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 2026  agosto 20 Giovedì calendario

Il miglior articolo mai scritto su Sigfrido Ranucci, sul caso del finto attentato, sul suo complottismo, sul suo ego sconfinato, sulla sua straripante mitomania

Mettere in fila i puntini, unire tutti i nomi, dice Sigfrido Ranucci. Orbene, sappiamo cos’è Report: una delle trasmissioni di punta della Rai. E sappiamo che la destra oggi al governo non la ama: sia consentito un eufemismo nel commentare una vicenda che si svolge tutta sopra le righe. Sappiamo pure che l’azienda sta riflettendo sulla conduzione della nuova stagione.           
Fino a prova contraria è l’azienda che decide, anche se pure questa espressione può suonare, per dir così, eufemistica. Ma per unire questi puntini a quelli rivelati dall’inchiesta della magistratura, che ha portato alla confessione di Valter Lavitola – è lui l’autore dell’attentato – ci manca un pezzo, e la proposta di Ranucci, di riempire il pezzo mancante con: un piano mondiale, un disegno trumpiano di delegittimazione della magistratura e del giornalismo indipendenti, con noti terminali dell’informazione controllati dalla destra italiana e il piano Rinascita di Licio Gelli è forse troppo.
Ovviamente, Ranucci ha tutto il diritto di farsi un’opinione, e anche quello di considerarsi vittima non delle smodate ambizioni di un amico disinvolto, ma di un losco e vasto disegno che coinvolge i giornali della destra e i social manovrati dalla destra Usa e da Netanyahu. Ma tra i molti modi con i quali logici e retori pesano la qualità di un argomento sta anche questo: se prova troppo, se dentro ci finisce tutto, e se per infilarci tutto si sorvola su fatti e circostanze, è difficile che sia un buon argomento. La magistratura ha finora proceduto in altra maniera, senza volare così in alto, e, certo, non ha ancora terminato le sue indagini: abbiamo finora il mandante, dunque, che è reo confesso, e vedremo se il mandante ha a sua volta un mandante oppure no, nulla è da escludersi. 
Di sicuro, questo Lavitola – avvincente personaggio da romanzo, coi suoi mille intrighi – deve avere un bel po’ di spregiudicatezza nel farsi amico e confidente di Ranucci, per poi lasciarsi convincere (in cambio di cosa?) non solo a mettere una bomba sotto la casa del giornalista, ma a farsi esplodere pure lui. È evidente, infatti, che Ranucci subisce gli attacchi scomposti della destra – dentro il piano globale di cui sopra – solo perché si è saputo della firma dell’amico Valter sull’attentato. Dunque: Lavitola era disposto a tanto. Può darsi. Ma che necessità c’è di scomodare ipotesi complottiste internazionali, e di tirare in ballo Donald Trump e Steve Bannon, Jeff Bezos e Peter Thiel e i maneggi della destra israeliana e le reminiscenze della loggia P2? In questi termini, anche il mio vicino di ombrellone che prova a curiosare mentre scrivo queste righe potrebbe essere la lunga manus di chissà quale onnipervasivo potere globale. Quello che spiega tutto, difficilmente spiega qualcosa. Anzi: in genere non spiega un bel nulla. Ma è una capacità innata dell’uomo di poter creare, a partire da un gruppo fisso di regole linguistiche, un numero infinito di frasi ben connesse le une alle altre, e con quelle arrivare in capo al mondo, e insomma tirar dentro la qualunque.
Unire i puntini si può, forse si deve, ma con qualche sobrietà in più, distinguendo quello che sappiamo da quello che crediamo, quello che possiamo dimostrare da quello che ci piace ipotizzare, e quello che è stabilito da quello che vorremmo proprio che lo fosse. Se posso: pure questo è indice della qualità di una democrazia. E se dobbiamo difenderla, beh: facciamolo secondo i suoi migliori costumi, facendo chiarezza, non gettando fumo negli occhi.
Così, daccapo: sappiamo che certi esponenti politici della maggioranza considerano Report cattivo giornalismo e lo chiuderebbero domani mattina, se potessero. Ma questo li mette in collegamento con Lavitola e le sue trame? Ci autorizza a tirare in ballo vecchi fantasmi italiani (Gelli) e nuovi incubi contemporanei (Trump), tutti insieme appassionatamente? Anche meno, direi.
Mentre, su Lavitola, anche qualcosa in più. Ranucci ne parla ora come di un «caso psichiatrico». Ma è strano che di un suo amico fraterno, con cui aveva strette consuetudini, si accorga solo ora che con la testa non deve star benissimo. È possibile; ma fa strano che su quello di cui non sappiamo nulla e che è più lontano – mandanti di mandanti e altre cospirazioni – Ranucci creda di poter dire di tutto, mentre di quello che è più vicino e almeno in parte accertato non ci dica praticamente nulla. C’è una bilancia della giustizia, e ancora non sappiamo da quale parte penderà. Ma c’è pure una bilancia delle parole, a cui occorrerebbe dare il giusto peso.