la Repubblica, 17 agosto 2026
Ranucci aveva capito tutto
"Gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta, è intuibile che dopo l’attentato avesse capito chi fosse il mandante”. Così all’Ansa Sergio Cola, avvocato di Valter Lavitola, in carcere perché accusato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci.
Un’affermazione importante, esternata a pochi giorni dall’interrogatorio in cui lo stesso Lavitola aveva detto che – a suo parere – Ranucci aveva intuito il ruolo dell’amico.
Frasi, quelle del faccendiere e del suo avvocato, che al momento non trovano riscontri, ma che il conduttore di Report potrà chiarire quando verrà ascoltato dai magistrati coordinati dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi. I pm attendono prima l’esito dell’analisi sul cellulare di Lavitola. Che nel frattempo prova a uscire dal carcere.
Nei primi giorni della prossima settimana sarà presentata una nuova richiesta al Riesame sulle misure cautelari di Lavitola. Si sta valutando inoltre un’integrazione delle dichiarazioni del faccendiere con la richiesta di un nuovo interrogatorio riguardo ad alcuni aspetti ritenuti ’fumosi’ dai magistrati. Uno degli avvocati, Arturo Cola, gli farà visita domani nel carcere romano di Rebibbia.
Riguardo agli aspetti delle dichiarazioni del suo assistito ritenuti ’fumosi’ dai magistrati, il legale riferisce che gli stessi coimputati nell’inchiesta, gli esecutori dell’attentato, sostengono in alcune dichiarazioni che “loro non avevano alcuna intenzione di far del male a Ranucci, lo si vede dalle modalità dell’attentato”. In merito all’ipotesi di un ’terzo livello’ nella vicenda, l’avvocato commenta: “congetture”.
Per il giudice però la confessione di Lavitola sarebbe l’ennesimo tentativo “di inquinare l’attività investigativa dando vita e vere e proprie opere di depistaggio”. Un modo per nascondere le ragioni dell’attentato a Sigfrido Ranucci. L’uomo ha ammesso di essere il mandante ma ha detto di aver “agito esclusivamente nell’interesse della persona offesa e non anche per fini personali”.
Lavitola, “seppur ammettendo di essere il mandante dell’azione intimidatoria”, ha sostenuto di aver agito soltanto per proteggere l’amico giornalista. L’obiettivo, nella sua ricostruzione, sarebbe stato fare in modo che a Ranucci venisse potenziata la scorta. Una versione che la giudice definisce fatta di “ricostruzioni inverosimili”, “fumose”, “generiche”, “prive di riscontri”.
La sua versione è che non conoscesse i dettagli dell’attentato. Che non sapesse, in sostanza, che il commando da lui assoldato sarebbe arrivato a piazzare una bomba sotto la villetta di Ranucci. Una ricostruzione che negli atti viene definita “Inverosimile”.
Perché l’attentato era stato affidato a Gomes Clesio Tavares, l’uomo che per Lavitola è “come un figlio” e che per i pm di Roma è l’intermediario tra il mandante e gli esecutori materiali del delitto. Un passaggio che, nella lettura della gip, rende ancora più difficile credere che Tavares abbia agito di propria iniziativa.
Gomes, infatti, viene descritto come “uomo di assoluta fiducia del Lavitola e suo vero e proprio factotum”. E proprio per questo, secondo la giudice, appare difficile che possa aver violato “gli ordini impartiti” da Lavitola. Così la richiesta di andare ai domiciliari è stata respinta.
Adesso gli avvocati dell’indagato ricorreranno, come già rivelado dall’Adnkronos, al tribunale del Riesame.