La Stampa, 17 agosto 2026
Lavitola è diventato tabù anchw nel suo ristorante
Al bistrot pescheria Cefalù a Roma, anche solo pronunciare il nome di Valter Lavitola è diventato tabù: «Lui veniva qui solo a mangiare. Punto e basta. Noi ci siamo finiti in mezzo». E pensare che sino al mese scorso il ristoratore lì era padrone di casa indiscusso. Intratteneva i clienti e molti, tra cantanti, scrittori, politici, li invitava lui stesso. Per il faccendiere, che per anni ha influito sulle pagine più controverse della politica italiana, quel locale nel quartiere Monteverde rappresentava una sorta di riscatto. Una nuova vita. L’ennesima, dopo numerose vicissitudini giudiziarie. Al ristorante si presentava come una sorta di “trafficone redento” e ammaliava i commensali con racconti di gioventù. Poi l’arresto, il 10 agosto scorso, stravolge le dinamiche. Per la procura di Roma, Lavitola è il mandante dell’attentato al giornalista suo amico Sigfrido Ranucci. Questioni di ambizioni e potere: secondo gli inquirenti, voleva aumentare la popolarità del conduttore di Report così da farlo diventare premier. Lui confessa di essere il regista dell’attacco. E se prima era quel “contatto utile” in certi contesti spregiudicati, ora è il personaggio scomodo, il socio imbarazzante, la conoscenza da cui tutti si affrettano a prendere le distanze. Anche al Cefalù.Antonio Imbriani, che è passato da essere collaboratore a gestore della pescheria (o almeno così è come si presenta), lo dice chiaro: «Il ristorante è sempre aperto, da mattina a sera. Lo gestisco da due anni: prima ci lavoravo, poi l’ho rilevato. Con questa attività io ci vivo». Di Lavitola non vuol sentire parlare. «Veniva qui a mangiare. Punto e basta. Perché non andate a chiedere negli altri ristoranti che frequentava?». Inutile ribattere che, per l’imprenditore ora in carcere, il Cefalù è sempre stato ben di più che il bistrot del cuore. E che il ristorante è riconducibile alla società Baires, di cui Imbriani è amministratore delegato e Natalia Potenza, la compagna di Lavitola, è socia. «In queste settimane c’è chi è venuto qui a farmi domande, a registrarmi con le telecamere nascoste. Non so cosa volete da me, non so cosa c’entri il mio locale con questa storia», si sfoga Imbriani. E così ieri, la domenica dopo Ferragosto, intorno all’una, si appresta a servire una coppia. Unico tavolo occupato, nell’elegante e colorato bistrot con una trentina di coperti e una lunga lista di recensioni lodevoli su Google. Casualità o questa vicenda ha influito negativamente sull’attività? «Sono qui per lavorare. In questa vicenda ci sono finito in mezzo, ma non c’entro niente».Al Cefalù si continua a lavorare cercando di far dimenticare quei legami scomodi e a meno di un chilometro di distanza la compagna di Lavitola trova rifugio nel giardino di casa. «È un momento difficile per lei», commentano le vicine. «Con tutto quello che sta succedendo, il volto di Valter trasmesso ad ogni ora sui telegiornali».Il faccendiere è in carcere a Rebibbia. E, mentre i suoi legali si apprestano a presentare ricorso al tribunale del Riesame per riuscire a fargli ottenere gli arresti domiciliari, lui pare intenzionato a chiedere un nuovo interrogatorio. La sua prima versione – «ho commissionato l’attentato perché la scorta di Ranucci venisse rafforzata» – non ha convinto gli inquirenti. È stata ritenuta «inverosimile, fumosa, contraddittoria». Lavitola afferma tutto e il suo contrario. Istrionico, tenta di depistare, di influenzare, di inviare messaggi: questo il ritratto che emerge dagli atti dell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Edoardo De Santis. Intercettato al telefono dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, dopo l’agguato Lavitola chiama Ranucci e gli suggerisce alcune piste da seguire: «Gli haters, il Mossad». All’amico, tramite terzi, indirizza pure frasi sibilline: «Se smetterà di difendermi, dovrò attaccarlo? Dovrò attaccare un mio fratello?». Ora l’avvocato Sergio Cola, che lo assiste insieme al collega Arturo Cola, instilla un dubbio: «È intuibile che dopo l’attentato Ranucci avesse capito chi fosse il mandante». Un’ipotesi che si inserisce in una vicenda costellata da insinuazioni, rancori e rese dei conti. —