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 2026  agosto 07 Venerdì calendario

Il mito di Mata Hari

Ieri Leeurwarden, capoluogo della Frisia olandese, ha festeggiato i 150 anni della nascita di Margaretha Geertruid Zelle, figlia di un agiato commerciante di Leeuwarden, capoluogo della Frisia olandese, con bottega in Kelders 33: mostre, esibizioni, installazioni luminose immersive, visite guidate, statue, murales, spettacoli.
Già, ma chi era questa Margaretha Zelle che viene celebrata da migliaia di fan di tutto il mondo? Pochi lo sanno. Però tutti la conoscono. È il vero nome di Mata Hari.
La fascinosa danzatrice esotica diventata spia che il cinema rese personaggio mitico (e un po’ kitsch) coi volti di Greta Garbo, Marlene Dietrich e Jeanne Moreau. Non era il metodo dell’alcova a stupire, anzi, era un “classico”. Ma lei, prima, era stata una delle regine della Belle Époque. Prestata agli intrighi. La Milady della Grande Guerra. Certo, è una memoria pop, sommaria: per il mondo dell’ombra, una sorta di influencer ante litteram.
In verità i documenti desecretati nel 2017, dimostrano che Mata Hari è stata una spia mediocre. I primi a riconoscerlo furono, subito dopo la fine della guerra, gli stessi tedeschi che la reclutarono perché lavorasse a favore delle Potenze Centrali. Accettò per necessità. Aveva quarant’anni, era in bolletta e un maledetto bisogno di quattrini per continuare a mantenere un lussuoso tenore di vita. E illudersi che sarebbe stata capace di sbalordire ancora, quando ostentava amanti e ricchezza e danzava nuda ai ritmi languidi giavanesi.
Ma il talento di Mata Hari era la seduzione, non lo spionaggio. Fu maldestra. Intercettata dall’intelligence britannica. Strumentalizzata dai francesi. Svenduta dai tedeschi. Divenne la spia che non serviva più a nessuno. Mentre lei si innamorò del tenente pilota nemico che avrebbe dovuto spiare, i tedeschi che l’avevano reclutata (facendola diventare l’agente H21) decisero di liberarsene, con una falsa missione a Parigi. Preceduta da un telegramma, il cui codice sapevano essere stato decifrato dai francesi che, a loro volta, avevano ingaggiato Mata Hari per fare il doppio gioco. La trappola scatta il 13 febbraio 1917, con l’arresto al Plaza Palace di Parigi. L’accusa è “espionnage et complicité d’intelligence aver l’ennemi”. Il capitano Georges Ladoux, “cacciatore di spie” dello Stato maggiore francese, rinnega il ruolo per cui l’aveva arruolata. In un contesto di grande crisi militare: reggimenti che si ribellavano al grande macello, il fronte che arretrava per la controffensiva tedesca, l’opinione pubblica spaventata e furibonda, ha bisogno di una vittima sacrificale.
È “la sinistra Salomé che gioca con la testa del soldato francese”, come tuonò il sostituto procuratore André Mornet, “la spia tedesca, la Bochesse deve pagare per i suoi crimini”, era il coro della stampa, coi toni draconiani del caso Dreyfuss, ma senza il contraltare di uno Zola per difendere Mata Hari dalle infami accuse.
Pesava la reputazione sulfurea e l’ammissione di aver agito per soldi, mentre in realtà “non aveva mai spiato veramente”, sostiene lo storico Frédéric Cuelton, specialista della Prima guerra mondiale, “pensava di potersi servire sia dei tedeschi che degli Alleati per continuare a vivere nei migliori alberghi europei, questa la sua vera ambizione”.
Non si era mai rassegnata a una vita “normale”, piccolo borghese, come quella vissuta da sposata con Rudolph MacLeod, ufficiale della Marina olandese, a Giava e a Sumatra, il dramma di un figlio morto avvelenato e della figlia che il padre, alcolista e geloso, le aveva sottratto, nonostante l’affidamento del giudice. Non le pagò nemmeno gli alimenti… L’unico buon ricordo, l’aver imparato le danze giavanesi e la lingua. Era poliglotta, altro talento che la indurrà a sopravalutare le proprie risorse spionistiche.
Eppure, non riusciva a dimenticare la sera del trionfo, della consacrazione, il 13 marzo 1905, alla biblioteca del museo Guimet. Il proprietario, l’industriale Émile Guimet, e gran collezionista di arte orientale, la presentò come Mata Hari. Le sue danze bramaniche sedussero il Tout-Paris. Fu memorabile: lo stesso museo, nel 2015, ha organizzato la mostra Dal Nô a Mata Hari, 2000 anni di teatro in Asia.
Ormai competeva con la Belle Otero e con Liane de Pougy, evocata da Colette in Gigi. Ricca, adulata, influente: uno dei suoi amanti, il banchiere Xavier Rousseau, rimase coinvolto in uno scandalo finanziario, lei intervenne per scagionarlo. Il successo fu tanto strepitoso quanto effimero. La moda delle danze orientali di Mata Hari tramontò dopo pochi anni mentre sorgeva quella per i Balletti Russi di Diaghilev. Sparirono i facoltosi amici, e il conto in banca si prosciugò. Dovette vendere immobili e gioielli. I soldi tedeschi, insomma, facevano comodo. E poi, come olandese, cittadina di un Paese neutrale, riteneva d’essere al riparo. Glielo fecero credere.
La grande illusione di scamparla svanì il 24 luglio 1917, l’inizio del processo, una farsa durata tre giorni. Tutto era già stato deciso. All’avvocato difensore – un ex amante – concessero pochi minuti all’inizio del procedimento e alla fine, per la sentenza. Condanna a morte. La grazia fu respinta dal presidente Poincaré. La livida alba del 17 ottobre 1917, Mata Hari cadde sotto il piombo del plotone d’esecuzione, al castello di Vincennes. Non volle la benda. L’unico cruccio, morire col nome anagrafico. Quello di Margaretha Geertruid Zelle. Che le ricordava il tempo in cui sognava d’essere altrove, lontano. Quando diceva che aveva origini orientali, per via dell’insolito colorito ambrato. O il tempo di un infelice matrimonio, la morte di un figlio, la sottrazione della figlia da parte del marito, alcolista e geloso, ufficiale della Marina olandese.
L’unica consolazione, aver vissuto a Giava e Sumatra, imparato la lingua e le danze. Che le avrebbero spalancato le porte di una fama che perdura nei decenni. La leggenda narra che abbia detto, prima di morire: “Voi francesi avete la cattiva abitudine di giustiziare all’alba”. Era destino che finisse così, l’aurora cominciava a illuminare la prataglia di Vincennes:Mata Hari, in lingua malese, significa “occhi dell’alba”.