il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2026
I cent’anni di Tina Merlin
“Sono nata il 19 agosto 1926 a Trichiana (Belluno) da madre contadina e padre muratore”. Tina Merlin oggi avrebbe compiuto 100 anni e così apriva una sua nota autobiografica. Sebbene ignota a larga parte del pubblico nazionale, al di là di qualche generico rimando a “quella del Vajont”, Clementina “Tina” Merlin è stata una protagonista del Novecento italiano. E la sua importanza non si esaurisce nell’aver testimoniato e preannunciato una strage programmata, nel silenzio mediatico e contro ogni ostilità: la storia di Tina Merlin, per dirla ancora con le sue stesse parole, “assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere”. O meglio, le forme di potere con cui si confrontò per tutta la vita: privata, politica e professionale. Il potere dei centri urbani contro le periferie provinciali, il potere dei signorotti sui proletari contadini e sulle donne di servizio, il potere del regime fascista e degli occupanti nazisti, il potere politico dei partiti di governo, il potere economico del monopolio elettrico privato, il potere mediatico della grande stampa, il potere patriarcale-maschilista del suo stesso partito.
Ultimogenita di genitori anziani, all’età di 13 anni finì a lavorare come bambinaia presso una ricca famiglia di Milano. Neanche maggiorenne, diventò staffetta partigiana, nome di battaglia “Joe”. Fu durante la Resistenza che decise che non avrebbe “più fatto la serva” e si legò al ricostituito Partito Comunista Italiano, grazie al quale ottenne la formazione scolastica, che aveva dovuto interrompere alle elementari. Nel 1950 vinse un concorso letterario dell’Unità, l’anno successivo fu assunta come corrispondente da Belluno: lavorò al quotidiano del partito, arrivando a dirigere l’edizione regionale da Venezia, fino alla pensione.
Eppure i motivi per ricordare, oggi, la vita e l’opera di Tina Merlin trascendono il mero resoconto biografico. Toccano questioni attualissime come la crisi della mobilità sociale, i divari territoriali, il dominio dei potentati economici e il presidio democratico dell’informazione. Tina emerse e sbocciò da una condizione subalterna, per indubbi meriti personali, ma grazie soprattutto alla sua appartenenza al Pci, un’organizzazione che praticava l’emancipazione di classe al suo interno, mentre la rivendicava sul piano politico. L’eredità di quel mondo, contrassegnato da conflitti e speranze di riscatto, è oggi pressoché dissipata: cresce il numero di famiglie rassegnate al peggioramento delle condizioni sociali dei propri figli, mentre i cosiddetti “nepo baby” dilagano in ogni ambito – lavorativo, artistico, politico e imprenditoriale – rafforzando il senso di impotenza in chi è privo di rendite e reti relazionali.
L’attività giornalistica e pubblicistica di Tina Merlin si concentrò su casi di forte impronta territoriale: la montagna, l’emigrazione, le vertenze contadine (come fu in origine quella del Vajont) e operaie (nell’alto vicentino). La “questione territoriale” è tornata a mordere l’Italia di oggi: oltre 100 mila italiani ogni anno emigrano permanentemente all’estero, mentre il Sud e le aree interne subiscono un progressivo spopolamento. Il procedere della de-industrializzazione, in favore di un modello economico iperturistico, si traduce in chiusura di fabbriche e conseguenti ferite impresse nel tessuto locale. Il tutto spesso nella concreta indifferenza, talvolta impregnata di presunta superiorità culturale, delle classi dirigenti nazionali, prevalentemente urbane.
La vicenda del Vajont fu certamente la più paradigmatica fra quelle che interessarono la figura di Tina Merlin. A partire dal maggio 1959, quando fu portata in tribunale dalla Sade di Vittorio Cini, già ministro fascista nel 1943. Il capo d’imputazione (da cui fu interamente assolta)? La pubblicazione di un articolo per l’Unità che avrebbe diffuso “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Da tempo Tina documentava i soprusi che la Sade, la società elettrica monopolista nel triveneto (prima della nazionalizzazione del 1962), stava imponendo alle popolazioni montane interessate dalla costruzione del bacino idroelettrico del Vajont: in molti articoli aveva denunciato la smania di profitto della Sade e gli intrighi col sistema politico che portarono alla costruzione della diga, anche grazie a ricchi finanziamenti statali, nonostante gli accertati rischi geologici che preconizzavano la catastrofe. Quando, era il 9 ottobre 1963, una massa di oltre 260 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e precipitò nel lago artificiale, l’onda d’acqua che ne scaturì provocò la mortale devastazione degli abitati di Erto e Casso (sull’altro versante montano) e di Longarone (sulla valle del Piave). In pochi minuti persero la vita quasi duemila persone. Nei giorni successivi, mentre i quotidiani nazionali tacevano o si concentravano sulla pietà per le vittime e le operazioni di soccorso, sull’Unità Tina ammoniva “è tempo di imparare qualcosa”. Mesi dopo tornerà sul punto, concludendo sconsolata un’intervista tv: “La gente piange i suoi morti, ma più di tutto odia chi li ha uccisi”. Il suo libro di inchiesta sulle ragioni e sui responsabili della tragedia del Vajont (Sulla pelle viva) impiegherà vent’anni a trovare un editore disposto a pubblicarlo.
Molto è cambiato da allora, ma non la centralità del sistema di informazione nel disvelare gli interessi e l’operato delle concentrazioni di potere economico-finanziario: vale ancora oggi per vicende fondamentali come il crollo del Ponte Morandi, i danni ambientali dell’Ilva privatizzata, le responsabilità delle società energetiche per la crisi climatica e il costo della vita, o le ripercussioni della fusione fra banche (largamente derubricata a innocuo “risiko bancario”).
Tina Merlin scomparve nel dicembre del 1991, mentre il mondo in cui si era fatta largo fra mille difficoltà cambiava per sempre. Nella sua costante ricerca della verità, e nel dare voce a chi non ne aveva, si cela una lezione di validità universale: la democrazia, per la quale aveva combattuto a colpi di fucile durante la Resistenza, non si esaurisce col formale esercizio di voto, ma si compie quando le decisioni più rilevanti per la collettività non vengono soggiogate dall’interesse di pochi. Con “la rabbia e la speranza” (titolo di una sua raccolta di scritti), ma anche con la forza del suo esempio e delle sue idee, è possibile, forse necessario, trovare ispirazione per un futuro migliore.