il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2026
Bulgaria, 7 mesi di euro e già deve fare austerità
Era quasi la fine della conferenza stampa di Christine Lagarde di fine luglio, quando una giornalista bulgara ha chiesto alla presidente della Banca centrale europea cosa pensi dell’andamento dell’inflazione in Bulgaria, arrivata a maggio a superare il 6%, circa il doppio della media della zona euro. Lagarde s’è tenuta sul vago, limitandosi a rilevare che alcuni prezzi tenuti in sospeso da tempo stanno ora “trovando la loro via verso il mercato”. Poi, dopo aver ricordato che scostamenti di questo tipo tra Paesi dell’euro non sono inconsueti, la presidente Bce ha richiamato la Bulgaria all’impegno per una finanza pubblica solida, fondamentale per riportare l’inflazione a livelli accettabili.
La sostanza è che anche la Bulgaria, entrata a far parte della moneta unica soltanto dal primo gennaio, sembra avviata verso un percorso molto simile a quello di altre economie che l’hanno preceduta nell’adesione all’euro e che segue quasi sempre lo stesso copione. Nella prima fase l’ingresso nella moneta unica viene salutato come un successo indiscutibile: il costo della raccolta bancaria si riduce, si spalanca l’accesso diretto alla liquidità della Bce, la fiducia dei mercati finanziari si consolida. Ne consegue un’espansione del credito che si riversa sulla domanda interna, alimentando crescita e consumi, non di rado accompagnata da comportamenti opportunistici di alcuni settori che, al cambio di valuta, approfittano per alzare i prezzi ben oltre la semplice conversione aritmetica.
Si apre così una fase di divergenza tra l’inflazione del Paese entrante e quella media dell’Eurozona, che va costantemente aumentando. Il Paese, con prezzi sempre più elevati rispetto ai partner commerciali, perde progressivamente competitività: le importazioni crescono, le esportazioni arrancano, il saldo con l’estero peggiora e, con esso, si accumulano più rapidamente passività nei confronti del resto del mondo, passività che a loro volta generano interessi e redditi da pagare all’estero, deteriorando ulteriormente il conto delle partite correnti.
Si arriva quindi, inevitabilmente, al momento della correzione macroeconomica, quello in cui si ripetono le solite formule sul “mettere in ordine i conti” e “fare le riforme”, che nella sostanza significano comprimere la domanda interna, principalmente attraverso un taglio reale dei salari, fino a riportare il saldo con l’estero in attivo e la dinamica dei prezzi in linea con la media della zona euro, se non sotto.
In appena sei mesi di adesione, la Bulgaria ha già accumulato un differenziale di inflazione di un punto percentuale con l’area euro, mentre il saldo delle partite correnti nei primi cinque mesi dell’anno è stato negativo per 4,5 miliardi di euro e la posizione netta sull’estero (la differenza tra attivo e passivo verso il resto del mondo) è peggiorata di 9,6 miliardi negli ultimi dodici mesi. Come detto, non si tratta di un’anomalia bulgara. La Croazia, entrata nell’euro nel 2023, ha accumulato da allora un differenziale di inflazione di 7,1 punti, il saldo delle partite correnti è stato negativo per circa 4 miliardi negli ultimi dodici mesi e la posizione netta sull’estero è scesa a -29 miliardi dai -23 dell’ingresso. Lo stesso copione hanno seguito i Paesi baltici tra il 2011 e il 2015 e, in precedenza, le economie più fragili della prima ora (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia), che hanno accumulato differenziali d’inflazione colmati solo dopo anni di crescita asfittica e compressione salariale.
L’Italia entrò nell’euro con una posizione netta sull’estero negativa per 90 miliardi, arrivata a -355 alla vigilia della crisi del 2011 (oggi è a +351). La Spagna, partita da -248, è arrivata a -1.016 miliardi. La Grecia da -106 a -222, il Portogallo da -60 a -190. Specularmente la Germania, entrata con un attivo netto di 142 miliardi e capace di mantenere un differenziale di inflazione costantemente inferiore alla media grazie al contenimento della domanda interna e dei salari, ha costruito un attivo netto di quasi 4mila miliardi. Sul fronte opposto, la Francia, che nel 2011 aveva interessi allineati a quelli tedeschi in quanto creditrice netta dell’Eurozona, è oggi la principale economia debitrice dell’area con un passivo di 885 miliardi.
Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché un’economia debba rinunciare alla propria valuta se l’esperienza insegna quanto sia arduo, quasi impossibile, sfuggire al deterioramento dei conti con l’estero una volta entrati nel club. La risposta è in parte politica, legata al prestigio che l’adesione porta con sé, ma anche squisitamente economica: il boom immobiliare e dei servizi alimentato dall’espansione creditizia genera crescita e la crescita rafforza il consenso politico di chi ha guidato il Paese verso l’euro. Salvo poi lasciare il conto da pagare a chi verrà dopo, quando toccherà avviare il temuto aggiustamento macroeconomico. Forse memore di quanto sia complicato intervenire quando gli squilibri si sono incancreniti, come accaduto nei primi dieci anni di vita della moneta unica, la Commissione Ue questa volta sembra intenzionata a non prendere tempo: ha già aperto nei confronti della Bulgaria una procedura d’infrazione per squilibri macroeconomici.
Tornando a Lagarde, a fine luglio le è stato chiesto anche se prevede nuovi ingressi nell’euro: la presidente ha ricordato che esiste una procedura definita, che la Bulgaria l’ha superata con successo e che la Bce resta pronta ad accogliere nuovi membri non appena saranno soddisfatti i criteri richiesti e ha aggiunto che, in prospettiva, tutti i Paesi Ue, a eccezione di uno (la Danimarca), sono destinati a entrare nella moneta unica. Una previsione che, alla luce di quanto raccontano i numeri di Sofia e di chi l’ha preceduta, suona meno come un augurio e più come un cattivo presagio.