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 2026  agosto 17 Lunedì calendario

Intervista ad Attilio Fontana (che non esclude un passo indietro della Lega)


«Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del partito». È questo il messaggio che Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia e storico dirigente leghista, manda al suo segretario, Matteo Salvini. Di fronte alla crisi di consensi, molti come lui, nella Lega, chiedono un cambiamento urgente. E allora, si può parlare di un passo indietro o di lato da parte del leader nonché vicepremier, perché a questo punto «nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento».
Presidente Fontana, che cosa sta succedendo all’interno della Lega?
«Succede che i nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il Nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere. Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino e arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra».
Quale potrebbe essere la soluzione?
«Innanzitutto valorizzare le nostre ricchezze: e il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega».
A chi si riferisce quando dice «noi»? Esiste un soggetto collettivo che si muove all’interno della Lega?
«Mi riferisco a una pluralità di persone che stanno lavorando per proporre un nuovo luogo di dibattito. A un’associazione larga e aperta a discutere sui temi importanti come, per esempio, la modernizzazione dello Stato. Sono ancora più convinto che si debba andare verso il federalismo, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali, che agiscono con la concretezza che serve ai territori e che sono a contatto con il mondo economico, ricevono le domande di chi lavora e produce ricchezza e per questo chiedono una politica industriale. E vogliamo occuparci anche di diritti civili».
Non sono questioni secondarie. Ma in un partito a tradizione leaderistica, mettere in discussione il capo non è un passaggio lacerante?
«È un problema che tocca tutti i partiti, e questo secondo me è un limite del nostro quadro politico. Ma la Lega è diversa: può offrire una squadra forte, una leadership collettiva, diversamente dagli altri partiti. Occorrerebbe poi valorizzare le competenze e la complessità interna. Le faccio un esempio: perché la Lombardia ha reagito così bene alla crisi che ha colpito tutte le economie europee? Perché c’è una classe imprenditoriale capace di leggere e capire quello che sta succedendo e agisce rapidamente. Ma l’amministrazione, o Stato, deve essere attento a queste necessità e offrire risposte sollecite per accompagnarle. Il mondo è cambiato: guardiamo, per esempio, cosa ha fatto il generale Roberto Vannacci: un anno e mezzo fa aveva semplicemente pubblicato un libro, un anno fa era vicesegretario della Lega, poi ha cambiato impostazione e ha cambiato il quadro politico e le necessità».
A proposito di Vannacci: quando ancora era vicesegretario della Lega, anche lui aveva costituito un’associazione. La vostra iniziativa prelude alla formazione di un soggetto politico nuovo?
«Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere il futuro. Noi stiamo lavorando a un’associazione per aprire uno spazio di confronto per la ricerca di soluzioni utili a tutti».
Il partito
Chiediamo di rivedere l’impostazione del partito. Al Nord i nostri militanti segnalano
i problemi. E siamo passati dal 34 al 5%
E intanto si avvicina l’appuntamento con Pontida. Che atmosfera si aspetta di trovare sullo storico «pratone»?
«Chi conosce la Lega e la sua storia sa bene che Pontida appartiene ai militanti, bisognerebbe chiedere a loro cosa vogliono, io spero di trovare entusiasmo e passione, come è nelle radici del popolo della Lega».
Se si parla di radici è inevitabile pensare a Umberto Bossi. È da un po’ che lei lo rievoca. La Lega si è allontanata dall’alveo «nordista» del fondatore?
«Chi fa il mio mestiere sa che certe scelte incidono su tutto il sistema: se, per esempio, pensiamo alle posizioni che occupa la Lombardia nelle classifiche economiche europee, al suo residuo fiscale, è facile comprendere che quel territorio abbia esigenze di velocità, competitività internazionale e, quindi, di attenzione».
E invece?
La prospettiva
Noi proponiamo
un nuovo luogo di dibattito per discutere
su temi importanti
dal federalismo
ai diritti civili
«Invece, ci troviamo in discussioni sull’opportunità di creare o meno delle Zes, le Zone economiche speciali, ma è un problema da affrontare, perché dobbiamo evitare che il lavoro e le imprese si trasferiscano altrove. Anche lo Stato deve rendersi conto di questo. Non metto in discussione che altre regioni abbiano altre esigenze, ma io mi devo occupare della mia».
Non è la prima volta che lei critica il governo. Si è rotto il feeling?
«Io non smetto di ribadire le cose positive: dalla credibilità internazionale guadagnata dalla presidente Giorgia Meloni alla credibilità finanziaria conquistata dal ministro Giancarlo Giorgetti. Però certe mancate scelte finiscono per danneggiare i territori. E allora io ho il dovere di dirlo. È uno dei primi insegnamenti che ho ricevuto da Bossi, e ho avuto occasione di contestare anche un governo di centrodestra di cui lui faceva parte come ministro».
Qualcuno sostiene che queste discussioni danneggino la Lega?
«Una discussione basata su argomenti non fa mai male, anzi. Fa molto più male l’erosione di consensi e la riduzione di sezioni che noi vorremmo arginare: questi sono i problemi da analizzare e risolvere. Con buon senso, vicinanza ai territori e agli amministratori locali».
Ma in sostanza cosa chiedete al segretario Matteo Salvini? Un passo indietro, di lato o qualcos’altro?
«Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora. E il rilancio della Lega è una condizione prioritaria per l’intera coalizione di centrodestra».
Qualcuno di voi nella Lega sta seguendo da vicino quanto accade al centro, per esempio con il dialogo tra Forza Italia e Azione?
«No, credo che semmai dovrebbero essere gli altri a seguire cosa facciamo noi»