la James Purdey & Sons li costruisce ancora oggi a mano nella sede di Mayfair, Londra. Costavano e costano quanto una casa e oggi possono superare le 200 mila sterline. Mi sono chiesto dove fosse finito il Purdey di Parise. La questura di Treviso ha svolto una indagine. Del Purdey nessuna traccia. Compare invece una Greener inglese, appartenuta al padre Osvaldo, la doppietta che Goffredo ha portato con sé in tutti i traslochi e oggi è conservata, smontata e disattivata, nella casa museo di Ponte di Piave, visibile su richiesta. Il Purdey compare in un racconto dei Sillabari, dove scrive che la giovinezza finisce quando si smette di desiderare. E il desiderio per il protagonista del racconto è comprare un Purdey per sparare agli uccelli di palude.
Per molti anni la direzione del desiderio parisiano è stata quella dell’esplorazione del mondo. I reportage dal Vietnam, dal Biafra, dalla Cina, dal Cile del golpe contro Allende. A differenza di tanti inviati della sua generazione, e nonostante il titolo sotto cui raccoglierà i reportage (Guerre politiche), Parise sembra interessarsi meno alla politica che alle persone. Le rivoluzioni, le guerre, i colpi di Stato diventano lo sfondo sul quale osservare i gesti quotidiani, la fame, la paura, il modo in cui gli uomini continuano a vivere mentre la Storia passa sopra le loro teste. In un altro racconto dei Sillabari, Antipatia, c’è uno scrittore dalla voce melliflua e dalla faccia “come un pugno” dietro cui non è difficile riconoscere Pier Paolo Pasolini. Nel racconto fa la parte dell’antipatico perché gli chiede un contributo per una causa. Parise si difende dicendo che non capisce niente di politica. E nemmeno la letteratura diventa appartenenza. Parise sarà sempre un cane sciolto. Con un ottimo fiuto editoriale. Non ha mai avuto famiglia, né letteraria né biologica.
Ora Alvise Tommaseo Ponzetta – avvocato, scrittore e politico locale, la cui famiglia era amica di Parise – firma una curiosa biografia dell’intellettuale vicentino in occasione dei 40 anni dalla sua morte (il 31 agosto 1986). Tra gli aneddoti, ricorda una cena durante la quale, appena Alberto Moravia si allontana dal tavolo, il collega Parise sussurra: “Sto qua el coparia anca so mare par i schei”. Negli anni Parise si distacca sempre di più dall’ambiente letterario romano e torna a vivere in Veneto, nella casetta golenale vista durante una cavalcata e comprata; e poi nella villa di Ponte di Piave. Sempre durante una passeggiata a cavallo incontra la nobile famiglia dei Tommaseo. Da quell’incontro nasce un rapporto costante. Parise, assaggia il latte materno di Grazia Tommaseo a Venezia: sa di miele, margheritine e donna. Sono gli stessi anni in cui lo scrittore si lega alla giovanissima Omaira Rorato, la Servadega, la figlia del fabbro. La malattia è già presente, ma non spegne il desiderio di vivere. Cavalca lungo il Piave, va a caccia, si innamora, costruisce nuovi legami. Moravia ha interpretato quella fuga come un ritorno all’adolescenza, agli esordi, a Il ragazzo morto e le comete. Ma più che all’adolescenza sembra avvicinarsi all’infanzia. Qui approda tutta la sua ricerca. Nei sentimenti elementari dei Sillabari. Non in una lingua infantile, ma in una materia elementare: amore, paura, vergogna, felicità, pietà. La prosa resta limpida, sorvegliata. A tratti disadorna. Se scriveva “come su seta”, ha detto Arbasino, era seta cruda. Il prete bello lascia un’impressione diversa. È un romanzo in cui convivono troppe cose: i cortili della provincia veneta, il desiderio represso delle vecchie zitelle, il fascismo e un prete che si chiama Caoduro perché gli mancano due zeta nel cognome. Nei Sillabari quella dispersione si ricompone.
Il prete bello lo rende ricco e famoso, ma sono i Sillabari con cui vince lo Strega nel 1982 a restare il libro della vita. In un Paese dove la prosa affonda le radici in Boccaccio ma i racconti sono i figli della serva. Nella versione di Paolo Poli, si toccano vertici estetici inarrivabili. Ovviamente Poli recupera le pagine in cui si parla di un poeta che torna a Milano e ritrova un ragazzo conosciuto molti anni prima con cui era stato fidanzato… È diventato portinaio e padre di famiglia. Un’altra sfumatura della educazione sentimentale di Parise: ambiguità allegre della crescita. Poli tocca il punto più alto quando attacca cantando: “Ba-ba-baciami piccina, sulla bo-bo-bocca piccolina…” e poi entra nella prosa di Parise con il primo racconto dei Sillabari, Altri, sul bambino ricco in spiaggia che conosce un uomo che non ha mai visto il mare. Lo strano individuo gli affida i suoi vestiti puzzolenti prima di entrare in acqua. Poli mette accanto una canzonetta popolare e una delle prose più alte del 900, mostrando come entrambe parlino, ciascuna con i propri mezzi, alla stessa zona originaria dell’esperienza. Difficile ricordare le trame dei racconti dei Sillabari: evanescenti come i sogni all’alba ma, come ha detto sempre Arbasino, hanno il tono del commiato.