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 2026  agosto 18 Martedì calendario

Cent’anni di Istat

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Cercherò di rispondere a due domande. Questa antica istituzione è all’altezza delle sue nobili tradizioni? Riesce a trasmetterci l’immagine dell’Italia e di noi italiani?
La statistica ufficiale italiana nasce con Cavour, che, nel 1857, prima ancora dell’Unità, incaricò il patriota siciliano Filippo Cordova, che sarà poi ministro, di organizzare il servizio statistico. Nel settembre del 1861 nasceva la Divisione di statistica generale del Ministero di agricoltura, industria e commercio, venivano istituiti uffici permanenti di statistica nelle province, nelle intendenze e nelle prefetture, e si prevedeva che i comuni si dotassero di giunte di statistica.
I protagonisti di questa fase gloriosa della statistica ufficiale italiana furono due patrioti milanesi, coetanei, Cesare Correnti, che divenne deputato e ministro, e Pietro Maestri, che fu l’alto funzionario incaricato del compito amministrativo. Ambedue cultori di scienze statistiche, fondarono l’Annuario statistico italiano e avviarono, l’anno stesso dell’Unità d’Italia, il primo censimento della popolazione. Ebbero un degno successore in Luigi Bodio, anch’egli milanese ed economista, che fu successivamente segretario generale e poi presidente dell’Istituto internazionale di statistica.
Dopo Bodio, dal 1898, cominciò la dispersione. Giorgio Mortara riteneva la statistica ufficiale «un cadavere» e Francesco Saverio Nitti osservò che i servizi statistici venivano considerati «la nuova Caledonia», una sorta di luogo di deportazione all’interno dei ministeri.
La statistica ufficiale italiana risorse nel 1926 per opera di Corrado Gini, uno dei maggiori statistici italiani, l’artefice dello scorporo dal ministero dell’Economia nazionale della Direzione generale della statistica e della istituzione dell’Istituto centrale di statistica come ente pubblico separato dallo Stato, nel 1929 posto alle dipendenze del presidente del Consiglio dei ministri, per sottolinearne l’importanza. La legge del luglio del 1926 porta la firma, oltre che di Mussolini, di Giuseppe Volpi, di Giuseppe Belluzzo, di Costanzo Ciano e di Alfredo Rocco. Corrado Gini fu presidente dell’istituto dal 1926 al 1932. Furono gli anni d’oro della statistica ufficiale italiana, finché, istituite le regioni nel 1970, nel 1971 la cultura giuridica italiana osservò che era necessario rifare l’ordinamento della statistica, e a questo pensò il governo De Mita e in particolare il ministro Antonio Maccanico, che fece diventare realtà le proposte di una commissione istituita proprio dall’Istat.
Nel settembre del 1989 l’Istat divenne Istituto «nazionale» (invece che «centrale») di statistica, fu posto al vertice del Sistema statistico nazionale e si collegherà all’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea. L’istituto è oggi un ente pubblico con circa 1.900 dipendenti e un costo annuo di circa 250 milioni di cui la maggior parte a carico dello Stato. Produce l’annuario, un rapporto annuale sulla situazione del Paese, numerose rilevazioni, comunicati, una «newsletter» e ha un sito molto ben organizzato.
Veniamo ora alle note dolenti. Anche se la «Peer review» europea per il periodo del 2022-2023 ha dato un giudizio positivo sul suo funzionamento, l’Istat presenta tre problemi principali.
Il primo: raccoglie dati che riguardano prevalentemente l’economia e la società, molto poco lo Stato e il settore pubblico (salvo la finanza pubblica), e quindi presenta l’Italia come una sorta di società senza Stato. In altre parole, l’immagine dell’Italia che si legge nelle sue rilevazioni è parziale: non tiene conto della legislazione, dell’attività pubblica, della produttività burocratica, dei mezzi di cui dispone l’amministrazione, delle proprietà immobiliari pubbliche, del personale pubblico e della sua meridionalizzazione, nonostante che la parola stessa «statistica» provenga da Stato.
Di questa grave lacuna ci si era resi conto nel 1982, quando l’Istat stesso pubblicò un volume di statistiche sulla pubblica amministrazione segnalando un «immenso bosco» inesplorato e la «povertà delle statistiche amministrative». La stessa Istat continuò con le statistiche sulla pubblica amministrazione nel 1986, ma questa iniziativa si fermò ed è continuata successivamente esclusivamente con il Censimento permanente delle istituzioni pubbliche.
Questa immagine parziale del Paese è riflessa nel documento più recente, pubblicato il 21 maggio di quest’anno, il «Rapporto annuale sulla situazione del paese» nel quale però sono assenti o sono pochi i dati relativi alle norme, alla sanità, all’immigrazione, ai dipendenti pubblici, al patrimonio pubblico. La stessa rilevazione delle istituzioni pubbliche, l’ultima delle quali è stata pubblicata nel marzo del 2026, è relativa al 2023, arriva cioè con tre anni di ritardo ed è lacunosa perché non fornisce tutti gli elementi che consentono di fare una politica del pubblico impiego.
Il secondo punto debole dell’Istituto nazionale di statistica è costituito dal suo ruolo di guida del Sistema statistico nazionale-Sistan. La debolezza del coordinamento è segnalata anche dall’Eurostat. L’Istat non svolge a pieno il ruolo di «testa pensante» e di guida del Sistema statistico nazionale, ciò che va di pari passo con l’incompletezza delle rilevazioni prima segnalata.
L’ultimo aspetto critico riguarda l’impatto delle statistiche. L’Istat non fa sentire la propria voce, come dimostrato da un recente sondaggio sulla percezione dell’inflazione: tra gli elettori di Fratelli d’Italia solo il 39,3% indica in «molto» o «tantissimo» l’aumento percepito dei prezzi. Nel Partito democratico la quota sale al 59,6%, mentre tra gli elettori del Movimento 5 Stelle oltre il 70% percepisce un’impennata dei prezzi. L’appartenenza politica produce tre percezioni diverse di una realtà misurabile e misurata ogni mese dall’Istat.
Insomma, come veniva auspicato già un secolo fa, l’Istat dovrebbe «dar vita alle cifre anziché solo prospettarle».