il Fatto Quotidiano, 7 agosto 2026
Lo yoga urlato
“Il guaio è che se mi lascio trasportare va a finire che cedo ed esplodo”, scrive il sedicenne Marcos nel flusso di coscienza assegnato dalla scuola con cui si apre L’età dell’ira, il romanzo di Nando López edito per Salani Editore con traduzione di Carlo Alberto Montalto. Marcos riversa sulla Olivetti a cui viene costretto (e che, senza rischio di spoiler, si rivelerà poche pagine dopo l’arma con cui ammazzerà violentissimamente il padre e ferirà i fratelli) la frustrazione che – affondo dopo affondo, lettera dopo lettera – anche il lettore pare sentire venire dalle sue dita: è una gabbia a maglie strette, priva di porta, una pentola a pressione senza orizzonte di sibilo, almeno fino all’esplosione. Multiforme e multifattoriale, la rabbia si rivelerà presto nella sua complessità quotidiana e adolescenziale, fornendo pure una attualissima traccia per i fatti di cronaca sempre più frequenti e sempre più violenti tra i giovanissimi. Qui, l’ira, è una cosa seria.
Nella sua disfunzione capitalistica, consumistica e algoritmica, si trasforma invece in opportunità economica e barzelletta, al punto da chiedersi: non è che, in fondo, converrebbe tenercela cara? Cosa c’è di virtuoso in una pratica di yoga con parolacce, alcol e bestemmie o nel distruggere oggetti in stanze insonorizzate con una mazza? Nulla. Eppure, dal tappetino su cui si impreca alla stanza dove il televisore ha i minuti contati, fino ai troll sui social che ci fanno arrabbiare di proposito o che la utilizzano come catalizzatore d’attenzione, l’ira non è più soltanto uno dei sette vizi capitali, un motore di dramma, una manifestazione da accogliere, comprendere ed elaborare bensì un’esperienza da prenotare, un abbonamento da scaricare e un’emozione da monetizzare. E, a ben guardare, nessuna delle seguenti attività sarebbe forse stata utile a Marcos.
La prima tappa è il Rage Yoga, inventato dalla canadese Lindsay Istace dopo una serie di delusioni personali. Le posizioni sono quelle dello yoga, ma il silenzio viene sostituito da musica heavy metal, urla, parolacce e, per chi gradisce, una birra. Il marchio non vende soltanto lezioni: sul sito ufficiale compaiono classi online da 10 dollari e un corso da 499 dollari, 30 ore su Zoom, per ottenere il titolo di “Certified Badass Rage Yoga Instructor”. Per insegnare la rabbia con metodo, insomma, serve anche un attestato.
Per chi considera il cane a testa in giù una reazione troppo diplomatica, ci sono le rage room. Si entra con protezioni e piede di porco, si esce lasciando piatti, bottiglie, mobili ed elettronica ridotti a coriandoli. Anger Games pubblicizza sedi a Milano, Roma, Torino, Genova e Bologna. A Torino un pacchetto da 32 euro comprende 20 oggetti piccoli e un apparecchio elettronico; con 38 euro salgono a 25, più un oggetto medio. Per due persone si pagano 60 o 70 euro. La rabbia è inclusiva, ma lo sconto comitiva resta. Ancora meglio se lo si vuole rendere un evento aziendale con psicologo annesso: la rage room si trasforma in percorso di welfare e stress management. Per i team aziendali 90 minuti tra teoria dello stress, distruzione simbolica di oggetti legati ai “task tossici” e debriefing (100 euro a partecipante). Per ceo, manager e imprenditori c’è invece l’“Executive Catharsis”: sessione individuale da un’ora, con analisi dei carichi di responsabilità, esercizi personalizzati e tecniche di respirazione, al prezzo di 400 euro. Lo sfogo è entrato anche nel catalogo dei regali. Smartbox propone esperienze in rage room a partire da 40 euro e pacchetti per due persone con oltre 30 oggetti da demolire. In alcuni casi sono inclusi playlist personale e video finale: prima si distrugge il set, poi si produce il contenuto.
All’estremo opposto ci sono le app che vendono il ritorno alla calma. Quit Anger offre diario degli episodi, registrazione dei fattori scatenanti, meditazioni e suoni rilassanti: l’abbonamento all’app va da 1,99 dollari a 15,99 per l’accesso permanente. AIMS for Anger Management, sviluppata dal dipartimento statunitense per i Veterani, propone gratuitamente un piano personale, il monitoraggio della rabbia e strumenti per gestire le reazioni. Headspace inserisce invece la collera nel supermercato digitale del benessere, accanto a sonno e mindfulness. Si può quindi pagare per urlare, ma anche per smettere.
Più analogiche Dammit Doll, pupazzi imbottiti costruiti per essere strizzati, sbattuti sul tavolo e accompagnati dall’imprecazione suggerita dal nome. Il produttore le presenta come regali antistress e le declina per medici, golfisti e altre categorie: targettizzare aiuta il marketing.
Nell’età digitale, però, la rabbia stessa potrebbe essere più redditizia di qualsiasi prodotto per debellarla. Il rage bait è il contenuto costruito per irritare, provocare e quindi moltiplicare commenti, condivisioni e traffico. Oxford Languages lo aveva scelto come espressione dell’anno 2025 dopo una consultazione con oltre 30mila partecipanti; il suo utilizzo era triplicato in dodici mesi. Il cliente non compra bensì offre gratuitamente la propria indignazione. Piattaforme e creator la trasformano in engagement.
Resta un problema: rompere cose e sbraitare non equivale necessariamente a gestire o risolvere. Una meta-analisi pubblicata nel 2024 su Clinical Psychology Review ha esaminato 154 studi e oltre 10mila partecipanti, concludendo che funzionano soprattutto le attività che ne riducono l’attivazione fisiologica, quelle che la aumentano potrebbero non essere efficaci nella maggior parte dei casi. Possono essere divertenti e perfette per un compleanno ma, una volta pagato il conto e spazzati i cocci, il nervoso potrebbe essere ancora lì. Il business, invece, è già passato alla cassa.