L’Adige, 14 agosto 2026
Diario dall’Ucraina - La paura di Maria nel rifugio antiaereo
Nel rifugio dell’hotel in pieno centro a Kyiv arriva una ragazza pallida come un fantasma. Le lenti degli occhiali le ingrandiscono gli occhi già sgranati. Ha portato con sé una sportina di tela con il logo di una libreria parigina, che probabilmente contiene le cose necessarie a passare una notte all’addiaccio.Immagino: una piccola torcia, una batteria per ricaricare il telefono, il telefono ovviamente, una coperta e un cuscino gonfiabile se è ottimista e pensa di poter riuscire a dormire nonostante la paura. Poggia diligentemente la borsa accanto alla sua sedia pieghevole, una delle tante disposte a semicerchio ai piedi di una parete protetta da sacchi riempiti di sabbia. Nella stanzetta che in tempi di pace è verosimilmente una lavanderia (in un angolo staziona un asse da stiro) c’è anche un orso di peluche gigante, forse per non farci deprimere troppo.La ragazza si chiama Maria. È la seconda volta che la incontro stanotte, perché stanotte è già la seconda volta che suona l’allarme antiaereo e che ci ritroviamo sedute una di fronte all’altra, assonnate e in pigiama, nel rifugio che dovrebbe proteggerci da un eventuale attacco aereo russo. Gli ucraini hanno finito le batterie di missili intercettori (gli ormai famigerati Patriot), e i russi hanno intensificato gli attacchi con missili balistici (costosi, ma velocissimi), che sempre più spesso accompagnano quelli fatti con i droni (economici, ma relativamente lenti). Questi commerci tra nazioni hanno conseguenze enormi, globali, che solo fini analisti di geopolitica saprebbero spiegare, ma anche minuscole, come ad esempio far ritrovare me e Maria (e una sua amica, e una signora estone tremante con un cuscino da cervicale attorno al collo, e il suo silenzioso marito) chiuse in questa stanza ad aspettare che l’allarme finisca.
Parliamo, e Maria mi dice che è in città per partecipare a un festival di musica elettronica. I biglietti per l’evento sono andati esauriti in poco tempo, anche se ultimamente gli allarmi aerei nella capitale sono quotidiani e si ripetono più volte in un giorno. Mi stupisco ad alta voce della strana immagine evocata nella mia testa dalle sue parole (nelle quali quasi inciampa, è nervosa): che strano passare in un secondo dall’euforia della festa all’angoscia della guerra. Al mio stupore risponde la sua amica, che se ne sta seduta annoiata, quasi rilassata, come a sfidare una situazione tanto più grande di lei. Con un mezzo sorriso mi dice: «E che cosa ti aspetti? Che smettiamo di vivere?». La conversazione viene interrotta dal cessato allarme, si scatta subito in piedi per tornare ognuno alla propria camera. Ma in corridoio riesco a dire all’amica spavalda che ho cercato informazioni sul festival sul mio telefono: sembrava bello! Sì, è stato bello – concorda. Anche se ad un certo punto la musica si è fermata – aggiunge -, zittita dall’ululato della sirena che segnalava l’arrivo di uno sciame di droni. Le persone che un momento prima stavano ballando, un momento dopo si sono ritrovate chiuse nei rifugi. Non so cosa sia peggio – le dico interdetta – se i missili che hanno minacciato noi stanotte o i droni che hanno minacciato loro al festival. Ci pensa un attimo, con la stessa espressione tranquilla di chi sta scegliendo tra una gita al mare o in montagna, e, come se mi stesse rispondendo che preferisce il mare, mi risponde che sono peggio i missili: «Con i droni almeno hai tempo di scappare. Buona notte!».
Terza sirena (e terza levataccia). L’inconscio inizia a riconoscerla (con l’irritazione che si mischia alla paura) prima che la mente sia lucida. Questa volta nel rifugio scendiamo solo io e Maria, la sua amica e gli altri rimangono a letto. Maria riconosce che ormai, dopo quasi cinque anni di guerra, molti ucraini sono diventati fatalisti e sempre meno spesso si rifugiano negli shelter. Però si vede che lei, anche se è ucraina, è spaventata – le dico. Allora mi racconta quel che le è successo due anni fa. A Lviv (Leopoli), dove vive, il governo ucraino aveva avvertito che i russi stavano preparando un attacco pesante (brutto segno, quando il governo anticipa un allarme). E l’attacco, quella notte, effettivamente si verificò.
Svegliata dalla sirena, nel suo letto al piano alto di un palazzo, si stava già precipitando giù dalle scale quando un missile balistico centrò un edificio distante un solo chilometro: attraverso le vetrate «ho visto tutto il cielo diventare rosso» per il fuoco dell’esplosione. Dopo una simile spettacolo, dice, non ce la fa proprio a levarsi di dosso la paura. E poi a Lviv, che è lontana dalla Russia e vicina alla Polonia (il confine con l’Unione europea è a soli 70 chilometri), «succedono cose brutte anche perché la gente, pensando che la situazione è più tranquilla rispetto all’est del paese, ormai non va più nei rifugi». L’ultimo attacco sulla città infatti risale a poco fa, al 30 luglio: sono arrivati 22 missili, uno dei quali ha centrato un palazzo di appartamenti uccidendo almeno dieci persone tra adulti e bambini.
Anche Yuri, che parla un perfetto italiano dopo tanti anni di lavoro per la comunità di Sant’Egidio in Ucraina, come Maria crede che sia pericoloso ostentare indifferenza davanti al suono della sirena. Si è trasferito a Lviv da Kyiv poco dopo l’invasione del 2022, con la moglie incinta, per cercare un posto che fosse più lontano dal fronte rispetto alla capitale, più sicuro. La guerra però non è finita, e gli ucraini non possono ancora dirsi al sicuro. Ma gli ucraini sono anche stanchi, e se non possono dirsi al sicuro, possono almeno immaginare di esserlo, fingendo di avere una vita normale – una vita dove si va alle feste, dove si dorme nel proprio letto, dove si dà per scontato che anche domani inizierà un altro giorno.Roberta Bennato (sta accompagnando la dodicesima missione dell’associazione trentina EUcraina, che distribuirà aiuti umanitari nell’est dell’Ucraina, agli ospedali pediatrico e traumatologico di Kherson e ai soccorritori che operano vicino al fronte. Il camion carico di aiuti – materiale sanitario e due fuoristrada – è partito martedì mattina da Trento e arriverà presto a Odessa)