il Fatto Quotidiano, 9 agosto 2026
Intervista a Luciano Tovoli
C’è un triennio, per Luciano Tovoli, che può soddisfare una, due, tre esistenze da storia del cinema.
C’è un triennio, tra il 1974 e il 1977, che recita: Pane e cioccolata (di Franco Brusati), Léonor (di Luis Buñuel), Professione: reporter (di Michelangelo Antonioni), La donna della domenica (di Luigi Comencini), Suspiria (di Dario Argento), L’ultima donna (di Marco Ferreri) e Il deserto dei Tartari (di Valerio Zurlini).
In mezzo a questa meraviglia c’è sempre lui, Luciano Tovoli, uno dei grandi direttori della fotografia, uno dei pochi in grado di cambiare l’approccio, il concetto, le indicazioni del suo ruolo.
Il Fatto, l’anno scorso, l’ha incontrato per raccontare la spy story, il boicottaggio politico dietro la sua unica opera da regista, Il generale dell’armata morta con Mastroianni e Piccoli.
L’esordio è di 65 anni fa.
Sì, per Banditi a Orgosolo.
Lei giovanissimo.
Pochi anni prima ero iscritto all’Università di Pisa, facoltà di Lingue e Letterature e scopro che a Roma c’era una scuola di cinema, il Centro Sperimentale. Io appassionato di fotografia. Provo e mi prendono. E tra gli studenti conosco Néstor Almendros: diventammo amici.
Bella coppia, voi,
Al Centro, come docenti, c’erano stimati professionisti di un cinema tradizionale; a noi interessava la luce naturale, anche all’interno del teatro.
Esempio.
Se c’era una finestra, volevo una luce fuori dalla finestra. Allora si piazzava quattro metri sopra.
Reazioni dei docenti?
Pessime. Dopo due anni, finito il corso, mi chiama il direttore: “Non ha una particolare vocazione, non possiamo spendere i soldi per la sua prova finale”.
Cosa rispose?
Che aveva ragione. Allora ho svuotato l’armadietto, ho liberato casa e sono tornato a Piombino. Due mesi dopo mi hanno inviato comunque il diploma.
Almeno quello.
Durante i due anni i macchinisti o gli elettricisti ci avevano ripetuto: “Il vostro diploma non serve a niente. Al cinema non esiste il diploma. Esistono i fatti”.
Anche questo è cinema.
Io tranquillo, un giorno parlo con Giulio Questi (regista): “A Roma lo trovo uno che crede al mio diploma”. E lui: “C’è Vittorio De Seta, bravo documentarista…”.
De Seta era nobile.
Un marchese, autodidatta sul cinema: aveva acquistato una macchina da presa e imparato il funzionamento; il suo obiettivo era quello di allontanarsi dalla sua classe sociale e immergersi tra i pescatori, i minatori, i pastori. Un genio. E mi prese.
Ecco Banditi a Orgosolo.
La troupe era di tre persone: io, lui e la moglie; non sopportava i professionisti, quelli attenti alla diaria, agli orari, li considerava viziati. Voleva girare a ogni ora, in ogni contesto, alla faccia dei piani di lavorazione.
Perfetto per lei.
Dovevamo restare dieci giorni, ma si è talmente innamorato del contesto da allungare a otto mesi. Lì ho beccato delle albe e dei tramonti incredibili: avevamo pochi soldi ma la ricchezza del tempo a disposizione; (cambia tono) quando scendevamo a Nuoro ci prendevano per pazzi: “Non potete stare lì, sono pericolosi”.
Lo erano?
Non con noi. Dormivamo anche nell’ovile. E la sera li ascoltavamo cantare, compreso Mesina.
Il celeberrimo.
Ancora no; tra di loro c’era un ragazzino che poi abbiamo portato a Roma: quando è arrivato e ha visto una fontanella con l’acqua a getto continuo, si è lanciato per tapparla: per lui era uno spreco inconcepibile; con Banditi a Orgosolo siamo andati a Venezia insieme ad Accattone di Pasolini e Il posto di Olmi.
Dei miti.
Il mio mito è stato Henri Cartier-Bresson, poi Aldo Graziati e Gianni Di Venanzo (direttori della fotografia).
Cartier-Bresson, conosciuto?
A 17 anni sono partito, destinazione Parigi, per conoscerlo.
E…?
Arrivo, chiedo e scopro che andava sempre in una brasserie, a Saint-Germain. Il punto è che allora non c’erano sue foto, impediva a chiunque di immortalarlo, non voleva diventare famoso altrimenti non si sarebbe più potuto infilare tra le persone.
Quindi?
C’era un solo scatto, nato per caso, e grazie a quello lo riconosco. Mi fermo. E decido di aspettare. Resta dentro tre ore. Esce e si dirige verso casa.
