il Fatto Quotidiano, 7 agosto 2026
Un dibattito su Indro Montanelli
La lettera di Feltri e il pezzo di Delbecchi
CARO TRAVAGLIO, sul tuo giornale un tale Nanni Delbecchi, che nei profili social si presenta come favolista, mi ha dedicato l’ultima pagina. Il metodo è collaudato: issarsi sul busto di Montanelli, non sull’uomo vero ma sul monumento che le mezzecalzette si sono fabbricate apposta per sedervisi sopra, come i maragià sugli elefanti da parata, e da lassù sputare sui passanti. Il passante, stavolta, ero io. Mi rimprovera di accreditarmi come “l’erede di Montanelli”. Tranquillo, Nanni. Non sono mai stato un discepolo di Indro. Sono stato qualcosa che a te risulterà incomprensibile: un suo avversario. L’ho sfidato a duello con le armi del nostro mestiere, quando ereditai la direzione di quello che per vent’anni era stato il suo giornale e lui, dirimpetto, fondò La Voce scegliendosi tutto da sé, redattori ed editori compresi. Editori limpidissimi, per carità: Victor Uckmar e Luciano Consoli, comunista doc, area D’Alema, che con la loro Piemmei misero insieme le cordate dei finanziatori, tra cui Alessandro Benetton, poi divenuto celebre per altre infrastrutture, e Leonardo Del Vecchio. Cinque miliardi freschi. Il favolista chiama tutto questo indipendenza. Entrambe le compagini, la sua e la mia, erano avvinte alla politica come l’edera al muro. Con una differenza: io a una festa di Forza Italia non ho mai messo piede, il gran toscano alla festa nazionale dell’Unità recitò da prim’a t to re. Risultato della disfida. La Voce, con i suoi magnifici campioni e i capitali freschi, perì in un anno; Montanelli si rifugiò al C o r r i e re garantendo lo stipendio in via Solferino a un paio di fidi; il condirettore Orlando finì parlamentare a sinistra. Io raddoppiai le copie, me ne andai e con quattro palanche fondai L i b e r o. E fu Montanelli in persona, al ristorante Il Porto di Milano, a farmi gli auguri: ce l’avrei fatta, disse, perché a differenza sua sapevo badare ai conti. “Non si vergogna di n i e n te”, scrive il favolista. Confermo. Di che cosa, esattamente? Quanto all’andare “alle dipendenze di Berlus co n i”: in tre anni di direzione, vivo Montanelli, Berlusconi non mi telefonò mai. Seppi dai miei cronisti che si era lamentato per un titolo che avevo messo sul giornale di famiglia a un provvedimento del suo governo: “Dec reto S a l va l a d r i”. I lacchè gli chiesero la mia testa, invano. Strano dipendente, uno che dà del salvaladri al padrone in prima pagina. Sarebbe come se domani tu titolassi “Conte ha rubato le mascherine”. Con le prove sotto il naso lo faresti, e al diavolo i Cinquestelle. Almeno spero. Pensi davvero che io, in casi analoghi, mi sia comportato diversamente? Di Delbecchi, prima di mercoledì, sapevo una cosa sola: anni fa raccontò la morte della moglie amatissima, e mi commosse. Da allora ho conosciuto anch’io quella perdita, con Enoe. Il dolore, l’ho imparato, non migliora nessuno: io ne sono uscito un pessimo vedovo. Lui, a giudicare da questa pagina, mediocre e invidioso com’era prima. È l’unica riga di questa lettera che mi costa scrivere. Le altre no: le favole si scrivono da sedute, sull’elefante. La cronaca si fa a piedi. VITTORIO FELTRI
CARO FELTRI, lei stesso ha più volte spiegato il perché del suo arrivo al “G iornale”: “Berlusconi mi ha reso ricco”. È vero, ma io temo che in quel momento lei abbia perso qualcosa di più prezioso ancora, e non sto a dirle cosa. Che i mediocri si buttino via, non importa a quale prezzo, è nell’o rd i n e delle cose, converrà che non fa notizia. Ma quando si butta via un uomo di talento, se glielo ricordi gli tocchi un nervo scoperto. E come si incazzano. Cordiali saluti da un tale Nanni Delbecchi (come mai in Internet vengo definito “f a v o l i s t a” è un mistero anche per me, ma, mi creda, la cosa più difficile per tutti è raccontarsi la verità).
UNO, CENTO, MILLE M O N TA N E L L I,INDRO MONTANELLI era convinto di scrivere sull’acqua, tanto era il pessimismo dichiarato che nutriva sull’Italia (e quello, implicito, sul genere umano). Non è andata e non poteva andare così. In questo paese malato di Alzheimer, in questi tempi usa e getta, Montanelli è il solo testimone della stagione del giornalismo italiano del Novecento di cui si serba memoria e ammirazione, come dice Pietrangelo Buttafuoco nella puntata di Linea di confine che ha celebrato i 25 anni dalla scomparsa (Rai2, ora Rai Play). Fin troppo, viene da aggiungere. La gara a intestarsi la sua eredità iniziata un minuto dopo la morte è ancora in pieno svolgimento. Oggi tutti sono montanelliani, tutti lo conoscevano bene, tutti l’aveva n o detto che lui l’aveva detto, un coro di bastian contrari in lode del fustigatore di ogni conformismo – e chissà come fustigherebbe oggi il conformismo di questa iconostasi. Tutti sono d’accordo dicendo cose opposte: Montanelli non fu fascista, dicono i fascisti; Montanelli non fu comunista, dicono i comunisti. Oppure: Montanelli fu fascista, dicono i comunisti; Montanelli fu comunista, dicono i fascisti. Eccetera. Insomma, più ti intesti Montanelli e più lo fai rivoltare nella tomba. La narrazione più subdola – ricomparsa anche in Linea di confine – è quella secondo cui volle dimettersi dal quotidiano fondato e diretto per ve n t ’anni (come se uno si dimettesse dalla sua famiglia). Ma dài. Quando Berlusconi scese in politica e il Giornale divenne un foglio di partito, Montanelli non solo fu obbligato ad andarsene per incompatibilità genetica, ma fu invitato a sloggiare alla svelta dai suoi “b rav i te l ev i s i v i”(come definì Emilio Fede e Vittorio Sgarbi). Vittorio Feltri è stato a modo suo un capace direttore; ma quando si accredita come “l’erede di Montanelli” mostra di non vergognarsi di niente. Succedendogli alla direzione del Giornale si comportò in modo diametralmente opposto. Abbandonò il quotidiano che a sua volta aveva fondato (e aveva chiamato L’I n d i p e n d e n te ) per andare alle dipendenze di Berlusconi. E lo fece per soldi, come egli stesso ha ammesso. Feltri non cambiò giornale. Cambiò mes t i e re. NANNI DELBECCHI