la Repubblica, 15 agosto 2026
Bocchino parla di Ranucci
Nelle cronache politiche di quindici anni fa, Italo Bocchino e Valter Lavitola erano due fieri avversari. Fu proprio Italo Bocchino, allora braccio destro di Gianfranco Fini, a fare per primo in tv il nome di Lavitola come l’autore del dossier sulla casa di Montecarlo. La ricordavamo come il principale accusatore di Lavitola e la ritroviamo a frequentare il suo ristorante. Cos’è successo? «Io denunciai pubblicamente Lavitola per la vicenda di Montecarlo, perché ebbi la notizia da una persona molto vicina a Berlusconi che assistette a questo colloquio surreale tra il Cavaliere e Lavitola, quando quest’ultimo gli promise documenti falsi che, tramite il governo di Panama, avrebbe avuto da Saint Lucia». E lei va in tv da Michele Santoro e spara il nome… «Sì, il coinvolgimento di Lavitola nacque da una mia denuncia pubblica, fino ad allora il nome non si sapeva». E poi? «Poi sono stato chiamato a testimoniare nel processo contro di lui, con Lavitola presente in aula da detenuto». Lavitola sconta la pena ed esce dal carcere… «Quando uscì di galera mi cercò per chiedere scusa a me e a Fini. Gli risposi che le scuse le avrebbe dovute ripetere in pubblico, le scuse private ormai non servivano. E lui, pubblicamente, disse: Dio mi sta facendo pagare il male che ho fatto a Fini». A quel punto pace fatta? «Mi fece presente, con grandissima umiltà, che aveva dei figli da mantenere e, in caso avessi avuto bisogno di pesce, se potevo comprarlo dalla sua pescheria. Aveva bisogno, era appena uscito dal carcere. Mi annunciò anche l’apertura del ristorante e quindi sono andato». Comprava il pesce da lui e frequentava il ristorante? «Ho comprato il pesce e ho cenato lì sei volte, due delle quali in compagnia di Sigfrido Ranucci». E anche Lavitola si univa al tavolo? «Stava alla cassa, serviva ai tavoli, salutava. Io, del resto, lo conosco dal 1994». E l’amicizia con Ranucci come nasce? «L’ho conosciuto contestandogli i servizi contro Fratelli d’Italia, in particolare contro Arianna Meloni». Quindi è una conoscenza recente? «Si degli ultimi tre anni. Gli contestavo nel merito l’accanimento ossessivo contro la famiglia Meloni. Una contestazione simpatica, ma netta». Poi però ci andava a cena, si era riconciliato? «Ma guardi che io vado a cena con molti colleghi, anche di altre aree politiche, ci si confronta. Con Ranucci ho un ottimo rapporto». Aveva avuto sentore del progetto di Lavitola di spingere Ranucci in politica? «Nell’aprile scorso mi chiamò per incontrarmi, voleva chiedermi un consiglio su un progetto politico a cui stava lavorando, ma io gli dissi che non ero disponibile. Punto. Finì lì con quella telefonata». Insistette? «Mi cercò di nuovo ma non risposi. Poi mi scrisse: “Giuro che non ti devo parlare di politica”, con una faccina sorridente». Cosa ne pensa ora? «Valter tende a creare progetti fumosi che alla fine si risolvono in grandi casini contro se stesso. Gliel’ho sempre detto anche a lui e ci rideva su». Le sembra credibile il movente per l’attentato: fare innalzare il livello della scorta a Ranucci? «Non spetta a me giudicare, io sono garantista, a differenza di come è stato Report nei confronti della destra. Aspettiamo che sia la magistratura a dirci quello che è accaduto». Possibile che Ranucci sapesse? «Sono tutte dietrologie. Gli atti giudiziari finora dicono che Ranucci in questa storia è la vittima». E sul progetto politico di Lavitola per trasformare Ranucci nel leader del centrosinistra che ne pensa? «Non era un progetto politico stupido, tutt’altro. Paradossalmente, senza questo folle attentato, oggi una candidatura di Sigfrido Ranucci alle primarie del campo largo avrebbe davvero potuto sbaragliare tutti, perché Ranucci è il più bravo ed ha un’anima popolare che Conte o Schlein non hanno».