La Stampa, 17 agosto 2026
Intervista a Veronica Pivetti
La verità è che l’opera a Veronica Pivetti piace tantissimo. Fin da ragazzina, «senza una ragione che oggi ricordi», venne contagiata da questa passione. «Il regalo – mai dimenticato – che mi fecero i miei genitori per i 14 anni fu un bellissimo cofanetto de La traviata in una sontuosa edizione della Scala. Una partenza col botto. L’ascoltai così tanto da impararla tutta a memoria. A ruota mi buttai a scoprire Verdi». Da allora l’interesse non è mai diminuito, anzi. Malgrado tanti anni e tanta frequentazione, però «non mi considero un’esperta, quanto un’appassionata. Affascinata da quelle voci soprannaturali e dalla dura disciplina che le rende possibili». Per questo se c’entra la lirica, se le propongono qualcosa di attinente, la risposta è «Sì, subito!». Così è stato quando il direttore del Mascagni Festival di Livorno (17-23 agosto) Marco Voleri le ha offerto di essere la voce narrante di Mascagnane, voci che resistono, concerto-reading da lui scritto dedicato alle protagoniste delle opere del Maestro livornese in cui è accompagnata dal soprano Marta Mari e da Eufemia Manfredi al pianoforte (21 agosto).«Santuzza (di Cavalleria Rusticana, ndr), Iris, Isabeau, Parisina – elenca l’attrice –. Figure femminili tutte caratterizzate dal loro essere vittime. Come quasi sempre accade nella lirica, per altro. Ma nelle opere di Mascagni di più: fanciulle ingenue e innocenti, sacrificate e sacrificabili, travolte da quell’imbroglio che la vita riserva loro e uomini crudeli apparecchiano. È un reading che sento molto anche perché perfettamente in linea con la missione che mi sono imposta: dare voce con il mio lavoro alle donne, così spesso inascoltate».Infatti non è solo con questo reading che parla di donne violentate dalla vita.«Alla tv lo faccio in Amori criminale, quest’anno alla ventesima stagione (l’ottava per me): storie tragicamente vere, vero servizio pubblico (il programma raccoglie anche le richieste d’aiuto di tante donne che la redazione poi mette in contatto con Centri Antiviolenza o con le Forze dell’Ordine, ndr). A teatro invece porto in scena L’inferiorità mentale della donna. Nell’uno le grandi violenze, i femminicidi; nell’altro i piccoli, reiterati soprusi, la sufficienza e la sopportazione che subiamo in continuazione e che rendono così faticoso essere donna».Su Rai5 è protagonista di uno dei rari spazi dedicati alla lirica.«Tre minuti all’opera sono pillole introduttive pensate per rendere più fruibile un genere considerato un po’ ostico. Presento le opere che verranno programmate dopo, non necessariamente solo quelle arcinote, anche quelle più di nicchia, Carmen ma anche Death of Klinghoffer. Sono ormai parecchie e anche quest’anno torno con nuove schede. Mi piace, mi fa restare vicina a qualcosa di cui sono appassionata».Ricordi legati alla Scala, da buona milanese?«Verso i 17 anni, con alcuni amici appassionati come me, feci tutta la trafila – coda, attesa, visione da remoto – per vedere dal loggione Un’italiana in Algeri. La versione non fu particolarmente memorabile, mentre lo fu il gusto della conquista e poi la sensazione di partecipare a un rito, la condivisione di uno spazio quasi sacro (i puristi del loggione)».Occasioni più recenti e magari mondane, tipo Sant’Ambrogio?«È un piacere che ho avuto. L’ultima volta è stato per uno spettacolo potente come Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, l’opera di Šostakovi? che ha inaugurato la stagione 2025-2026. La prima volta invece fu il Don Carlo di Verdi nel 2023: un regalo inatteso di Rai Cultura. Ospite da Strabioli, parliamo di lirica e classica e confesso il mio grande sogno di andare alla Prima della Scala. Pochi giorni dopo mi chiamano: per me quell’anno Babbo Natale arrivò il 7 dicembre. E a ruota la proposta di fare Tre minuti».È da due stagioni che porta in scena l’ironico e molto provocatorio L’inferiorità mentale della donna.«E ancora lo farò nella prossima. È uno spettacolo di disarmante attualità che parte da un trattato del 1901 di tale Paul Julius Moebius in cui l’inadeguatezza femminile viene data come verità scientifica (e a ruota tanti altri ne cito). Sono pregiudizi di genere che tutte abbiamo subito nella nostra vita, figli di una cultura radicata e strisciante: quella che fa vestire le bambine con abitini rosa o dire “piangi come una femminuccia”. Quando si smetterà? Gli uomini alzano gli occhi al cielo se ce ne lamentiamo o rivendichiamo. Non hanno idea di quanto pesi. Ma d’altronde, come stupirsi? Non possono e non vogliono rinunciare alla loro condizione. Così finisce che la lotta contro le violenze grandi e piccole la combattiamo da sole, mentre sarebbe giusto che ci affiancassero: perché questa è una battaglia comune, che riguarda non la perdita di privilegi ma la conquista di libertà. Ribelliamoci a questi cliché culturali. E invece siamo sempre lì. Lo rivendico e affermo: sono di parte».Finita l’estate, tournée a parte cosa l’aspetta?«A settembre la registrazione delle nuove puntate di Amore criminale. Più in là, nell’anno nuovo (quasi certamente), la seconda stagione di Balene che mi riunirà con quella carissima persona e nuova amica che è Carla Signoris. E intanto cerco di trovare il tempo per finire il mio libro: è leggero, con toni da commedia e ancora una volta si parla di donne, della mia età, e di come malgrado ci si sia “evolute” ancora si rischi di finire vittime. Sono in ritardo di due anni ma Mondadori si è finora dimostrata particolarmente paziente».Dopo tante puntate, quali reazioni suscitano i nuovi casi che le vengono sottoposti?«Ogni volta stupore. Ogni storia ricalca lo stesso percorso. Leggo le schede che mi danno e non mi capacito di quelle tragedie, delle efferatezze, dell’ingenuità delle vittime. Non mi abituerò mai».