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 2026  agosto 17 Lunedì calendario

Contro i data center

L’intelligenza artificiale e il cloud ci appaiono spesso immateriali, ma di etereo hanno ben poco. Ogni interrogazione a un sistema di IA e ogni servizio cloud dipendono da una gigantesca infrastruttura fisica: data center pieni di server e sistemi di raffreddamento che divorano elettricità, acqua, suolo e minerali.
Il potenziale dell’IA poggia su data center iperscalari: enormi complessi ad altissima intensità energetica che trasformano profondamente i territori che li ospitano. Un grande data center dedicato all’IA richiede circa 100 megawatt di potenza continua, sufficienti ad alimentare per un anno circa 100.000 abitazioni statunitensi. Può inoltre consumare fino a 5 milioni di galloni d’acqua al giorno (quasi 19 milioni di litri), quanto il fabbisogno quotidiano di circa 60.000 statunitensi, tra i maggiori consumatori d’acqua al mondo. Come mi ha spiegato Cheyenne Morgan, attivista indigena di Stop Data Colonialism, i rischi riguardano anche la contaminazione delle falde acquifere legata ai sistemi di raffreddamento e alle acque di scarico.
Questa infrastruttura si espande a una velocità impressionante. Google, Amazon, Microsoft e Meta prevedono di investire oltre mille miliardi di dollari, a livello globale, nelle infrastrutture necessarie alla corsa all’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti sono di gran lunga la principale frontiera mondiale dei data center, con oltre 5.400 strutture. L’Europa è il secondo grande polo globale e anche l’Italia è in rapida espansione con circa 200 data center, concentrati soprattutto nell’area di Milano, il Paese è ormai tra i primi sei in Europa.
Abbiamo organizzato un evento del Forum for Real Economic Emancipation (visibile su freefreeforum.org) a pochi chilometri da Project Anthem, nell’East Tulsa (Oklahoma), dove Meta sta costruendo un data center da un miliardo di dollari. Per attrarre l’investimento, la città ha concesso un’esenzione dell’85% dalle imposte sulla proprietà, rinunciando a circa 204 milioni di dollari di entrate fiscali: risorse che non finanzieranno le scuole pubbliche di uno Stato che investe per studente meno di quasi tutti gli altri Stati americani. Il paradosso è che, mentre cresce l’evidenza sui rischi di un uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale nell’apprendimento, proprio in Oklahoma si stanno diffondendo scuole private basate quasi esclusivamente sull’IA. Alpha School, ad esempio, aprirà un campus a Tulsa nell’agosto 2026, con un modello didattico guidato dall’intelligenza artificiale e senza insegnanti certificati.
È una storia che si ripete in tutti gli Stati Uniti. Governi locali e statali competono per attrarre i colossi tecnologici con agevolazioni fiscali e sussidi, promettendo di rilanciare aree impoverite, soprattutto rurali, attraverso nuovi posti di lavoro. Ma la promessa dura poco. A Tulsa sono previsti circa mille occupati durante la costruzione del data center, mentre i posti permanenti saranno meno di cento.
Nel frattempo arrivano gli effetti collaterali. Il boom dei cantieri fa salire gli affitti e aumenta il rischio di sfratto per le famiglie più fragili. È quanto accaduto attorno al progetto Hyperion, nel nord della Louisiana, dove il New York Times ha raccontato la storia di una madre costretta a vivere in auto con i suoi tre figli dopo che l’affitto del suo trailer home era sestuplicato. Finita la costruzione, restano il ronzio degli impianti, l’enorme consumo di acqua ed energia, le isole di calore e bollette più alte. Nel caso di Hyperion saranno gli stessi residenti, attraverso gli aumenti tariffari, a finanziare gli investimenti della utility privata necessari a soddisfare la nuova domanda di elettricità.
I data center ci costringono a porci una domanda più profonda: quale dovrebbe essere la finalità della nostra economia? Perché abbiamo consegnato agli investitori privati le decisioni che determinano le nostre condizioni di vita?
Sono lo specchio del nostro modello economico. Quando la finalità dell’economia è l’accumulazione privata, il risultato è sempre lo stesso: i profitti vengono privatizzati, mentre i costi – ecologici, sociali e fiscali – ricadono sulla collettività. Il capitalismo non si limita a esternalizzarli: si fonda sull’appropriazione del lavoro umano e della natura per alimentare un’accumulazione senza fine.
data center rivelano anche un’altra caratteristica del sistema: quella che la filosofa Camila Vergara definisce corruzione sistemica. Non servono politici corrotti. Bastano istituzioni politiche che rispondono prima agli interessi del capitale che a quelli dei cittadini. A Tulsa, come in decine di altre comunità, i negoziati avvengono dietro accordi di riservatezza (non- disclosure agreements). Solo all’inizio dei lavori, due anni dopo la firma, i residenti hanno scoperto che il progetto era di Meta. E tutto questo era perfettamente legale.
Sarà questa una battaglia capace di cambiare davvero le cose? È presto per dirlo. Ma colpisce un fatto: è una mobilitazione autenticamente bipartisan. Non oppone democratici e repubblicani, né destra e sinistra, ma cittadini a un modello economico che concentra le decisioni nelle mani di pochi.
Le oltre 400 persone che hanno partecipato al nostro incontro erano cittadini comunissimi, radicalizzati dalla rapacità del capitalismo estrattivo. Negli Stati Uniti oltre 800 comitati locali si oppongono all’espansione dei data center e hanno già contribuito a bloccare più di 75 progetti, per un valore stimato di 130 miliardi di dollari. Perfino Tulsa è stata costretta a introdurre una moratoria sulle nuove autorizzazioni.
La mancanza di democrazia economica alimenta una crescente domanda di partecipazione diretta. Da questa esigenza nasce il Forum for Real Economic Emancipation (Free), che costruisce assemblee permanenti di democrazia economica. Una è già nata anche in Italia, a Torino. Se vogliamo ripensare radicalmente la nostra economia, dobbiamo costruire istituzioni partecipative capaci di restituire ai cittadini il potere di decidere e organizzarsi contro il potere del capitale.