il Fatto Quotidiano, 6 agosto 2026
La nascita di Cinecittà
“Vieni qua che c’è da fare. Gli sfollati piano piano trovano casa, e qui la gente dice che comincia il ritorno alla grande dei cinema. E sbrigati… stronzo”.
È uno dei messaggi scritti, certamente poco educato, lanciato a un amico (e chissà perché conservato) da un luogo chiamato da tutti “Cinecittà”, vicino al popolare Quadraro, ai limiti di Roma. Era il 1946, 80 anni fa: la guerra era da poco finita, ma ancora se ne sentiva l’aria. Però l’aria, tutti dicevano, bisognava cambiarla. In quell’anno si riuscì a girare in quel luogo straordinario due interi film. Era il minimo, ma la macchina era ormai lanciata: registi e attori – molti di loro conosciuti e promettenti, molti nuovi e arrembanti – cominciarono ad affollarsi in quello strano villaggio, finto e provvisorio, lontano dal centro della Capitale. Seicento persone, esperte ma anche novizie, furono più tardi ufficialmente assunte e specializzate. Col passare dei mesi e degli anni, le pellicole da girare furono tante e la parola Cinecittà divenne famosa non solo in Italia.
Anche il nome – innocuo ma enigmatico e promettente, si disse – doveva essere un simbolo di ambizioni. L’area occupata era grande (59 ettari sulla via Tuscolana, attigua alla borgata del Quadraro, lontana dal centro, nel quadrante sud-orientale della città). Gli studi dovevano avere, secondo i progetti anteguerra, dimensioni imponenti, mai viste prima in Italia: si prevedevano 73 edifici, tra i quali 14 teatri di posa, cose mai viste prima in Italia.
Poi arrivò la guerra di Hitler e Mussolini. Ma Cinecittà continuò a esistere, sia pur precariamente. Ma ecco che dopo tante morti e tante disgrazie circolarono per l’Europa, e poi per il mondo, film italiani di grande respiro, destinati a restare nella storia: Bellissima di Luchino Visconti, Umberto D. di De Sica, I Vitelloni di Fellini, Il viale della speranza di Dino Risi. Secondo un famoso commentatore americano “al di fuori di Hollywood, quello di Cinecittà era l’unico studio al mondo che era riuscito a trasformare il proprio mito in spettacolo”. Dal 1946 al 1948 conquistarono l’Europa (e poi anche l’America e molte città dell’Asia) film indimenticabili come Roma città aperta di Rossellini, Il bandito di Lattuada, Sciuscià di De Sica, Paisà di Rossellini, Ladri di biciclette, Bellissima di Visconti, e altri e ancora altri che magari partivano da un fatto di cronaca (il tutto fu chiamato, con dotta e popolare definizione, “neorealismo”).
La guerra fascista italiana (da cui pure era scaturito il progetto di Cinecittà) era stata non soltanto catastrofica, ma culturalmente povera di seguaci. Quando nel 1944, per conto della cosiddetta Repubblica di Salò fondata da Mussolini, era stato costruito a Venezia un surrogato di Cinecittà, chiamato “Cinevillaggio”, i risultati si erano rivelati desolanti, al punto che gli unici volti noti (Osvaldo Valenti e Luisa Ferida) che si erano coraggiosamente (e significativamente armati “alla fascista”) messi al servizio dell’iniziativa, finirono poi uccisi da una brigata partigiana poco prima della fine della guerra. Più tardi, a Roma, gli edifici dell’ex Cinecittà, trasformati in prigioni dagli occupanti nazisti, erano stati oggetto di sanguinosi bombardamenti americani.