Lo ha fermato?
No. Alla fine ho capito che il mito andava lasciato dov’era.
Insomma, a 23 anni è partito in “Serie A”…
Ed è stato un problema: per le logiche del tempo un direttore della fotografia esordiva verso i 40 anni, con un lunghissimo e articolato apprendistato, infatti dopo Banditi sono rimasto fermo un bel periodo.
La svolta?
Professione reporter, anche se due anni prima ho lavorato su Pane e cioccolata.
Con Nino Manfredi.
Film meraviglioso.
Com’era Manfredi?
Uomo spiritosissimo, ma scomodo per i registi.
Perché?
Perfezionista come pochi e con un caratterino. In Pane e cioccolata non si fidava di Brusati (il regista) così ogni tanto mi ripeteva: “Lasciamolo perdere, giriamolo noi”…
Bel clima.
Un giorno iniziano a discutere lui e Brusati. Nino si dimentica del soffitto basso, si alza avvolto da un impeto di collera, dà una craniata tale da dover sospendere le riprese per due giorni.
Professione reporter.
Antonioni girava in modo particolare: stabiliva delle geometrie nelle inquadrature, dei movimenti, delle soluzioni chiare solo a lui. Non le spiegava. E su questo gli attori statunitensi non si trovavano, pretendono le motivation: “Perché accade questo? E quest’altro”. Un giorno scocciato con Nicholson: “Perché io sono il regista e tu l’attore”.
Jack Nicholson.
Bravo, disciplinato; il problema era Maria Schneider: arrivò massacrata da Ultimo tango a Parigi, con la segretaria che le comprava in continuazione le medicine e, credo, il resto…
Maria Schneider già parlava di molestie?
No, però stava male: ci sono dei suoi primi piani dove, e non si vede nell’inquadratura, c’è Jack Nicholson che la sostiene fisicamente per evitarle dei tremolii.
Antonioni cosa diceva?
Quando la vide chiese di sostituirla: “Non sta in piedi”.
Antonioni serioso?
No, simpatico. Attento alle donne. La sera usciva dall’albergo perché accanto c’era un night.
Cambio film: Suspiria e Argento.
A Dario sono arrivato perché era fanatico di Antonioni e voleva sapere di Professione: reporter: mi chiedeva dell’ultima scena, quella che mi ha aperto le porte del cinema internazionale (un piano-sequenza di sette minuti).
Era sicuro o incosciente?
Ero un entusiasta del colpo di culo.
Tradotto?
Prima di iniziare il film ero entrato in un laboratorio dove si sviluppava e avevo sentito due persone che si domandavano: “Ma chi cazzo è ’sto Tovoli?”. Non ero conosciuto, ma partivo con Antonioni e Nicholson.
Torniamo ad Argento.
Non amavo gli horror, la suspense. Sono un tremendo naturalista: con Dostoevskij soffro, Kafka lo lascio a distanza, Tolstoj lo leggo all’infinito.
Quindi?
Capivo la sua forza, poi una mattina mi squilla il telefono: “Sono Argento, l’aspetto alle 11!”. Io affascinato ho pensato: com’è sintetico, che idee chiare, sicuro di sé, non è il classico regista carico di dubbi. Così mi sono presentato solo per rifiutare, non era per me e davanti a loro ho provato a convincerli del mio no.
Non c’è riuscito.
Il padre di Dario, che era produttore, si è inacidito, mentre lo stesso Dario mi spiegava la sua idea di film, l’idea di lavorare su colori molto contrastati. A un certo punto lancio la proposta: “Si può, magari vanno presi dei secchi di vernice e mentre gli attori recitano gli vanno tirati in faccia e loro devono fingere il nulla”.
Argento felice.
Esaltato, il padre meno: “Sospendiamo la riunione!”. E Si sono chiusi in una stanza: “Non possiamo prenderlo, è pazzo”.
Benvenuto.
Il padre non la smetteva di gridare, però Dario è tornato da me: “Tutto bene, papà sta preparando il contratto”. A quel punto chiedo del tempo per i provini, poi chiamo degli amici, metto in atto la storia della vernice e dopo alcuni giorni convoco Dario. Lui si siede. Accendo il proiettore. E subito vedo Dario sollevarsi, arrampicarsi sulle poltrone, buttarsi sullo schermo e urlare: “Questo è il mio Suspiria!”.
Andiamo avanti: L’ultima donna…
Quel film mi ha aperto alla Francia.
Come?
C’era Gérard Depardieu reduce da Novecento e il soggetto era di Rafael Azcona che mandava la sceneggiatura per posta dentro delle buste. Ferreri prendeva la busta e la infilava in tasca. Solo che un giorno ha mandato i pantaloni in lavanderia senza toglierla. Tutti a correre per fermare la lavanderia. Niente da fare.