Quello della nuova ondata di giovani registi che si lanciarono nella costruzione di uno spettacoloso racconto mondiale di cinema, di idee e di società fu un evento nato e costruito in Italia, a partire dal 1945-46. Lo chiamarono – con una definizione di cui si ignora l’inventore – “neorealismo”. Ebbe un impatto culturale non solo in Italia, e conseguentemente in Europa, ma in tutto il mondo uscito dalla guerra appena terminata. La drammaturgia non seguiva i canoni hollywoodiani. Su larga scala, e per la prima volta con questa penetrante attenzione, i protagonisti della storia cinematografica raccontavano – sempre più presenti – di operai, contadini, adolescenti, pensionati. In genere la drammaturgia non perseguiva, ora, i canoni hollywoodiani: le trame erano costruite per somma di episodi, molti dei quali giudicati “minori” dalla morale corrente; a volte i finali erano aperti, senza l’individuazione della “morale giusta”. In Italia, il Paese dove più intensamente i germogli del nuovo cinema furono coltivati e diffusi in una serie di pellicole, furono impiegati spesso attori non professionisti.
In genere le trame erano costruite per somma di episodi, a volte i finali erano aperti. Tutto era cominciato – si disse – con Roma città aperta di Rossellini (1945) che conquistò poi un grande pubblico con Paisà (1946), e Germania anno zero (1947). Si aggiunsero via via Sciuscià di De Sica (con la sceneggiatura di Zavattini, 1946), La terra trema (Visconti, 1947), Ladri di biciclette (De Luca-Zavattini, 1948), Riso amaro (De Santis, 1949), Miracolo a Milano (De Sica, 1950) e tanti intensissimi altri.
Ciò che più colpisce, a quasi un secolo dall’ideazione di un complesso originale come quello di Cinecittà, è la grande influenza che le iniziative e gli spettacoli d’arte progettati e realizzati da quello strano luogo d’incontro cine-artistico-psicologico-internazionale (così fu definito da uno studioso) ebbero sulle iniziative, le scelte e gli spettacoli di numerosi paesi del mondo, non solo in Europa. Secondo un commentatore statunitense, al di fuori di Hollywood quello del cinecomplesso organizzato a Roma “fu in effetti l’unico studio al mondo che seppe trasformare il proprio mito e le proprie invenzioni in spettacolo, alimentandolo così di rimando, in un gioco durato quasi mezzo secolo”. In effetti da Hollywood e da altri luoghi sacri e famosi del cinema continuarono a essere spediti a Roma esperti di ogni tipo.
Oggi Cinecittà è un complesso imponente di edifici e di strutture dislocato su una superficie di 400mila metri quadrati. Conta su 19 teatri di posa di dimensioni variabili da un minimo di 15 per 30 metri fino a 40 per 80 metri (al Teatro 5). Tutti i teatri di posa sono insonorizzati, dotati di climatizzazione, impianti elettrici, graticci, passerelle, botole impermeabili per gli effetti scenici. Ciascun teatro dispone di una serie di locali di servizio: camerini, uffici, sale trucco, attrezzerie, magazzini. Fa parte del complesso anche una piscina di settemila metri quadrati, profonda due metri per una dote d’acqua di 13.500 metri cubi.
È interessante notare come 80 anni fa, nel 1946 – nonostante il timoroso interesse (e la paura del futuro) della gente d’Italia e del mondo per le vicende e i lutti ancora grandi (e anche per le storie di vita e di morte legate a Cinecittà) – per molti l’attrazione del cinema non fosse slegata, persino in quei mesi terribili di fame e di morti appena seppelliti, dai sentimenti eterni di amore, di dolore, di curiosità, di speranza o anche di temporanea evasione dalla realtà di ogni giorno. Ecco alcuni dei titoli dei film italiani fra i più visti in quell’anno subito dopo la guerra: Abbasso la ricchezza!, Addio mia bella Napoli!, L’adultera, Albergo Luna camera 34, Amanti in fuga, Un americano in vacanza, L’Angelo e il diavolo, Aquila nera, Avanti a lui tremava tutta Roma. E ancora: Il bandito, Biraghin, Canto ma sottovoce, Desiderio, Felicità perduta, Un giorno nella vita, La gondola del diavolo, Inquietudine, Io t’ho incontrata a Napoli, Malacarne, Mafia, Mio figlio vuole così, Montecassino, Notte di tempesta, Ogni giorno è domenica, Partenza ore 7, Preludio d’amore, Rigoletto, Roma città libera…
Tutto bello e promettente. Ma oggi, nel mondo dell’intelligenza artificiale che parla di guerra, non più rassicurante.