Soluzione?
Abbiamo ricostruito che Depardieu doveva stare in piedi e insultare Ornella Muti. Giriamo. E Gerard la insulta sussurrando. Io grido: stop!
Non si fa.
È proibito. Solo il regista può. Infatti Ferreri lo fa notare con un “come cazzo te permetti!”. E io: “Se sussurra è sbagliata la luce: a seconda del tono, cambia tutto”. Con Depardieu che mi guardava come fossi pazzo.
Qui c’è “l’invece”.
Costruisco un gioco di luci e ombre, riprendiamo e concludiamo. Gerard una volta a Parigi ha raccontato a tutti che in Italia c’era un direttore della fotografia che a seconda dei dialoghi regolava la luce. Grazie a lui ho guadagnato dieci film.
Depardieu famoso anche perché appassionato di cibo e vino.
Anche Tognazzi. Con Ugo ho girato La smagliatura di Fleischmann. Eravamo in Grecia. E il suo segretario arriva con un camioncino carico di parmigiano, bottiglie di pomodoro, olio e altro. Ugo prepara la cena, si presenta in sala, va dal regista e lui: “Non mangio spaghetti”. Il giorno dopo la vendetta di Ugo: in una scena accavalla le gambe, la ripetiamo e le mette parallele. Il regista dà per buono il girato. E Ugo: “Non lo vedi che le gambe sono diverse?”.
Avanti: Il pap’occhio.
Ci sono ammiratori che mi contattano da tutto il mondo.
E…?
Una caciara incredibile, un happening, un meraviglioso gruppo di folli capitanato da Arbore. Con la produzione incavolata per i ritardi. Arrivavo sul set e ripetevo: “Vi siete divertiti? Sono le 10.30, dobbiamo girare”.
Roberto Benigni?
In certe scene era un problema: andava in libertà, con l’intera troupe che non tratteneva le risate e le telecamere tremavano.
Nanni Moretti e Bianca.
Con lui mi sono trovato bene, nell’incertezza.
Che vuol dire?
Vivevamo nel dubbio e il dubbio non è un diminutivo, solo che ogni tanto i dubbi ci bloccavano; un giorno eravamo in una stanza, si apre la porta, era lui: “Andate tutti a fare in culo”. E se ne va.
Sembra la scena di un suo film.
La mia troupe, e nemmeno io, eravamo abituati a un trattamento simile. Così chiamo il produttore, Barbagallo: “Angelo, è arrivato Nanni, è successo questo, ma non sapevamo di dover girare. Adesso lo chiami. Lo fai tornare. E siamo pronti. Altrimenti ci fermiamo”.
Messaggio chiaro.
Il giorno dopo Nanni si è presentato con un vassoio di paste. La prima volta che ho visto Moretti, lo considero uno dei miei tre incontri eccezionali.
Come?
Nel centro di Roma, mi ha inseguito con la Vespa, non sapevo fosse lui, sentivo uno suonare: alla fine mi ha beccato, si è infilato nel finestrino con il casco in testa e lì è nato il nostro rapporto.
Secondo.
Ferragosto. Sono solo in casa. Sento il citofono. “Cerco maestro Tovoli”. “Chi è?”. “Andrej Tarkovskij”. Nella mia immaginazione doveva essere un gigante, un po’ congelato. Prende l’ascensore e mi trovo un uomo minuto, in camicia hawaiana e ciabatte da sabbia. Da quel giorno ci siamo frequentati per un anno.
Il terzo.
Compro l’Unità, salgo in metro e mi siedo accanto a un altro anche lui con l’Unità. Passano pochi secondi e scopro che è Ettore Scola. Dopo poco mi dice: “Un film con me lo farebbe?”. “Uno? Maestro, dieci”. “Venga in ufficio”.
Con Scola è in Splendor.
Avevo davanti la coppia più bella del mondo: Troisi e Mastroianni. Si adoravano. Guardarli era come assistere a delle scene d’amore; quando abbiamo terminato il film, a cena, è stato Troisi a lanciare l’idea: “Non possiamo farne subito un altro?”. E Scola: “Devo montare questo e poi non ho un’idea”. E Mastroianni: “C’è quella del padre e del figlio”.
Che ora è…
Girato d’estate a Civitavecchia, ma era ambientato in inverno: abbiamo affumicato la città.
Infine: Schroeder.
Ci ho lavorato 12 anni in sei film: è meraviglioso, attento alla narrazione, un naturalista; (pausa) quando Jeremy Irons ha vinto l’Oscar per Il mistero Von Bulow, ha sorpreso tutti perché sul palco ha ringraziato anche me.
Lei chi è?
Probabilmente un funambolo, date le continue scorribande in stili cinematografici diversi. Certamente un disobbediente.